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“Dillo tu a mammà” di Pierpaolo Mandetta: l’amore è sempre una faccenda di famiglia

19 Maggio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

"Sono sul treno che mi trascina al Sud dopo tre anni di assenza. Una volta non avrei visto l’ora di tornare alle melanzane imbottite di mamma, ai cavolfiori sott’olio della vicina. Ai muratori sudati e senza maglietta, agli anziani che giocano a carte sui tavolini di plastica, nei bar ancora pieni di fumo. Ai gatti randagi sui muretti, ai segnali stradali sbiaditi. A parlare con la panettiera che già a diciotto anni mi chiedeva quando mi sarei sposato. Al caffè a ottanta centesimi, al profumo notturno di forno acceso. Alla brezza che sa di temporale, al vento che soffia dalle masserie e sa di fieno. Ai turisti senza fronzoli, alle pagliette messe di fretta, al trucco che non serve, ai mojito a mezzanotte. Ai baci sotto la luna, alle risate in macchina con i finestrini aperti, ai pianti trattenuti davanti ai treni che vorremmo perdere."

 

Samuele è su un treno che lo porta al Sud, dalla sua famiglia. Vive da anni a Milano ma adesso deve tornare. L’amore è sempre una faccenda di famiglia e lui si sta per sposare. Deve annunciarlo a mammà, deve sputare il rospo con quelli che sono sangue del suo sangue e deve farlo subito. Saranno presto fiori d’arancio, ma non pronuncerà il “sì, lo voglio” dinanzi all’algida e spietata trentenne milanese che è al suo fianco sul treno – la stessa che lo sopporta e lo supporta da anni –, pronta ad accompagnarlo in quel viaggio all’insegna delle rivelazioni, bensì con Gilberto, suo compagno e uomo del suo cuore. È proprio lui che ha insistito affinché Samuele andasse dalla sua famiglia. L’appoggio della propria casa, quella in cui si nasce e si cresce, è fondamentale per ogni passo quotidiano, figurarsi quando ci si lega finché morte non ci separi. Ma non è semplice, e Samuele lo sa. È invaso dal terrore, dall’inquietudine; i suoi non sanno che è gay. Non è facile, nella realtà di un piccolo paese, essere se stessi. Dire ciò che si pensa e quel che si prova. Mostrarsi senza fronzoli né bugie. È per veri impavidi, la verità, quando le case di un borgo si contano nelle dita di una mano e si è – malgrado non lo si ammetta – molto, troppo interessati al parere dei suoi abitanti.

Scoprire il proprio cuore in un paesino di nemmeno duemila anime può essere doloroso, può portare conflitti e smarrimenti, può ferire. Può dilaniare. Samuele lo sa. Come reagiranno i suoi compaesani?

Lui, poi, non ha chiuso con i fantasmi del passato. È insicuro, bisognoso di attenzioni come un cucciolo ferito. Il passato gli ha fatto male, l’ha messo a dura prova, e lui non ha ancora preso un respiro di sollievo sul mondo. Tachicardico, perennemente avvolto da paturnie di ogni tipo, dipendente da calmanti e da mille altri stratagemmi per sentirsi al sicuro, al caldo, preservato dal gelo del mondo, è un uomo ancora un po’ bambino. È ironico e divertente, nei suoi eccessi di un’infanzia che ritorna.

 

"Dovevo pensarci io al cibo, lo sapevo. Vuoi capirlo che il riso mi rende stitico? Ho un equilibrio delicato, c’è già la colite spastica a darmi problemi, devo assumere fibre, non riso. Poi mi tocca prendere le pastiglie di erbe lassative, ma mi scombussolano l’organismo. Potevi fare un panino integrale con la frittata, come tutti."

 

È uno scrittore, adesso; il suo blog galoppa che è una meraviglia. La gente parla di lui, si affida ai suoi consigli, alle sue frasi che hanno una saggezza che ci si aspetterebbe da un vecchio sul letto di morte. Il mondo è suo. Tenace e caparbio, con le sue stesse forze è giunto all’apice. È un grande. Ma allora perché non sa essere felice? Perché non comprende il suo valore?

Claudia è al suo fianco, come sempre negli ultimi anni. Lo sprona con un po’ di forza, con veemenza, con foga. Sa che rispondergli con dolcezza alimenterebbe le sue paure, le sue angosce. Poi lei è una donna di città; è fredda e ambiziosa, si è presa ciò che voleva dalla vita. Ha carattere. È la persona giusta per Samuele: incontrandosi nel mezzo, entrambi sono capaci di diventare persone migliori.

 

"La sua missione è prevedere il meglio per se stessa, perciò parole come smarrimento o confusione le fanno alzare gli occhi al cielo fino a roteare le pupille verso il culo. È single da quando la conosco. Prova a suggerirle il rossetto più adatto alla sua carnagione, che piatto ordinare al ristorante o anche solo di non attraversare col rosso e ti spacca la faccia."

 

Tra una lamentela e l’altra, i due arrivano a Trentinara. Piccolo borgo del Sud, è immerso in quella che è un’aura di passato e di magia. Bloccato, congelato, qui il tempo sembra essersi fermato. E Samuele si ritrova a casa. In quella casa da cui era fuggito, la stessa che non lo ha protetto, agevolato, spronato, lasciato volare verso il mondo. La stessa che ama e odia, consapevole che l’amore e l’odio siano i motori dell’universo e certo che non per forza si escludano l’un l’altro.

C’è donna Luisa, sua madre, pratica e dolce di una dolcezza ruvida che non ha certo sapore di piagnistei né di carezze smielate sul capo; c’è Santina, la sorella con cui ha un rapporto pietoso, assente, indifferente; c’è suo padre, egoista e anche, perché no, un po’ grullo nei suoi tentativi maldestri di adattare il figlio ai suoi desideri; c’è sua nonna, una donnina con le spalle larghe e una avvedutezza che deriva un po’ dall’età e un po’ da un carattere forte, pratico, da matrona che sa risolvere ogni problema con un cenno della mano.

Ci sono loro, sì, il nucleo della sua famiglia. Ma ci sono molte altre persone, persino. L’amore è una faccenda di famiglia, ricordate? Samuele lo sa, e noi lo sappiamo con lui.

 

"Zia Cherubina. Ha cinquantasei anni ma ne dimostra centotrenta: chignon nero con ricrescita grigia impreziosito da una retina dorata, orecchini di topazio e vestaglia di chissà quale antenata ripescata da una capsula del tempo. Vedova. […] è una timorata di Dio. Non ha preso bene il fatto che, invece di bere birra con gli uomini davanti a una partita dell’Inter, io me li porti a letto."

 

Proprio quando Samuele riesce a confrontarsi con quelli che sono i suoi familiari, tirando fuori quella che è, per loro, una verità un po’ scomoda, le cose si complicano. Si mostrano dalla sua parte, questo un po’ lo sconvolge e un po’ lo stranisce. Le domande si affollano nella sua mente. È la cosa giusta? Sarò felice? Amo Gilberto?

Le persone, soprattutto nei periodi di calma piatta, amano soffrire, chiedersi se tutto va bene, rovinare il momento. È come se una forza disumana, proprio quando tutti i tasselli tornano al proprio posto, ci imponesse di non essere sereni, di non accontentarci. Perché la vita è rischio, è dolore, è corsa con il tempo e contro di esso. Chissà perché quando ci sentiamo così, è sempre il passato a farci visita.

Nel caso di Samuele, il passato ha il sapore agrodolce di un amore giovanile, quando tutto sembrava perfetto. Quando il primo amore torna a farci visita, il sapore delle lacrime è più salato. Nel suo caso, ha un nome. Peppe.

 

"Mi guarda, lo guardo. I suoi occhi, scolpiti nel faccione invecchiato dalle bugie e dai pomeriggi torridi a spalare calce sotto il sole, sono al contempo buzzurri e letterari. Mi raccontano una storia malinconica, che mi fa diventare malvagio e, subito dopo, intenerire. Lo odio e lo adoro."

 

È sempre lui – un uomo che ha imparato a soffrire e a risollevarsi – ma è confuso. Nella sua fragilità c’è la sua forza, è vero, ma ora è crollato. E nemmeno tutto il Valium del mondo può esimerlo dal prendere in mano la sua vita.

 

"Sento che la mia vita sta andando a rotoli. Là fuori c’è gente che arriva a fine mese con mille euro e due figli all’asilo, e io sono qui con il mio Valium, il collirio per la secchezza da bulbo oculare e una tachicardia che mi fa affogare in problemi di cui neppure conosco la natura."

 

È vero, è dolce, è umano e per questo è imperfetto. Ama. Del resto è un uomo del Sud e come tutti gli uomini del Sud è fatto di carne e di cuore. È istintivo. È passionale. È innamorato dell’idea dell’amore, di quel calore che ti ruba il sonno e che ti culla nel contempo.

Pierpaolo Mandetta ci catapulta nel suo mondo, nella sua fantasia densa di ironia e di verità – pungente quanto il freddo inverno –, in questa sua testa piena di comprensione, di saggezza, di umanità.

Tramite Samuele, ci fa ridere, ci accompagna, ci guida, mamma presente e premurosa, in quello che è un mondo che spesso è difficile. Quando si cresce, quando si buttano in un angolo gli abiti dell’adolescenza, be’, si perde un po’. Ci si sente spaesati. Si è adulti, sì, e le prime rughe attorno agli occhi lo dimostrano. I capelli bianchi sono lì per ricordarci che non abbiamo più quindici anni. Però non è facile prendere in mano la propria vita. Essere grandi richiede una forza immane, soprattutto in questo mondo che ci vuole così perfetti. Sempre all’altezza.

Ironia.

 

"«Mamma, secondo te qui c’è il wifi?» chiedo.

«Siamo a casa di zia Cherubina, Samue’. Qui ci stanno i crocifissi.»"

 

Convinzioni, più o meno deleterie.

 

"Crescendo, ho associato lo stare insieme alla sopportazione. Alle grida. Alle questioni in sospeso che non fanno dormire. Alla mancanza di rispetto. All’attesa che un altro giorno finisca in fretta. Non riuscivo proprio a collegarlo a un episodio felice."

 

Frammenti di vita, quella vera – dette tramite la voce di una vecchina che ne sa una più del diavolo.

 

"«Però una cosa l’ho detta, a mia nipote Vera, prima che se ne andava a studiare a Pisa» continua zia. «Una cosa tenevamo buona, noi che siamo nati settant’anni fa. Non potevamo fuggire dai problemi, come oggi, che pigli e cambi vita se una cosa non ti piace. Allora le ho detto: “Vedi che non ti devi difendere dalle cose brutte. Lascia che ti travolgano. Fatti scassare, piangi, goditi il dolore. È un privilegio, tesoro di zia, vuol dire che sei viva. Perché quando non ti succede niente, quando tutto fila liscio, o quando fai solo quello che hai deciso di fare, che hai da ricordare, poi? Non ti ricordi niente. Il dolore ci irrobustisce, ci migliora. Se non soffri, non puoi imparare a superare il dolore. Se soffri, poi non ti metti più paura.”»"

 

Lieto fine che però lascia una lacrima in sospeso negli occhi.

 

"Li guardo e li amo per la prima volta, di nuovo. Come si ama chi viene al mondo, chi è appena nato e lo si guarda con candore, senza filtri e pregiudizi. Sono perfetti così come sono e devo obbligarmi a fare i conti con i sentimenti che un saluto comporta."

 

Mandetta ci ruba, ci strega, ci trasporta in un universo che tutti abbiamo dentro – soprattutto noi, gente del Sud – ma che non sappiamo descrivere.

E ci ridona l’amore, quello nel quale tutti – anche i più cinici, i più freddi, quelli che si mettono le dita in gola quando vengono pronunciate le parole “matrimonio” e “per sempre” – credono. Quello che fa piangere e ridere e nuovamente piangere – consapevoli che in amore tutto è perfetto ed è permesso. Quello che fa pensare che, dai, in fondo va tutto bene. Quello che ci fa sentire talvolta ammaccati, è vero, ma vivi. Soprattutto vivi.

 

"L’amore. Credevo che se ne fosse andato. Partito. Espatriato. Che io non fossi la nazione giusta per la sua permanenza. […] E invece l’amore era in letargo. E adesso si è appena svegliato, sta sbadigliando, è vigile."

 

 

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