Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Tiziana

13 Aprile 2017 , Scritto da Gianluca Pirozzi Con tag #gianluca pirozzi, #racconto

 

Di Clara Garesio

Illustrazione di Clara Garesio

 

 

“Attenta piccolina, stai attenta!” ha iniziato a ripetermi la voce dentro ed aveva tutta l’aria di non volersi zittire.

Talvolta quella voce diventava più insistente, sino a privarmi anche di un unico attimo di tregua ed allora tutto risultava più difficile: impossibile concentrarmi, inutile tentare di riacciuffare per la coda l’ultimo pensiero e proseguire nei miei ragionamenti, vano continuare ogni conversazione e, soprattutto, poter lavorare, dipingere o modellare alcunché. Per non parlare delle volte in cui la voce s’intrometteva tra me e l’ultima parola appena letta su un libro o tra le righe di un articolo di giornale, ascoltata alla radio o per strada. Qualsiasi frase, anche quella più corta, smarriva il proprio senso, perché lei - la voce - era lì, fiera di aver preso il sopravvento su ogni mia azione, padrona assoluta nelle stanze oramai vuote della mia mente in cui iniziava ad echeggiare, simile ad un mantra che cresceva gradualmente d’intensità e così potente da annullare ogni altra percezione.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!”

Quella volta, mentre stavo raggiungendo Faenza, la cittadina dove avevo vissuto sin da quando, poco più che bambina, avevo scelto di dedicarmi alla mia arte (e che, adesso, mi onorava con un’intera sala del museo della ceramica dedicata ai miei lavori), la voce a bordo del treno regionale che aveva lasciato Bologna alle quindici e dodici minuti ha assunto il tono fatale di un invito alla prudenza: non proprio un allarme, piuttosto un monito, e l’oggetto di tale cautela era lì, davanti a me, indifeso e tenero nei panni di bimba di quattro, al massimo cinque anni.

Avevo appena ascoltato il suo nome - Tiziana - più volte ripetuto dal padre che l’accompagnava. Lei aveva preso posto sul sedile accanto a quello occupato dall’uomo proprio di fronte al mio. Ero stata attirata dalle loro chiome, lo stesso rosso-castano, simile al colore del miele di castagno, indizio palese del legame genetico tra padre e figlia. Dai capelli ero passata ad osservare il viso di quella bambina, le guance paffute come due brioches appena sfornate, solide e delicate allo stesso tempo, la bocca che pareva uscita da una pala di un pittore rinascimentale, con le piccole labbra rosse, inumidite appena. La bambina teneva le manine aggrappate ai braccioli del sedile su cui era stata issata, ma s’intuiva dal fremito con cui pareva tastare la plastica, d’esser sul punto di volersi ergere per iniziare l’esplorazione di quella dimensione di cui alcune parole - treno, viaggio, binario, finestrino - andavano dispiegando.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!”

Quel pomeriggio, appena il treno per Faenza aveva lasciato la stazione di Bologna lei, Tiziana, aveva mostrato la prima insofferenza per la posizione assegnata, esibendo, al contrario della sollecitazione paterna su quanto all’esterno iniziava a scorrere davanti agli occhi, una curiosità crescente per tutto ciò che all’interno del vagone pareva più generosamente esserle messo a disposizione. E così, infatti, dopo lo stupore per il tavolino a scomparsa collocato proprio sotto al finestrino, era stata la volta del piccolo cassetto per i rifiuti in cui la bimba aveva, con tutta la dovuta approvazione paterna, infilato qualche carta procuratale all’occorrenza. Quindi era gradualmente passata alla conoscenza dei passeggeri più vicini, me compresa. Rapidamente la finta vergogna esibita da principio aveva lasciato il posto ad una confidenza sempre maggiore tanto da indurla a fare capolino tra i sedili delle file limitrofe alla sua e, poi, gradualmente ad allontanarsi ulteriormente per entrare in relazione con qualche altro passeggero, facendo ritorno di tanto in tanto verso il suo papà, così da portarlo al corrente delle novità sperimentate a bordo di quel nuovo mezzo di trasporto sempre ricco per lei d’inaspettate e piacevoli scoperte.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!”

Mentre osservavo quella bimba, la voce dentro non ha mai smesso di farsi ascoltare. La mia attenzione, nonostante i tentativi di concentrarmi sulle pagine del catalogo che avevo tra le mani, era inesorabilmente rivolta a quella bambina, con un’ansia crescente che la voce, nel suo sommesso, ma ripetuto, scandire continuava ad alimentare.

Liberatasi dal cappottino di lana color azzurro pallido, che era perfettamente abbinato alla calzamaglia di lana fitta a righe che le fasciava le gambe cicciotte, Tiziana ormai aveva preso familiarità con l’intero vagone dell’interregionale per Faenza, destreggiandosi avanti e indietro, da una porta all’altra della nostra carrozza, esibendo una fiera disinvoltura e uno stupefacente equilibrio malgrado i continui sobbalzi indotti dagli scambi.

Dopo aver ascoltato con espressione leggermente imbronciata le indicazioni del padre sul tragitto da percorrere per attraversare l’intero vagone, intuendo probabilmente che più che rassicurare lei, servivano a tranquillizzare gli altri passeggeri, ritornava di volta in volta ad un capo del nostro vagone dove, attendendo di esser osservata, si deliziava dell’effetto prodotto dal pulsante per azionare la porta di collegamento tra la nostra carrozza e quella successiva.

Dopo una serie di operazioni che nella loro ripetitività avevano perso per me ogni particolare attenzione, avevo osservato Tiziana rientrare al suo posto, dove era rimasta ancora qualche minuto in attesa dello spettacolo annunciatole dal padre. Ma le poche mucche al pascolo l’avevano lasciata indifferente, così come il treno carico di autovetture che avevamo superato, le ciminiere degli impianti industriali ed i relativi pennacchi di fumo in lontananza, persino i nidi delle cicogne ben visibili sui rami di alcuni alberi. La bambina aveva domandato, invece, notizie sui veicoli che filavano in direzione opposta alla nostra e chiesto se stessero dirigendosi pure loro a Faenza seguendo una strada più corta. Ma anche le spiegazioni e i ragionamenti apparentemente lineari della mia vicina di posto, avevano finito con l’annoiarla, tanto che poco dopo la bambina aveva domandato ed ottenuto dal padre il permesso di lasciare nuovamente il proprio sedile per andare a mettersi al centro del corridoio dove il dondolio del treno pareva interessarla infinitamente.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!”, mi ripeteva ancora la voce mentre Tiziana barcollando proseguiva avanti e indietro tra i sedili, per fermarsi in prossimità degli altri passeggeri, attirata probabilmente da qualcosa di nuovo: era stato così per il controllore che aveva raggiunto la nostra carrozza e, subito dopo, per il contenitore termico nel quale io trasportavo il doppio espresso e che avevo poggiato sul tavolino. Tiziana mi si era avvicinata e, con le manine serrate sul bracciolo della poltrona, aveva affermato: Cappuccino, tanto che, quasi a volermi scusare, m’ero affrettata a rispondere: “No, tesoro mio. È solo caffè!... Come ti chiami?” “Tiziana” mi aveva risposto lei immediata ed altrettanto prontamente mi aveva chiesto “E tu come ti chiami?”

“Clara, tesoro mio. Mi chiamo Clara…”

“Dove vai?”

“Vado a Faenza”

“Pure io”

“Vai dalla nonna?”

“No amore, non vado dalla tua nonna. Vado in un Museo, il Museo della ceramica di Faenza, lo conosci? Ci sei mai stata?”

“Perché vai al Museo?”

“Vado a vedere una mostra. Vuoi venire con me?”

“No!” aveva tagliato corto la bimba, che si era rivolta allora al suo papà, attirata questa volta da una valigia con le ruote, lasciata proprio di fianco al sedile della fila successiva alla sua. Giunta accanto al bagaglio di plastica, Tiziana aveva indugiato qualche attimo e, poco dopo, aveva detto apparentemente senza alcun significato: “Nonna… nonna”. Era stato il papà, a rendere intellegibile quell’associazione: “Sì, è proprio come la valigia di nonna Rosa che ti piace tanto. Ma questa qui, Tiziana, è la valigia del signore, non quella della nonna. Vieni qui!” aveva proseguito l’uomo senza perdere la pazienza. “Ritorna al tuo posto perché, adesso, il treno sta andando più veloce e tu non puoi rimanere qui in piedi, altrimenti cadi!”.

Il papà aveva tentato di riportare la bambina in direzione del sedile, ma quel proposito non era andato a buon fine, tanto che all’accenno di ritornare a sedersi Tiziana aveva mostrato tutta l’ostinazione di cui una creatura così piccola sa esser capace. “Va bene…” aveva, infine, detto l’uomo, “Io vado a sedermi, tu rimani qui, ma tieniti bene e non dare fastidio alle persone. Capito?”

“Si!” aveva risposto Tiziana con un’espressione simile a quella di chi pregusta ogni possibile vantaggio della riconquistata libertà.

“Attenta piccolina, stai attenta Attenta piccolina, stai attenta Attenta piccolina, stai attenta!”

Avevo rimesso gli occhi sulla pagina del mio catalogo, mentre la voce che avevo dentro, sebbene non sopita, sembrava essersi fatta appena più lieve, forse, perché la bimba era ritornata indietro alla fila dei sedili anteriori attirata da qualcosa di nuovo (la cui vista mi era inizialmente ostruita) ma che, per l’espressione di curiosità, stampata in faccia a Tiziana, costituiva per lei fonte di nuova e magnetica attrazione. Il motivo per il quale la bambina sembrava non volersi schiodare dalla posizione in cui si trovava, traballante e a cavallo tra le due carrozze, lo compresi poco dopo: era il giochino elettronico che un altro bambino, qualche anno più grande di lei ed in attesa di entrare nella toilette, teneva serrato nelle proprie mani, muovendo appena le dita sui tasti. Solo dopo varie richieste da parte della mamma, il bimbo pareva essersi arreso e lo avevo visto cedere a Tiziana quell’aggeggio per lei così stupefacente. La bambina però, come se fosse stata già paga di quanto aveva osservato sullo schermo di quel gioco - dopo qualche istante speso, forse, nel tentativo di comprendere la dinamica del prodigio elettronico - aveva riconsegnato il gioco alla mamma del bambino e s’era avviata, seguita a distanza dal genitore, alla perlustrazione del corridoio della nuova carrozza.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!” mi ripeteva incessante la voce dentro e benché provassi a non alzare più gli occhi cercando di riconquistare la concentrazione, l’allarme adesso mi pareva diventare sempre più incalzante.

“Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!” “Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!” “Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta! Attenta piccolina, stai attenta!”

È stato un sibilo inatteso, simile a quello che si ascolta quando il treno s’incrocia un altro treno che viaggia ad alta velocità nella direzione opposta. Ho avuto appena il tempo di realizzare che si trattava, invece, del rumore del pistone a pressione della porta del nostro vagone che inaspettatamente si è aperto durante la nostra corsa e, nello stesso momento, ho avvertito improvvisa la corrente d’aria gelida che da dietro la nuca ha attraversato da un capo all’altro l’intera carrozza. La voce ch’avevo dentro ha cominciato ad urlare ancor più forte a squarciagola: “Attentaaaa! Attentaaaaa!” .

È stato in quell’istante preciso che alla voce ch’avevo dentro di me si è sovrapposto il grido inaudito che m’ha spaccato per sempre il cuore: ed era il nome di una figlia - Tiziana - urlato per afferrare una bambina che improvvisamente non c’era già più.

Condividi post

Repost 0
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:

Commenta il post