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King Kong [Peter Jackson, 2005]: l'orrore della noia graficocomputerizzata.

6 Aprile 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

 

Il film parte come una commedia, con un Frank Joe Jack Black, o come si chiama, che conserva qualche sprazzo della sua solita ilarità, per poi diventare una specie di Heart of Darkness, di Cuore di tenebra, citato del resto nel film, edificando lentamente una tensione misteriosa, fino ad un approdo isolano vagamente alla Arthur Gordon Pym.
Fin qui, bello. Dal sacrificio in poi, e dall'apparire del "protagonista" inizia una discesa qualitativamente vertiginosa, ci si trova incastrati in uno di quei moderni incubi cinematografici in cui hanno assunto un equipe di programmatori di Playstation per girare il film, che sbanda verso un Jurassic Park mediocre e tecnicamente fatto un po' male con mostri e umani mal amalgamati, che corrono su piani diversi, come se fosse un aggiornamento all'era della computer grafica dei vecchi film mitologici con mostri di pongo o delle sequenze automobilistiche di una volta, in cui la strada e il paesaggio venivano visibilmente proiettati attorno all'auto, mentre le richieste di sospensione all'incredulità si fanno sempre più esose e insostenibili.
La facilità della grafica digitale porta spesso a indulgere in ridondanze inutili, nel tentare di ottenere qualche effetto sullo spettatore meramente mediante la tattica della cumulazione di bestie strane, faccende giganti varie, e in genere basandosi sul concetto "guardate, possiamo fare qualsiasi cosa, non è meraviglioso?", ecco: no, non lo è. Da una parte perché queste cose richiedono moderazione e dosaggio, dall'altra perché la computer graphics dà spesso una alienante sensazione di inconsistenza e di algida irrealtà. Siamo in una surrealtà cinematografica o in un videogioco della Playstation?
La creatura più spaventosa che si vede nell'arco del lungometraggio è infatti in definitiva il naso di Adrien Brody.
La quasi totalità della seconda parte si snoda attraverso una marea di scene d'azione inutili e snervanti. Frank Joe Jack Black (non ricordo il vero nome) interpreta un personaggio cinico, arrivista ed egoista, che nella seconda parte è praticamente monoespressivo: occhiata torva fissata su qualcosa o persa nel vuoto. Naomi Watts si cala nel ridicolo ruolo di una pervertita zoofila che si innamora di un gorilla di otto metri. E poi ti vengono a dire che le dimensioni non contano! È un peccato non ci siano scene più esplicite.
Adrien Brody è a sua volta un rincretinito innamorato di una ragazza da una mezz'oretta, ma già disposto a dare tutto il suo sangue per lei. Oltre a ciò, è uno scrittore di commediole che fa il supereroe nel tempo libero. Il finale interminabile sul Golgota dell'Empire State Building diventa un calvario, ma per lo spettatore
Film che parte bene, ma poi diventa stupido e prolisso, in concreto una marea di soldi sprecati – e tutto questo mentre i bambini del Biafra ancora non hanno una Playstation.

 

King Kong [Peter Jackson, 2005]: the horror of CGI boredom.

The film begins as a comedy, with a Frank Joe Jack Black, or whatever his name is, which preserves some flashes of his usual hilarity, then evolving into some kind of Heart of Darkness, after all explicity quoted in the movie, slowly building up a mysterious tension, until an island docking vaguley tasting of Arthur Gordon Pym.

So far, so good. From the sacrifice on, and since the appearance of the “star”, a vertiginous quality slope starts, you find yourself stuck in one of those modern cinematic nightmare in which they have enrolled an equipe of Playstation programmers to shoot the movie, which swings toward a mediocre Jurassic Park, technically a bit bad, with monsters and humans not so well amalgamated, running on different perspective planes, as if it was a computer era update of those old mythological movies made out of play dough, or of those automobile sequences of old, in which the road and the landscape were visibly projected around the car, while the suspension of disbelief requests are becoming increasingly exorbitant and untenable.

The ease of the computer graphics often leads to indulge into useless redundancy, in attempts to obtain some effects on the viewer merely through the tactic of accumulation of weird beasts, various giant things, and generally reveling on the “look at that! we can do whatever we want – isn't that wonderful?” concept. Listen: no, it's not. On one side because these things require moderation and calibration, on the other side because computer graphics often give an alienating feeling of volatility, inconsistency, and cold unreality. Are we in a cinematic surreality or in a Playstation videogame? The most frightening creature that you're going to see in the whole movie is ultimately Adrien Brody's nose. Almost the totality of the second part unwinds through a mass of worthless and exasperating action sequences. Frank Joe Black, I really can't remember his exact name, plays the role of a cynic, self serving, egotical character, which – in the second half – is pratically a monofaced guy: grim gaze focused on something or lost into nothing. Naomi Watts makes a fool of herself playing the part of a perverted zoophiliac falling in love with a 26 feet tall gorilla. And then they tell you that size doesn't matter! It's a pity that there's no explicit scene.

Adrien Brody in turn is a feeble-minded [a.k.a. idiot] that has fallen in love with a girl since half an hour but he's already ready to give all of his blood for her. Furthermore, he's a writer of mediocre playlets, which poses as superhero in his free time. The endless final sequence on the Golgotha of the Empire State Building is an ordeal, but for the spectator.

The movie starts okay, and then becomes silly and long-winded, factually a huge waste of money. And all this while the children of Biafra are still without a Playstation.

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