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Evelino Loi, "Non l'ho fatto apposta"

8 Aprile 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Posso dare solo un consiglio ai lettori: questo libro non vi annoierà, anzi, vi ricorderà di essere vivi, però ne sconsiglio vivamente la lettura ai bigotti, ai perbenisti, ai razzisti, agli omofobi, ma soprattutto ai deboli di cuore. Vi farà ridere, ma vi farà vedere il mondo da un’altra angolazione e vi suggerirà qualcosa su cui riflettere” dice lo scrittore Giulio Cesare Mameli, nell’introduzione all’opera, e non avrebbe potuto scrivere parole più adatte.

Ho incontrato Evelino Loi in un giorno di inizio aprile e, dandomi in dono questo libro, mi ha detto solo: «Mi raccomando, però, se appartieni a una delle categorie che nomina il signor Mameli nell’introduzione, non leggerlo nemmeno.»

Fin dalle prime pagine ci si rende conto che Evelino Loi, con tono disilluso e una punta di cinismo, ci sta dando in dono quella che è stata la sua vita senza addolcirla minimamente. Ne parla con ironia, a tratti, un’ironia sofferente che odora di ingiustizia, talvolta, ma anche di libertà.

È nudo e crudo, come si suol dire. Non ha paura di darci l’opportunità di entrare nella sua testa, anche quando il passato diviene torbido o scomodo.

Ci parla – in un modo che ricorda un racconto fatto davanti a un camino – della sua nascita, del fatto che pareva fosse nato morto e di come nessuno lo volesse battezzare.

Ci parla, come si fa ad amici d’infanzia, dell’alluvione del 1951 a Bari Sardo, del fratello che non mancava di punirlo e maltrattarlo, della mamma buona ma sfortunata, della prima partenza dall’amata isola.

Ci parla di quanto facesse male non avere un babbo accanto.

“[…] chiesi al padre che non avevo mai visto il perché non venisse mai a trovarmi. Perché? Mi comportavo male? Niente affatto. Andavo male a scuola? Non abbastanza da giustificare il suo comportamento.

Non ci viene difficile pensare al piccolo Evelino, triste per il fatto di non poter godere della vicinanza del babbo. Un bambino d’altri tempi, vivace e brillante, sveglio, scottato dalla vita ma ancora entusiasta. Gli manca suo padre, lo vede la notte, gli parla, gli domanda perché non sia lì a tendergli la mano ma non ottiene mai risposta. Suo padre è in una fredda cella per un reato poco grave ma che non gli ha lasciato scampo. Uscirà morto da quella prigione.

Non ci narra questi episodi chiedendo compassione, Evelino. Lo fa con risoluta fermezza, con tono canzonatorio. Si lascia andare a una narrazione burlesca, divertente. Durante la lettura ci capiterà spesso di sorridere; empaticamente, ci sentiremo un po’ amareggiati, un po’ abbattuti ma saremo anche dilettati dai toni disillusi e ironici con cui vengono farciti gli eventi.

Tuo babbo è in carcere, io con te non ci gioco. Ora, diciamoci la verità, avrei potuto staccare gli occhi dalla foglia, alzare il mento verso di lui, guardarlo negli occhi e dirgli Guarda che nessuno te lo ha chiesto. Oppure avrei potuto alzarmi, prenderlo per mano e dirgli Figlio mio, son cose che capitano, è giusto che a un uomo si dia una seconda possibilità, e poi noi chi siamo per poter giudicare gli altri? Lo avrei anche potuto ignorare. Invece fu una pompata di sangue improvvisa al cervello. […] Al primo calcio seguì il secondo, al secondo il terzo e mentre lui mi guardava come fossi indemoniato sentii improvvisamente la temperatura delle mie guance aumentare. Non era spuntato il sole. Era mia mamma bidella che mi stava prendendo a schiaffi e lo faceva con una sapienza e una maestria che non avevo mai visto prima. Di fronte a tutti.

Ci parla, poi, del suo viaggio alla volta della Capitale.

La sua è una partenza che sa di speranza e di sogni. Roma ai suoi occhi è perfetta, è il centro del mondo. Ci sarà spazio per quel ragazzino pieno di sogni nel cassetto, nella città che per lui è l’ombelico del mondo? Lasciando la propria bella isola, che comunque non smette di mancargli, almeno di tanto in tanto – “Raddrizzai la testa sul cuscino e pensai alla mia bella isola lontana, mi sembrava così vecchia e bella, soprattutto al mattino presto, quando il sole si stiracchiava dietro le colline” –, troverà quella pace che cerca?

“Stavo iniziando una nuova vita e non avevo voglia di condividerla con il passato.”

Ci parla della sua omosessualità liberamente, senza remore né problemi. I suoi amori, i suoi struggimenti, le sue passioni… tutto questo è nero su bianco, con una naturalezza che sa di giustizia, finalmente, di ragione, di libertà. Di amore universale… quello stesso amore universale che dovrebbe essere considerato sacro e che sarebbe bene difendere dagli attacchi di chi non è capace di vedere la bellezza nella varietà del mondo.

Poi arriva la prigione. Dura e senza scampo.

Avevo scagliato una pietra su un poliziotto, ferendolo. Questa era l’accusa. Io? Li guardai increduli.”

Chiuso in una cella, Evelino non sa che fare. Tutti i suoi sogni, tutti i suoi desideri, tutti i suoi pensieri devono rallentare, al ritmo cupo e lento di quella cella senza distrazioni.

Parte dalle prime detenzioni, quelle contraddistinte da una certa calma, da una certa tranquillità.

Felice, angosciato, stanco, stremato, speranzoso, giù di morale. Non aveva importanza, ero sempre lì, dentro quello spazio limitato.

L’idea di scrivere è sempre presente, come un mantello che lo copre e lo protegge. Quasi come fosse un bisogno. Quasi come fosse un obbligo. Vuole narrare al mondo intero quello che pensa, quello che vorrebbe fare e quello che fa realmente.

Il giorno dopo mi svegliai con l’idea di scrivere un libro sulle mie prigioni. Un’idea che mi era ronzata per la strada tutta la notte. Così di mattina presi carta e penna e quando Ettore mi chiese Cosa stai facendo?, glielo dissi chiaro e tondo. Orgoglioso. Scrivo un libro sulla mia detenzione. Mai lo avessi fatto. Quello iniziò a ridere come un cretino. Ma se hai fatto una settimana di carcere che cazzo devi scrivere? Rideva lui e faceva ridere pure gli altri. Neanche riusciva a respirare da quanto faceva lo spiritoso e io lo guardavo e speravo morisse da un momento all’altro così avrebbe smesso. Mi fecero passare tutta l’ispirazione.”

Ci parla di questo e di molto altro.

Delle sue avventure in Vaticano, della sua storia d’amore con un Monsignore, delle sue scalate di monumenti, coraggioso e senza freni.

Viene picchiato in carcere, fa a botte, manifesta per ideali precisi con forza e sentimento, si occupa di politica, lavora… non un attimo della sua vita è stato contraddistinto da quiete, da rassegnazione.

C’è sempre entusiasmo, voglia di mettersi in gioco.

C’è allegria – anche quando le cose non si mettono bene – e c’è realtà. C’è soprattutto realtà, traspira dalle pagine arrivando fino a noi.

 

 

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