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Rosalba Perrotta, "L'uroboro di corallo"

29 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

L'uroboro di corallo

Rosalba Perrotta

 

Salani, 2017

pp 324

Questo libro si legge alla svelta, scivola come acqua frizzante, no, anzi, come prosecco, e quindi alla fine uno si aspetterebbe qualcosa di più. Va bene l’uroboro, va bene la rinascita delle dame, ma qualcosa di più significativo dovrebbe pur arrivare.

Allora bisogna capire che la parte rilevante de L’uroboro di corallo, di Rosalba Perrotta, forse non è la trama, quanto, piuttosto, il modo in cui sono caratterizzati i personaggi, alcuni molto veri, altri quasi macchiette. La scrittura femminile rende avvincente anche una semplice concatenazione di gesti, come scegliere un abito, fare la valigia, preparare la tavola, cucinare. E di cose in questa storia ce ne sono tante, dai tarocchi all’antiquariato, dalla cucina, al canto.

Anastasia è una signora di settantuno anni che somiglia a Ingrid Bergman. Timida, repressa, “ammodo” e insicura, soffre per l’abbandono del marito archeologo, che l’ha lasciata con due figlie grandi, rifacendosi una vita con una donna più giovane. Le figlie sono adulte, ormai - Doriana pratica e Nuvola sognante - entrambe con problemi personali, hanno nei suoi confronti l’atteggiamento infastidito e protettivo che spesso si riscontra nei rapporti fra ragazze e madri avanti con gli anni. Grazie ad un’eredità, entra in possesso di Anastasia un palazzotto in un quartiere malfamato di Catania, appartenuto all’amante lituana (e sensitiva) del nonno, con annesse cianfrusaglie, fra le quali una spilla a forma di uroboro, simbolo di rinascita, molto ambita dal capo di una confraternita esoterica, tale cavalier Santospirito. Ognuno dei personaggi, Anastasia, Doriana, Nuvola, Igor Pastorello, Matteo etc, a suo modo è solo con i propri problemi, come siamo in fondo un po’ tutti. Doriana ha un marito depresso e un amante invadente, Nuvola non ha mai raccontato a nessuno perché si sia vista costretta a lasciare il fidanzato quasi sull’altare e, inoltre, soffre la lontananza dal padre. Tutto è raccontato con estrema leggerezza, con molta ironia. L’autrice sembra non prendere niente troppo sul serio ma, comunque, sa analizzare molto bene la psicologia dei vari caratteri.

La risurrezione di Anastasia sarà tale da portarla a contatto con persone che mai avrebbe pensato di poter frequentare, prime fra tutte le tre cugine continentali che sua madre le aveva sempre proibito di incontrare perché sconvenienti e bizzarre. Saranno proprio loro a introdurla a una nuova vita fatta di scoperte, di colloqui, di cultura e di viaggi. Dal momento in cui entra in possesso della spilla, ad Anastasia accadono solo cose piacevoli e uno stimolo interiore la induce a rinnovarsi, ritrovando persino un amore infantile, un bambino che l’aveva chiesta in moglie durante una recita scolastica. Non sappiamo se il progresso interiore e il ringiovanimento esteriore, se i nuovi corteggiatori e il ritrovato elan vital, dipendano davvero dai poteri magici dell’uroboro o se si tratti di un “effetto placebo”. Può darsi che la convinzione di avere un aiuto sovrannaturale spinga Anastasia ad agire in modo da attirare effettivamente eventi positivi. Dentro di lei le premesse c’erano, occorreva solo un impulso per tirarle fuori.

Se un significato c’è in questa storia, è il senso che può avere la vita nella terza età. Figlie distratte possono capire che una donna di settanta anni è ancora una persona, esattamente come loro? Che non può vivere solo stando attenta “a non rompersi un femore”? Che ha desideri, rimpianti e persino sogni? Che, alla fine, è sempre quella che era quando aveva la loro età? Forse invecchiare non è solo sbiadire, forse ci vorrebbero più opportunità e più considerazione per tutti. Una donna di settantuno anni ha ancora il diritto di disobbedire, quello che Anastasia non ha mai fatto nella vita. Intere generazioni di femmine sono cresciute obbedendo ai genitori prima, al marito e ai figli poi. Il loro momento non è mai giunto. La spilla con l’uroboro simboleggia la venuta di quel momento.

Sparsi nel testo ci sono anche altri temi non trascurabili, lasciati emergere tramite l’umorismo delicato che caratterizza la cifra dell’autrice, ad esempio il razzismo.

L’ambientazione è una Sicilia moderna, non legata ai soliti stereotipi ma molto caratterizzata e ancora preda di vecchi retaggi perbenistici, e persino di reminiscenze esoteriche. Fondamentale l’uso di termini dialettali.

Lo stile è vivace e ironico, si basa su dettagli molto concreti, come la tazza di Orzoro o gli arcani dei tarocchi, mescolati a suggestioni colte; la narrazione corale si fonda su un punto di vista rigorosamente circoscritto che ci fa conoscere i pensieri di tutti i protagonisti. Molto peculiari e realistici i dialoghi, dove a parlare è una persona sola. Abbiamo poi lettere, mail, canzoni.

Tutto vivace, “appetitoso”, spumeggiante… però, come dicevo, alla fine i fili della trama vengono tirati, anzi strattonati, troppo in fretta e la tanta carne al fuoco lascia a bocca asciutta.

Insomma, molto (spassoso) rumore per nulla.

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