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Che fine ha fatto?

1 Aprile 2017 , Scritto da Gianluca Pirozzi Con tag #gianluca pirozzi, #racconto

 
 
Racconto tratto da Storie liquide
di Gianluca Pirozzi, 2010
 
 
Appena alzato, con indosso ancora il pigiama, il viso riflesso nello
specchio del bagno, Giacomo fu incapace di tenere a bada i primi
ansiosi pensieri sull’approssimarsi di quella data. Meno d’una settimana,
soli cinque giorni a quel sabato cui tante volte aveva pensato.
Non che non ne fosse felice, ma sin dall’inizio aveva sperimentato
una certa difficoltà nel fronteggiare le piccole e grandi paure che la
prospettiva di una vita veramente a due gli aveva fatto balenare da
quando aveva preso quella decisione. Aveva accettato il consiglio di
rivolgersi ad un medico, un analista, per gestire l’angoscia che a volte
lo tormentava e solo adesso, dopo tre mesi, iniziava a sentirsi più forte
e determinato verso quella meta: il 7 luglio avrebbe sposato Alessandra
e sarebbe stato, per dirla con le parole del suo analista, all’«altezza
di questa nuova dimensione affettiva». Certo, a volte la paura di
poter compiere un passo falso tornava ad assalirlo. Era un sentimento
insidioso, che lo prendeva sin dal mattino e che gli occupava la
mente per il resto della giornata lasciandolo frastornato e confuso,
quasi fosse uno spettatore inerme di quel che intorno avrebbe potuto
accadergli e non uno degli interpreti principali.
Con queste preoccupazioni Giacomo si era svegliato quel mattino
ed ora era immobile, proprio lì di fronte alla sua immagine riflessa
nello specchio, pronto a radersi. La schiuma da barba appena stesa sul
viso, il braccio piegato verso l’alto e il rasoio poggiato appena sotto
la basetta, in procinto di compiere il primo movimento con gli occhi
immobili, fissi, puntati verso la guancia destra. Ma la sequenza di
quel rituale fu interrotta dallo squillo del telefono: Giacomo lasciò
scivolare il rasoio nell’acqua del lavandino per avviarsi mollemente
di là, verso il telefono.
«Gia’, sono Ale» e, dopo una brevissima pausa, �Buongiorno
amore, come stai? Volevo ricordarti che oggi abbiamo le prove da
Don Guido…». Silenzio dall’altra parte e poi ancora lei: «Ehi Giacomo,
mi senti?».
«Sì, ti sento» rispose Giacomo e dopo aver schiarito la voce «è che
mi sono appena alzato, mi stavo facendo la barba… Quel vino ieri
sera mi ha ammazzato… Ho mal di testa…».
«Scusa amore,» continuò la ragazza come non curandosi delle
parole di Giacomo «volevo chiederti se oggi puoi passare tu a prendermi
alle cinque perché mamma mi ha chiesto la macchina».
«Va bene, vengo io» rispose meccanicamente lui e dopo una breve
pausa «Ale, oggi non mi va proprio di andare alle prove: tutti questi
preparativi e so che alla fine sbaglierò ogni movimento…».
«Ma no che non ti sbagli, amore. E anche se non te li ricordi, non
se n’accorgerà nessuno. Guarda, in ogni caso, oggi non dobbiamo
riprovare tutto, dobbiamo solo…».
Ma Giacomo non le lasciò terminare la frase, provò a dirle con rinnovata
sofferenza: «Be’, Ale lo sai, io volevo una cerimonia un po’
più spontanea… invece, siamo già al quarto pomeriggio di prove in
chiesa… Mi dici come posso stare tranquillo se anche in chiesa devo
ricordarmi cosa fare?» le chiese seccato.
Un breve silenzio e Alessandra riprese con un tono anche lei più
serio: «Dai Giacomo, ma che c’entra? Questi sacrifici si fanno una
sola volta nella vita» replicò, come offesa.
«Parla per te! Magari per me è solo la prima volta… Per le prossime
volte prendo dimestichezza!» continuò Giacomo provando a
scherzare, ma l’unico risultato fu che lei s’irritò ancora di più.
«Molto simpatico, Giacomo. Molto!» ripeté secca Alessandra.
«Guarda, che scherzavo» rispose lui con un tono tenero, sperando
di riuscire ad addolcirla.
«Va bene amore, non litighiamo sin dal primo mattino! Un piccolo
sacrificio ancora. Va bene?» chiese lei.
«Va bene» rispose lui, la salutò, le diede appuntamento per il
pomeriggio e riagganciò. Giacomo risollevò nuovamente la cornetta,
pulì con la manica del pigiama la schiuma e ritornò in bagno. Lì terminò
la rasatura e iniziò a sciacquarsi il viso.
Lo faceva riempiendosi le mani d’acqua, ma anziché sporgersi
verso il lavandino, se ne allontanava, sollevando il busto perché, incurante
delle gocce che cadevano abbondanti sul pavimento, gli piaceva
lo schiaffo d’acqua ripetuto sulla faccia e la sensazione che provava
era per lui tanto più gradevole quanto maggiore era la distanza
dalla quale l’acqua lo colpiva in viso. Fra uno scroscio e l’altro, Giacomo
sollevava di più la testa per guardarsi riflesso nello specchio
mentre era ancora tutto bagnato.
Convinto di aver almeno in parte riconquistato le energie per
affrontare la giornata, Giacomo s’asciugò la faccia, si schiarì la voce
e riaprì il rubinetto per lavarsi i denti. Il getto sottile d’acqua, però, gli
fece sentire il bisogno di fare pipì. Posò lo spazzolino sul bordo del
lavandino, si voltò verso la tazza, sollevò con una mano la tavoletta,
infilò l’altra mano sotto la camicia, scostò l’elastico del pantalone
dalla pancia, calandosi appena un po’ giù il pigiama, portò la mano
per prenderlo e dirigere il getto.
Giacomo non lo capì immediatamente; pensò d’avere gli arti
ancora un po’ addormentati, come intorpiditi. Distese le dita, un
movimento rapido della mano prima in un senso, poi nell’altro, ma
nulla. Tutto era liscio! Nulla da prendere tra le dita: solo il suo ventre
caldo e liscio come la testa d’un cane. A questo punto Giacomo,
trattenendo il respiro, piegò la testa per scrutare con gli occhi quella
parte del suo corpo divenuta completamente piatta. A quella vista,
un grido d’orrore gli montò dallo stomaco, ma si fermò a un passo
dall’urlo. Indietreggiò come per allontanare se stesso da quella
visione inciampando nel bidet che gli era dietro. Rimase allora in
bilico per qualche secondo con le gambe divaricate, incapace di reagire,
come ingessato in quella posizione: un braccio piegato all’indietro
a cercare sostegno nella parete, l’altra mano annaspante in
cerca del lavandino, il capo reclinato sulla tazza del bagno. Fu grazie
a un conato di vomito rimandato indietro, che riprese la posizione
eretta. Si portò la mano alla bocca, ricacciò giù insieme alla saliva
anche il fiato, fino ad allora trattenuto, e si sedette sul bordo freddo
della vasca.
Rimase immobile per qualche istante con il pigiama ancora calato,
poi s’alzò di scatto e, guardando il proprio viso nello specchio,
s’avviò strisciando i piedi lungo il corridoio, fino alla camera da
letto. Qui, con le gambe semiaperte davanti all’armadio, sollevò la
giacca del pigiama e si guardò allo specchio: una strana figura, la
sua, gli si presentò riflessa sull’anta. Le due gambe lunghe e magre,
il ventre liscio solcato da una peluria appena più fitta nel mezzo,
l’addome muscoloso e… nient’altro. Giacomo si tirò su il pantalone
fulmineamente per coprire quella mostruosità e si lasciò cadere
all’indietro come se, improvvisamente, fosse incapace di compiere
qualsiasi movimento o pensiero: un momento di solo buio, poi riaprì
gli occhi fissando il soffitto e provò a rimettere insieme i pensieri per
darsi delle rassicurazioni. Non poteva essere accaduto sul serio ciò
che aveva visto. Era sicuramente un’allucinazione. Sì, un’allucinazione
dovuta proprio alla stanchezza di quel periodo, ai continui
impegni di lavoro. C’erano stati tutti quei preparativi per la cerimonia,
tutte le discussioni con Alessandra diventata così puntigliosa. Sì,
non era altro che esaurimento. Si trattava senz’altro del medesimo
stato confusionale in cui s’era trovato qualche anno prima, in occasione
della sua laurea, quando a pochi giorni dalla discussione della
tesi, uscendo dalla facoltà, non aveva più trovato la Golf che suo
padre gli aveva appena regalato. All’epoca, dopo solo pochi istanti
da quella spiacevole supposizione e proprio mentre era sul punto di
dare l’allarme, aveva visto di nuovo l’auto lì dove appena qualche
momento prima aveva temuto fosse sparita, proprio nel punto esatto
in cui l’aveva lasciata.

«Gli occhi a volte vedono cose che non ci sono o non riconoscono

quelle che ci stanno proprio di fronte. Sono illusioni dovute alla stanchezza

». Proprio questa frase che aveva sentito dal suo analista, senza

comprenderne realmente il significato, adesso gli girava nella testa.

Giacomo provò a rimanere immobile. Sollevò la schiena e si mise con

le gambe lungo la sponda del letto. Ora che si era seduto, la stoffa del

pigiama si era gonfiata sul davanti e dalla patta semiaperta gli pareva

di intravedere finalmente qualcosa.

Giacomo volle verificare subito: aprì la mano e provò immediatamente

a premere su quel gonfiore, ma di rimando ci fu solo una sensazione

d’inutile e vuota pressione. Ci provò ancora due volte. La

prima, senza guardare, strofinando la mano sulla stoffa del pigiama e,

poi, scostandosi di dosso il pantalone per tastarsi direttamente in

mezzo alle cosce. La seconda con gli occhi aperti, seduto sul letto e

rivolto allo specchio. Ma nulla: non c’era più! Era scomparso e lui

adesso era certo che non stesse affatto sognando. Perciò, l’unica cosa

da fare era quella di correre al più presto in ospedale, lì qualcuno

sarebbe riuscito ad aiutarlo. No, quella non era una buona idea. Cosa

avrebbero potuto dirgli in ospedale? E poi, come glielo avrebbe spiegato

agli infermieri? Magari in ospedale avrebbe avuto di fronte una

donna a cui dover riferire il suo problema, e come gliel’avrebbe

detto? Sicuramente, chiunque avesse avuto di fronte, uomo o donna,

non avrebbe capito… l’avrebbe preso certamente per un folle. Eh sì

– continuava Giacomo nel suo ragionamento angosciato – c’era il

rischio che i dottori, temendo d’avere di fronte uno squilibrato, potessero

addirittura rifiutarsi di prenderlo in esame. O no… forse valeva

la pena di tentare. Sì, era meglio andare subito al Pronto Soccorso,

senza perdere altro tempo prezioso. Doveva vestirsi. Doveva vestirsi

in fretta, prendere l’auto, fare benzina e correre cercando d’evitare di

farsi vedere in quello stato di angoscia. Doveva schivare il portiere, i

condomini del palazzo, chiunque al di fuori dei medici, perché lui,

Giacomo Salemi, aveva adesso, certamente, impressa sul viso un’espressione

troppo sconvolta per essere decifrata da persone che non

potevano prestargli aiuto. Occorreva, invece, un medico. Un medico

prima di tutto.

Giacomo prese dunque a vestirsi rapidamente, afferrò i pantaloni

e la camicia, che aveva indossato il giorno prima, dalla sedia in camera

da letto. Infilò i mocassini sbattendo più volte i talloni sulla

moquette per far risalire i colletti e si diresse in gran fretta all’ingresso.

Lì rimase un attimo immobile, guardò dallo spioncino, girò la

chiave nella serratura cercando di non far rumore e aprì, infine, la

porta di casa. Rimase di nuovo immobile sul pianerottolo per qualche

secondo, stringendo il mazzo di chiavi nella mano, e solo quando fu

certo che le scale fossero sgombre, iniziò a scenderle rapidamente.

Superò l’atrio del palazzo al pianterreno, svoltò a destra verso la porta

del garage e in meno d’un minuto era già seduto in auto, pronto a

uscire in strada in tutta fretta.

«Trenta euro, Mario, per favore» disse Giacomo a bordo dell’automobile

arrivando dal benzinaio.

«Certo dottor Salemi. Che le è successo, dormito male?» lo interrogò

con un sorriso l’uomo. Giacomo non rispose, guardò i numeri

sul distributore sovrapporsi veloci e pensò di essere stato uno stupido:

se voleva allontanarsi con discrezione e senza esser visto in quello

stato d’agitazione, avrebbe dovuto evitare di fare rifornimento proprio

sotto casa.

«Arrivederci» lo salutò l’uomo prendendo i soldi che Giacomo gli

stava porgendo. «Arrivederci, Mario» rispose Giacomo. Ingranò la

marcia e raggiunse l’incrocio.

Lì, al semaforo, in attesa del verde, Giacomo guardò nello specchietto

retrovisore e vide una donna al volante intenta a ripassarsi il

rossetto con movimenti circolari dell’indice. Quando lei smise di

compiere quell’operazione e parve guardarlo direttamente negli

occhi, Giacomo distolse immediatamente lo sguardo e tornò a controllare

il semaforo. Davanti a sé vide il gran cartellone pubblicitario

con l’immagine in bianco e nero di un giovane uomo, più o meno

della sua età, trascinato per la cravatta da una donna di cui si vedeva

solo il braccio che manteneva la presa. Sopra la foto campeggiava la

scritta: «Se oggi hai perso la rotta, non lasciarti prendere per la

gola!». Giacomo pensò che sarebbe stato meglio non farsi prendere

dal panico e, forse, conveniva calmarsi e rivolgersi a chi lo conoscesse

davvero bene. Sì, forse era meglio desistere dal proposito di andare

in ospedale, ci voleva piuttosto qualcuno di fiducia a cui poter parlare

con franchezza. Giacomo pensò dapprima al medico di famiglia.

Il dottor Spadacenta, lo conosceva bene, lo aveva curato sin dall’infanzia,

ma forse per una cosa simile era meglio non coinvolgere

immediatamente qualcuno vicino alla sua famiglia. Forse, la cosa

migliore da fare in una condizione come la sua sarebbe stata quella di

rivolgersi al suo analista. Certamente lui, il dottor Di Vittorio, avrebbe

saputo indicargli un modo razionale per affrontare quel problema.

O, forse, poteva chiamare proprio suo padre… No, non era una buona

idea, certamente anche lui gli avrebbe detto di andare in ospedale.

Che fare dunque? Giacomo non sapeva più a cosa appigliarsi, sentiva

improvvisamente la propria testa scoppiargli come per effetto di

un’enorme bolla d’acqua che gli stava diluendo ogni pensiero,

lasciandolo privo d’ogni determinazione logica. Gli occorreva un po’

di calma. Doveva recuperare la concentrazione. Doveva prima di tutto

capire esattamente cosa fosse accaduto. Dopo avrebbe preso una

decisione. Non doveva farsi sopraffare dallo spavento e dalla fretta di

eliminare il disagio. Era necessario avere calma. Come gli aveva insegnato

il suo analista, «non esiste una soluzione giusta, un percorso

obbligato da fare, ognuno ha la possibilità di individuare quella che è

la rotta a lui più congeniale alla soluzione dei problemi». E per fare

ciò le due condizioni essenziali sono la calma e l’assenza della paura,

perché «l’assenza di calma e la paura non hanno rispetto del tempo

che ogni opportuna soluzione richiede».

Sì. Ora aveva capito: la cosa da fare era proprio recuperare la tranquillità,

magari attraverso un po’ d’isolamento, una mezza giornata in

cui doveva provare a restare «da solo in contatto con il proprio problema

», così da poter trovare da solo la strada migliore… Ecco, sì, gli

occorreva un luogo tranquillo! Doveva allontanarsi dalla città, anche

solo per poche ore, per riflettere con meno paura. La soluzione?

Adesso ce l’aveva. Avrebbe imboccato il raccordo, da lì l’autostrada

per Firenze e in meno di un’ora sarebbe arrivato a Narni: il casale di

famiglia era il posto migliore per prendere la decisione. Lì, in solitudine,

lui avrebbe valutato cosa fare e una volta individuato il modo

più adatto di risolvere il problema, avrebbe fatto ritorno in città e

affrontato razionalmente la situazione.

Forse proprio quale conseguenza di quella rinnovata determinazione,

Giacomo sentì pian piano d’esser in grado di formulare nuovamente

pensieri logici. Accese lo stereo, accostò a destra, attese che

il semaforo di inversione di direzione fosse verde e iniziò a ripercorrere

la strada nel senso opposto. Salì sul cavalcavia della tangenziale

e si diresse verso il raccordo.

Una volta sull’autostrada, Giacomo poté fare un primo tratto di

strada abbastanza velocemente. Tutto il traffico era diretto nel senso

opposto, verso la città. In direzione nord, invece, le auto sembravano

viaggiare spedite e le corsie erano quasi deserte. Fu così fino a

Magliano Sabino, poi l’asfalto iniziò a riempirsi d’autocarri e di altre

autovetture. Giacomo decelerò, cercando di rimanere sempre sulla

corsia di sorpasso. Guardò l’orologio e calcolò che in quaranta

minuti al massimo sarebbe arrivato alla meta. Inspirò profondamente

e, ricacciando sonoramente l’aria dalla bocca, guardò il cielo sfilargli

davanti.

Preannunciate appena dalla luce improvvisa di un lampo e da un

tuono, pesanti gocce di pioggia cominciarono a cadere violente sul

vetro dell’auto, quasi fossero state scagliate proprio contro Giacomo,

a volerlo colpire in faccia. Grandi, tonde, gonfie, le gocce una volta

arrivate sul cristallo vi rimanevano attaccate senza sparire. Giacomo

guardò le prime atterrare grosse e restare immobili per qualche secondo

sul parabrezza, per espandersi frementi in tutte le direzioni. Toccò

la leva del tergicristallo per far partire le spazzole poi, con la visuale

nuovamente sgombra, schiacciò un po’ l’acceleratore per superare

una lunga fila di camion, fino a quando non si trovò proprio davanti

un’auto blu che solo qualche minuto prima gli aveva insistentemente

chiesto strada. Adesso, però, era Giacomo che gli si era fatto dietro

ma l’autista non pareva avere alcuna volontà di restituirgli la cortesia

spostandosi a destra. Innervosito per quell’ostinazione, Giacomo

decise di tentare il sorpasso da destra ma pure quella manovra si

rivelò inutile: l’altra vettura si spostò solo di poco, continuando a

viaggiare a cavallo delle due corsie. Giacomo premette allora il clacson,

diede un nuovo affondo e gli si fece ancora più sotto mantenendosi

a pochissima distanza dall’altra vettura. Per evitare d’essere tamponata,

l’auto si spostò alla fine sulla corsia di destra e Giacomo

cominciò il sorpasso.

Una volta superata l’auto blu, Giacomo lanciò lo sguardo nello

specchietto retrovisore per guardare l’altro guidatore. Vide allora la

testa dell’uomo oscillare in avanti, indietro e ancora in avanti, come

se stesse ridendo. Sì, era proprio così, stava proprio ridendo quel

figlio di puttana. Giacomo staccò il piede dall’acceleratore, si rimise

sulla corsia di destra e lasciò che l’altro gli si affiancasse nuovamente.

Ora le due auto avanzavano parallele come trainate da un

unico vettore. Quando fu certo di essere davvero in linea con l’altra

auto, Giacomo volse la testa verso sinistra così da fissare direttamente

in faccia quel tipo. Non lo comprese immediatamente, forse

per via degli occhiali da sole che l’uomo aveva sul naso, ma dopo

una prima incertezza, Giacomo riconobbe quel profilo e soprattutto

quel neo, proprio al centro della guancia destra. Scorse il sorriso

largo, appena schiumato agli angoli, gli occhiali spessi e soprattutto

l’anello al mignolo con lo stemma di famiglia… Non poteva trattarsi

che di lui…

Giacomo non ebbe neanche il tempo di domandarsi perché proprio

il dottor Di Vittorio, perché proprio il suo analista, si trovasse lì, alla

guida di un macchinone, spinto in un’assurda gara di velocità con lui.

Giacomo sentì la voce del suo medico parlargli attraverso lo stereo

dell’auto, coprendo la musica.

«Giacomo, mi sente? Giacomo, sono il dottor Di Vittorio, mi

ascolta?»

«Ma dov’è?» chiese Giacomo incredulo.

«Sono qui nell’auto accanto. Non mi ha visto?»

«Certo che l’ho vista. Ma come fa a parlarmi? Che ci fa qui?»

domandò Giacomo guardando ancora in direzione dell’auto.

«La smetta di farmi domande, Giacomo, e mi stia a sentire! Credo

che lei abbia perso qualcosa, o mi sbaglio?» lo interrogò il dottore.

«E lei come fa a saperlo, dottore?» rispose Giacomo.

«Ancora domande. La pianti, Giacomo, con le domande e mi

ascolti bene: io sono qui per aiutarla, anche se il tempo a sua disposizione

è quasi scaduto perché alle tredici ho un altro appuntamento

e devo rientrare allo studio. Però Giacomo, io sono qui per dirle che

sua madre ha quello che lei sta cercando.»

«Che cosa? Che cosa?» urlò Giacomo.

«È stato lei, Giacomo, a darglielo» rispose il dottore e continuò

«Sì, Giacomo! Gliel’ha dato lei ieri, prima di andare a cena con gli

amici. Non ricorda?».

«Ma dottore, che sta dicendo? Non la capisco. E che ne sa lei che

mi manca qualcosa?» ripeté Giacomo.

«Giacomo, ancora un’altra domanda ed io la lascio in balia dei

suoi dilemmi!» sentenziò serio il dottore.

«Ma come fa a saperlo dottore?» provò ancora Giacomo «Dottore,

io a mia madre non ho dato un bel nulla. Sì, è vero, ieri… ieri io sono

passato da lei nel pomeriggio, ma abbiamo preso un tè e io non le ho

dato nulla… almeno, non quello che pensa lei. Mi sente?… Dottor Di

Vittorio mi ha sentito?» urlò Giacomo.

«Certo la sento. Ma le ripeto Giacomo, sua madre ha quello che lei

adesso sta cercando. Se le interessa davvero, torni da sua madre e

vedrà che non mi sbaglio!» confermò il dottore. Poi dopo una breve

pausa: «Adesso la saluto Giacomo, devo rientrare a Roma. Ne riparleremo nel nostro incontro settimanale. Ci vediamo mercoledì alle

diciotto in punto… Arrivederci, Giacomo, e vada piano: non metta a

repentaglio la sua vita!» concluse il medico.

Giacomo ebbe appena il tempo di pronunciare un remissivo «Va

bene dottore». Vide poi l’auto dell’analista schizzare via davanti a sé.

Provò ad accelerare di nuovo, ma la sua auto adesso non era più capace

di riavvicinarsi all’altra vettura che si stava allontanando veloce.

Giacomo tentò di parlare ancora con il dottore, provando a rievocare

la voce toccando tutti i tasti del suo stereo, ma non riuscì a sentire

altro se non le note del CD che aveva messo prima.

Decise allora di rallentare, accostò nella corsia d’emergenza, mise

le quattro frecce e prese il cellulare che aveva sul sedile accanto. Tre

squilli e poi l’inizio del messaggio: «Questa è la segreteria telefonica

di casa Salemi, non siamo in casa…» chiuse. Sua madre era uscita,

forse per andare dal dietologo, come gli aveva detto il giorno prima.

Che fare allora? Giacomo doveva parlare con lei, posò il cellulare

rimise le mani al volante pronto ad andare da lei.

«Buongiorno dottor Salemi» lo accolse sorridendo il portiere…

«Ero salito per portare la posta a sua madre, credo però che sia

uscita. Non mi ha risposto nessuno. Lei ha le chiavi vero?» continuò

l’uomo.

«Sì, sì, certo Antonio. Devo solo prendere una cosa che ho dimenticato

ieri» rispose Giacomo quasi giustificandosi mentre richiudeva

le porte dell’ascensore.

«Arrivederci» lo salutò il portiere.

«Arrivederci» rispose frettolosamente Giacomo premendo il pulsante

del quinto piano.

Una volta in casa, benché avesse trovato la porta chiusa a doppia

mandata, Giacomo non rinunciò a chiamare la madre ad alta voce.

Attraversò il corridoio sporgendosi prima in cucina, poi in camera da

letto, ispezionò rapidamente lo studio e poi entrò nel salone.

«Mamma… mamma, ci sei?» provò a chiamarla aggirandosi tra i

divani e la biblioteca, dirigendosi verso il terrazzo, ma non udì alcuna risposta. Si voltò dal lato della stanza dove il pomeriggio del giorno

precedente avevano preso il tè. Il carrello era stato rimesso al suo

posto dietro le poltrone e tutto sembrava come al solito in ordine, le

poltrone dove s’erano seduti erano state riaccostate alla parete, anche

se i cuscini non erano stati ancora battuti e rigonfiati come faceva la

madre. Le sagome di Giacomo e di sua madre erano ancora impresse

sul velluto verde, come se i loro corpi se ne fossero appena allontanati.

Giacomo ripercorse con la mente quanto accaduto, ma l’unico

evento notabile di quel pomeriggio in cui era passato per il solito

saluto era stato il fatto che lui avesse rovesciato il tè sul tappeto. Ma

a parte tale episodio, tutto gli pareva essere accaduto secondo il

copione consueto. Eppure l’analista era stato chiaro: «Sua madre ha

ciò che lei sta cercando. È stato lei a darglielo, ieri!» gli aveva detto.

Giacomo tornò in corridoio lanciando sguardi veloci nelle varie

stanze, verso il bagno e, infine, al ripostiglio. Pronto ad andare via,

riattraversò l’ingresso: fu allora che la sua mente gli restituì l’immagine

di qualcosa di singolare che aveva appena visto. Si voltò indietro,

entrò nel bagno, avanzò in direzione della finestra, guardò prima fuori

gli alberi nel parco, poi verso l’uscita. Ma ora che si trovava di fianco

al lavandino, fu attratto dai riflessi del sole che, dalla superficie

dell’acqua immobile nella vasca, si proiettavano sulle piastrelle e

rimbalzavano dalla ceramica azzurra allo specchio sul lavandino. Lì,

al centro di quella vasca, immobile e galleggiante, eppure come ancora

dotato di una vita, Giacomo poté finalmente vedere ciò che stava

cercando. S’avvicinò al bordo con l’impulso d’afferrarlo subito.

Provò ad allungare la mano, ma una sensazione di immediata repulsione

lo bloccò. Trattenne allora il respiro, s’inginocchiò sul pavimento

e immerse la mano nell’acqua. Proprio per effetto dello spostamento

d’acqua, il suo membro, fino a quel momento immobile con

il prepuzio rivolto all’insù, si immerse appena nell’acqua per riemergere

ondeggiante verso il bordo opposto della vasca. Giacomo tirò

fuori la mano dall’acqua, se la passò in fretta sulla coscia, quindi la

riavvicinò nuovamente con l’indice teso.

Il primo contatto non gli produsse nessuna sensazione tattile, nulla

di decifrabile. Giacomo si fece coraggio, immerse di nuovo la mano

nell’acqua, ruotò con lentezza il palmo sotto, proprio in corrispondenza

dell’organo e, quasi stesse manovrando un retino, sollevò il suo

membro fuori dell’acqua. Rimase così qualche momento con la mano

semiaperta e il braccio poggiato sul bordo della vasca, poi s’alzò,

muovendosi con attenzione afferrò con l’altra mano l’asciugamano,

lo stese sulla tavoletta del water e vi adagiò delicatamente il proprio

pene. Prese il cellulare e con le dita ancora umide iniziò a comporre

il numero dello studio del dottor Di Vittorio.

«Buongiorno, studio del dottor…» gli rispose una voce di donna.

«Buongiorno signorina, sono Giacomo Salemi… avrei bisogno di

parlare urgentemente col dottore» disse con ansia.

«Mi spiace dottor Salemi, ma il dottor Di Vittorio è arrivato da

poco e ha iniziato subito la seduta, in questo momento è già impegnato

con un paziente» spiegò cortesemente la donna.

«La faccio richiamare, dottor Salemi, non appena il dottore termina,

va bene? Oppure, può provare a richiamare lei dopo le diciannove:

a quell’ora il dottor Di Vittorio dovrebbe aver finito» spiegò la

segretaria.

«La prego signorina, so che il dottore è molto impegnato, ma io ho

bisogno… ho bisogno…» s’interruppe deglutendo e poi riprese «ho

bisogno di parlargli subito. Non posso aspettare. È veramente molto

importante; non mi permetterei di disturbare, ma le ripeto è vitale che

io gli parli subito. Subito!» concluse Giacomo.

«Attenda, provo a vedere se mi risponde…» disse la donna.

Giacomo aspettò qualche secondo, poi finalmente sentì il dottore

chiedergli con voce chiara: «Ha visto, Giacomo, che avevo ragione?

Lo ha trovato da sua madre, non è vero? Ne ero certo!».

«Sì, dottore… ma lei…» provò Giacomo, ma fu immediatamente

interrotto dal medico.

«Allora tutto risolto, Giacomo. Bene, sono contento. Lo conservi

bene, per adesso, poi mercoledì prossimo, quando ci incontriamo,

vedremo come affrontare il problema. Per adesso provi a distrarsi e

mi raccomodo, Giacomo, non drammatizzi, faccia piuttosto gli esercizi

come le ho insegnato, adesso sa come si fanno, no? È un esperto

oramai! Vedrà che tutto si risolverà!» disse con tono fiducioso

l’analista.

«Ma dottore?…» cercò d’insistere Giacomo e poi supplichevolmente

«Io, io… come faccio? Devo sposarmi tra pochi giorni».

Ma il dottore l’interruppe immediatamente: «Lo so, lo so, Giacomo,

ma prima di mercoledì per me è impossibile incontrarla, sono pieno di

appuntamenti, poi da domani fino a martedì sarò fuori. Non si preoccupi,

Giacomo, mercoledì mettiamo tutto a posto: si tratta di pazientare

un pochino. La saluto, a presto, Giacomo» concluse il medico.

«Dottore… dottore» provò ancora a trattenerlo, ma la conversazione

era già terminata. Giacomo guardò ancora interdetto lo schermo

del cellulare, poi selezionò il numero di Alessandra.

«Buongiorno, mi passa il 379, la dottoressa Rinaldi, per piacere?»

disse tutto d’un fiato al centralinista.

«Attenda, prego» rispose la voce all’altro capo del telefono.

«Pronto?» chiese Alessandra.

«Pronto Ale, sono Giacomo» disse lui.

«Ciao Giacomo, ma che è successo? Ero in riunione» domandò la

ragazza.

«Ale, devo parlarti subito, puoi raggiungermi a casa di mamma?»

«Certo, certo. Ma cosa è successo?» chiese lei preoccupata.

«Non posso dirtelo al telefono, e non c’è bisogno che anche tu ti

agiti. Però sbrigati, vieni qua a casa di mia madre, ti devo dire una

cosa molto importante» replicò Giacomo.

«Giacomo, ma stai bene? È successo qualcosa a tua madre?» disse

Alessandra in cerca di rassicurazione.

«No, mamma sta bene. Adesso lei non c’è. È dal dietologo,

credo…» spiegò Giacomo.

«E tu che ci fai lì?» lo interruppe Alessandra.

«Te lo dico appena vieni. Ti aspetto qui, vieni subito?» chiese lui.

«Va bene, va bene, ma io posso essere da te non prima di una mezzora

amore. Aspettami, arrivo. Tu stai calmo, aspettami. Arrivo» lo

rassicurò Alessandra prima di riagganciare.

Giacomo spense il cellulare, scrutò per alcuni secondi la sua

immagine immobile nello specchio, si avvicinò alla tazza e lo vide lì,

adagiato sull’asciugamano. Lo osservò nuovamente qualche istante,

infine, lo prese di nuovo in mano, sollevò il coperchio della tazza e lo

fece rotolare dentro. L’acqua del fondo emise soltanto un rumore

sordo. Schiacciò lo scarico e rimase lì ad attendere che lo scroscio

dell’acqua terminasse.

Un paio di gocce gli erano rimbalzate sui mocassini. Giacomo

strappò un pezzo di carta, s’asciugò con un movimento lento le scarpe,

si voltò, ritornò in salone e si sedette sulla poltrona.

Rimase fermo, sprofondato sul cuscino con pochi e stanchi pensieri,

gli occhi assenti, rivolti alla parete sul fondo. Quando il suono

ripetuto del citofono lo svegliò dal torpore, s’alzò stordito per dirigersi

all’ingresso.

«Pronto?» disse portandosi la cornetta all’orecchio.

«Sono io, amore» annunciò Alessandra.

Schiacciò il pulsante della porta aprì la porta e si diresse come per

tornare in salone ma, come sorpreso dallo stimolo di fare la pipì,

entrò il bagno. Fu in quel momento, appena il tempo di tirare giù la

cerniera e scostare l’elastico delle mutande che Giacomo se lo ritrovò

tra le mani.

Lo guardò appena qualche istante. Provò a girarlo quasi per vedere

che fosse tornato realmente a posto e s’ispezionò sotto i testicoli.

Il rumore dei passi affrettati di Alessandra che lo stava chiamando

dall’ingresso, lo costrinsero ad abbandonare quelle operazioni, risollevò

le mutande mentre lei stava ancora chiedendo: «Amore, amore…

Giacomo dove sei?».

«Che è successo, Giacomo, dimmi?» domandò la ragazza raggiungendolo

sulla soglia del bagno.

«Nulla amore!» rispose impacciato lui.

«Come nulla? Mi hai detto che mi volevi parlare, amore… Mi

sono scapicollata per arrivare qua e mi dici che non è successo nulla!»

protestò Alessandra.

«Amore non ti arrabbiare… Oggi non sono andato in ufficio, perché

volevo pensare a noi e… ho capito che ti amo tanto e volevo dirtelo!

» le sospirò Giacomo. Lei gli si avvicinò. «Ma dici sul serio,

amore?» gli chiese ancora. «Certo tesoro mio!» annuì Giacomo, le si

avvicinò di più, l’abbracciò e iniziò a baciarla appassionatamente.

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