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Un piatto da servire freddo

3 Marzo 2017 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #racconto

 

 

 

Bastava così! Quella volta aveva davvero passato il segno e lui se l'era legata al dito. Per sempre!

Tuttavia, come insegnano le pagine più ciniche di Sun Tzu e di Machiavelli, aveva covato il rancore cieco che l'avrebbe condotto all'atto finale, celandolo, come un pokerista provetto, dietro la faccia bonacciona di sempre.

Continuava ad abbozzare ai suoi scherzi sul lavoro, anche i più incresciosi, con un risolino educato, come se il tutto gli scivolasse addosso, mentre in realtà anche il più piccolo gesto, dallo svitare il salino a mensa e poi passarglielo ad appoggiargli due colli di bottiglia contro gli pneumatici dell'auto posata nel parcheggio per i dipendenti, non faceva che alimentare quella sua rabbia sbavante, in continua paziente attesa di poter deflagrare in tutta la sua spietata violenza.

I suoi modi non smisero mai d'essere più che amichevoli. Questo non per inettitudine o scarsa prontezza di risposta: faceva tutto parte di una sua tattica. Doveva tenerselo buono affinché si fidasse di lui, così da poterlo attirare in trappola e farcelo cascare dentro con tutte le scarpe.

L'occasione si presentò all'inizio della stagione sciistica.

Differenti per carattere, punti di vista, gusti musicali, li univano giusto due cose: il posto di lavoro e, appunto, la passione per lo sci.

Col più largo sorriso che gli venisse e lo sguardo più buono che riuscisse a esprimere, lo invitò alla domenica organizzata dalle Frecce Azzurre cittadine dalle parti di Gressoney. Quello accettò senza pensarci un minuto, ringraziando con una calda stretta di mano.

Imbacuccati ed equipaggiati come da protocollo, si imbarcarono sul pullman granturismo che cominciava appena ad albeggiare.

Giunti sul posto, si incodarono tutti quanti per salire in vetta a bordo della telecabina.

In cima al Monte Rosa, ben conoscendo la competitività che contraddistingueva quell'altro, lo sfidò a un fuoripista dei più spericolati. Il collega acconsentì, muovendo appena le labbra lucide di burrocacao coi brillantini.

Senza farsi notare, si defilarono dal gruppo e si spinsero verso il loro destino.

Quando furono nei pressi di una pineta la costeggiarono, seguendo uno stretto percorso che dava su uno strapiombo.

Nel punto più elevato, lui, da dietro, spinse l'altro giù per il burrone, gridandogli: «Ehi tu, stronzo, sai perché l'ho fatto? Perché tu quella volta davanti a tutti hai osato...»

Trumpt! Un rumore sordo interruppe le sue parole. Lo aveva prodotto il corpo del suo collega, atterrato su uno spuntone di roccia.

Aveva fatto male i calcoli, nonostante avesse organizzato e pregustato quel momento per mesi: al momento buono, mentre lui si dilungava troppo nelle spiegazioni, la caduta era stata più rapida del previsto.

“Ma… cribbio! A che è servito vendicarsi se il maledetto manco ha fatto in tempo a capire perché lo stessi punendo?” non faceva che ripetersi, fissando sconsolato quel puntino scuro in mezzo alla distesa candida di neve fresca, che era poi il cadavere del collega, morto sul colpo.

 

 

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