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‘TERAPIA INTELLIGENTE’, INTERVISTA ALLO SCIENZIATO SANNITA ANTONIO IAVARONE

8 Agosto 2016 , Scritto da Lidia Santoro Con tag #interviste, #medicina, #lidia santoro

‘TERAPIA INTELLIGENTE’, INTERVISTA ALLO SCIENZIATO SANNITA ANTONIO IAVARONE

Come sappiamo grandi passi avanti sono stati fatti nella ricerca per contrastare il tumore al cervello e l’autore di un’eccellente scoperta è il neuroscienziato beneventano Antonio Iavarone, Professore di Patologia presso la Columbia University di New York, che, con il suo team, ha testato gli effetti positivi ottenuti dalla somministrazione di un farmaco in grado di bersagliare una molecola anomala che rende ancora più aggressivo il tumore al cervello. Gli scienziati ritengono che ‘neutralizzando’ questa proteina si riuscirà a bloccare la crescita del tumore. Un obiettivo cui il team sta lavorando.

Ecco, dunque, di seguito pubblicata l’intervista fatta da Lidia Santoro allo scienziato Iavarone per ‘Hevelius’:

Lidia Santoro: Vorrei poter fare una premessa e credo che anche Lei sia d’accordo, se ricordo bene le Sue risposte ad alcune interviste: non desidero toccare l’argomento della fuga dei cervelli, la sua dolorosa scelta (dolorosa per Lei, ma anche per noi). Parliamo invece delle Sue importanti scoperte, che possono cambiare completamente le prospettive drammatiche che ci terrorizzano quando sentiamo parlare di tumori?

Antonio Iavarone: Circa la mia scelta non dovrei fare altro che ripetermi; sono d’accordo, parliamo di medicina. Prima però vorrei sottolineare come in Italia e soprattutto nel Sud si avverta un certo fatalismo, nel senso che in presenza di un tumore, soprattutto se particolarmente aggressivo, non ci sia niente da fare se non rassegnarsi, fatalismo associato a una situazione disastrosa per la mancanza di nuove possibilità terapeutiche, per cui ci si affida a cure assolutamente non scientifiche o a viaggi che non possiamo neanche definire della speranza, ma della distruzione. Occorrerebbe invece una maggiore disponibilità e sensibilità, per investire risorse e portare la sanità a livelli più competitivi. A tutto ciò si aggiunge l’ignoranza del problema, per cui di fronte a determinate patologie, o si avverte l’irrimediabilità o si ricorre alla “pillola” miracolosa. E vorrei mettere in evidenza come numerose siano le richieste di aiuto che ci provengono dall’Italia, richieste che dobbiamo necessariamente deludere con delle risposte dolorose e difficili. Sarebbe necessario invece che si creassero nuovi centri di ricerca, per poter studiare sul posto con le tecnologie necessarie, le giuste soluzioni terapeutiche, proprio perché i tumori variano a secondo delle aree geografiche e degli agenti cancerogeni e quindi sarebbe auspicabile che i centri di ricerca fossero sul luogo, per migliorare la qualità degli interventi diagnostici e terapeutici e quindi migliorare l’aspettativa di vita dei pazienti oncologici.

LS: Parliamo delle cellule staminali, cioè di quelle cellule ancora indifferenziate, che, se ben “istruite” possono trasformarsi, assumendo capacità e funzioni diverse. Gli scienziati sono entusiasti perché potrebbero aprire la strada alla cura di malattie come l’infarto, il morbo di Parkinson e l’Alzheimer. Intanto, in Italia e pure in Germania è vietata l’estrazione di cellule staminali da un embrione umano. Il cordone ombelicale, ad esempio, non può essere conservato per uso privato, ma donato in banche pubbliche per usi futuri, non personali. Invece in Inghilterra e, credo, in altri vari paesi, l’uso delle staminali estratte dall’embrione umano è perfettamente legale. Cosa pensa sull’argomento?

AI: E’ chiaro che le staminali rappresentano la grande speranza per malattie neurodegenerative quali il Parkinson e l’Alzheimer. Naturalmente non c’è niente di sbagliato o di poco etico nel fare ricerche su questo tipo di cellule, il cui utilizzo è indirizzato solo a risolvere appunto patologie invalidanti. Per altri tipi di applicazioni, quali la clonazione umana, c’è l’assoluta percezione che non sarebbero né utili, né appropriati a livello etico e morale. Le decisioni e le regolamentazioni sull’utilizzo delle staminali non devono essere assunte dai singoli paesi: in questo caso sarebbero assolutamente inutili e direi antistoriche. Penso che sia importante invece stabilire delle regole che siano accettate dalla comunità scientifica internazionale. Se queste ricerche vengono osteggiate e rese illegali, si rischia di frenare la ricerca dimostrando incompetenza e arretratezza.

LS: Una volta fu chiesto a uno scienziato che cosa fosse auspicabile per godere di una buona salute. Egli rispose “Soprattutto avere dei buoni antenati”. Naturalmente credo che le ascendenze non siano risolutive: è ovvio che occorrono anche stile di vita, esercizi fisici e giusta alimentazione. E intanto le nostre terre a vocazione agricola, a vocazione turistica, naturalmente belle, sono avvelenate sistematicamente sotto gli occhi di tutti, da nord a sud, senza distinzioni geografiche. Mentre aspettiamo che sia trovata un’adeguata soluzione per la gestione e la sorveglianza del territorio, noi, inermi, rimaniamo vittime di tali disastri. Ma solo noi contemporanei o anche i nostri discendenti? Come conseguenza lasceremo tragiche eredità? Trasmetteremo alterazioni genetiche e quindi mutazioni?

AI: Per quanto riguarda i tumori concorrono un insieme di fattori: oltre a quello ambientale e genetico interviene la casualità, in un ambiente altamente inquinato saranno attaccati gli organismi più predisposti, quelli più fragili. In una situazione di disastro ambientale, come nel sud e in Campania, in questo momento, c’è un’incidenza molto elevata di tumori, non escludendo naturalmente le altre regioni. La situazione nella “terra dei fuochi” è notevolmente pericolosa, né cambierà nei prossimi anni purtroppo. Siamo di fronte a un disastro irreversibile, per le generazioni di oggi, ma anche per quelle future, una realtà che probabilmente non è riscontrabile in nessun altro paese del mondo.

LS: I suoi studi e le sue ricerche riguardano soprattutto i tumori al cervello, anzi di un sottogruppo molto specifico di tumori, tra i più maligni, conosciuto come glioblastoma multiforme. Voglio sperare che la sua ricerca oggi riguarda questo tumore in particolare, ma che poi gli studi avanzeranno nell’adozione di terapie che riguardino una gamma più vasta di patologie. E’ noto che i tumori cerebrali hanno una suddivisione in primari e metastatici, se si sono originati nel cervello o se hanno avuto origine in altri organi del corpo. Per il patologo e per il ricercatore vi è differenza ai fini della terapia?

AI: Molti tipi di tumori possono diffondersi al cervello, partendo da altri organi e per questo sono detti metastatici e hanno una terapia diversa a secondo del tessuto coinvolto, della sede originaria del tumore e di altri fattori. Il concetto primario per la terapia è rappresentato dal tessuto da cui origina il tumore e anche dall’area geografica interessata. Si parla sempre di personal terapy, di terapia personalizzata, nel senso che la natura dei tumori dipende anche dal tessuto interessato, dall’individuo, dall’area di origine. Ecco perché è assolutamente inutile e anzi dannoso poter pensare di ricorrere a una terapia unica, a un farmaco in assoluto, ma occorrono seri istituti di ricerca che esaminino la patologia e ne indichino il corso terapeutico.

LS: Mi concedo un momento di frivolezza: qualche anno fa il ricercatore giapponese Shinya Yamanaka scoprì una tecnica che gli valse il Nobel e che consisteva nel ricondurre una cellula adulta allo stato embrionale. Una tecnica di ringiovanimento che ha un’importanza notevole nella cura di patologie serie. Ringiovanimento delle cellule. Quindi sorge spontanea la domanda: questa tecnica non può avere impieghi più effimeri, aiutando noi donne (e non solo!) a migliorare il proprio aspetto e di conseguenza il proprio benessere psicologico?

AI: Ci sono possibilità di ringiovanimento probabilmente, derivanti da altri campi di ricerca, ma non dallo studio di Yamamaka. Per quanto riguarda gli studi di Yamamaka essi rappresentano una tappa importante perché una cellula matura può essere riprogrammata in cellula staminale: non cellule pluripotenti, ma cellule pluripotenti indotte (IPS). Una tappa importante dicevo, perché le cellule adulte del paziente stesso possono essere prelevate, quindi senza problemi etici, e fatte specializzare nel tipo di tessuto richiesto, soprattutto nella cura di malattie degenerative. Naturalmente l’utilizzo di queste cellule, salvo alcune patologie, come malattie del sangue e della cornea, è ancora fonte di studio. Nel futuro sicuramente potranno essere utilizzate per riparare qualsiasi tipo di tessuto, dal cardiaco al nervoso, ma oggi non esiste ancora una tecnologia che consenta di usare ordinariamente le cellule staminali.

LS: Mentre preparo le domande per Lei, mi ricordo di un altro scienziato, Renato Dulbecco e di alcune analogie: meridionale, ricerche in America e studi sul cancro. Lei lo ha conosciuto? Ricordo in particolare che nonostante sia stato un protagonista di scoperte di rilevanza mondiale, non aveva mai perso la gioia di vivere e il senso dell’humour e alla notevole età di 95 anni salì sul palco di S. Remo, palcoscenico dell’effimero e del leggero, per presentare alcuni brani, con la sua solita intelligenza, classe e discrezione. Com’è il professore Antonio Iavarone quando è lontano dagli studi e dalla ricerca?

AI: Conoscevo bene Renato Dulbecco e lo frequentai quando venni in America. Intorno agli anni 2000 tornò in Italia, perché aveva desiderio, non della sua terra ma di cambiare qualcosa, di migliorare la situazione sanitaria locale e di raccogliere fondi per la ricerca. Per cinque anni, ha presentato, relazionato, frequentato salotti, insomma si è reso visibile. Alla fine tornò in America in una situazione di assoluta delusione e incapacità di poter ottenere i risultati sperati. Per quanto riguarda me: mi piace molto leggere libri di storia contemporanea, la politica mi attira e mi respinge, ho imparato ad amare l’opera frequentando il Metropolitan. Purtroppo però i miei ritmi lavorativi sono pressanti e mi concedono poco tempo libero.

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