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2016 che anno di merda!

15 Agosto 2016 , Scritto da Francesca Romana Con tag #racconto

2016 che anno di merda!

“2016 che anno di merda!” È cominciato male, ricordi Stefano? Eravamo insieme, come ogni anno da tredici anni ormai, al veglione di San Silvestro con tutti i colleghi: vino, vestiti eleganti, mutande rosse che portano bene, poi a mezzanotte il brindisi. Io, come sempre, ho alzato il calice e ho guardato verso di te, ma tu eri girato da un'altra parte. Seguendo il tuo sguardo, l'ho vista la biondina tutto pepe, la nuova recluta con dieci anni meno di me, che da quando era arrivata, due mesi prima, faceva strage di cuori. Era fasciata in un tubino nero che le mozzava il respiro e le tette rifatte le schizzavano fuori dalla scollatura. Ho avuto un triste presentimento, poi tu ti sei girato, hai abbassato lo sguardo, eri imbarazzato ed è stato lì che ho pensato per la prima volta “2016 che anno di merda!” e invece ad alta voce ho detto “auguri amore!” tu hai farfugliato qualcosa e poi mi hai portata in pista. Mi tenevi stretta aggrappandoti a me come un naufrago si terrebbe alla zattera, ma la marea ti stava portando lontano e ho iniziato a sentire freddo.

Che freddo di merda ho avuto per due mesi giorno e notte: un brivido che mi percorreva dentro e mi faceva battere i denti, non mi scaldavano maglioni e termosifoni, il gelo era sceso nel mio cuore e aspettavo la primavera , sperando che tu tornassi da me. Furono due mesi di bugie a cui fingevo di credere, sessanta giorni in cui ti inventavi cambi di turno per uscire all'improvviso, straordinari fuori programma per tornare a notte fonda. E io zitta a tremare di freddo nel letto da sola, o era paura? Una folle paura di perderti, di ammettere che il tuo sorriso più dolce non era più solo per me. Abbiamo fatto anche l'amore qualche volta. Oh, sì, ti piaceva farlo con me, io sapevo come farti impazzire e tu sopra di me eri libero, eri te stesso, eri padrone. L'avevamo fatto anche meglio di altre volte, forse perché io cercavo di godermi ogni attimo come fosse l'ultimo e tu pensavi a lei. Avevamo goduto a lungo ed eravamo rimasti fianco a fianco in silenzio, spossati, sudati, senza parole e dopo io avevo sentito di nuovo freddo.

Poi una sera sei tornato e non so come hai trovato il coraggio “Romi, io amo un'altra. Ti lascio, mi dispiace...” e hai iniziato con una serie di scuse interminabili a dire che non volevi farmi soffrire, mentre io tremavo sempre di più, che non avresti mai pensato che potesse succedere e nel mentre mi strappavi il cuore, lo gettavi a terra, lo calpestavi. “2016 che anno di merda!” fu l'unica cosa che riuscii a dire, ma non piansi, non davanti a te. Piansi dopo per ore, per giorni, mentre realizzavo il vuoto della mia vita. Piansi dopo, quando ti dicevo che potevi passare a prendere le tue cose che io sarei stata fuori e invece ti guardavo portare via le valigie nascosta dietro l'angolo di Piazza del Popolo. Dio quanto eri bello e Dio solo sa quanto ti ho amato.

Ho provato a voltare pagina, ti giuro. Cercai di reagire, di non pensarti, uscivo con le amiche, ho anche accettato di farmi accompagnare a casa da Giorgio, ricordi? Mi moriva dietro da sempre, ma una volta seduto sul divano con me ha capito anche lui che non avrei mai potuto lasciare che nemmeno mi sfiorasse con un dito e se ne andato mogio mogio, promettendomi amicizia, affetto incondizionato e poi non si è fatto più vedere. Ma chissenefrega di Giorgio, di Carlo e di chiunque altro, tu non c'eri più e la casa era vuota, la doccia pulita, il letto mai disfatto, e a volte provavo, appena entrata, a restare un attimo in silenzio immaginando di sentirti cantare mentre spadellavi frittate o cuocevi spaghetti. Provai ad odiarti ma ancora non ci riuscivo. Speravo che saresti tornato e volevo essere pronta, non potevo cancellarti dal mio cuore.

Poi un giorno, un collega, sai uno di quelli che si professano amici di tutti ma non sai mai di chi veramente lo sono, si avvicina e mi fa “ senti Occhi di gatto...”, questo era il mio soprannome fra i vecchi dell'ambiente, ” io ti sono amico e non posso tacere, tanto presto o tardi lo scopriresti da sola , sai...”, cercava le parole e io lo fissavo interrogativa, ” la donna di Stefano è incinta” disse e, mentre lui continuava a parlare con tono compassionevole, cercando di farmi coraggio, io non lo ascoltavo più. La testa mi ronzava “2016 che anno di merda!” non sentivo più nulla, solo un ronzio, come se un calabrone mi avesse punto il cervello e si stesse gonfiando, mi sarebbe scoppiato e presto avrebbe fatto schizzare gli occhi e la materia grigia sarebbe uscita dalle orbite, colando a terra goccia a goccia, lasciandomi vuota, ebete, senza più sentimenti né pulsioni, senza gioe né dolori. Presto sarebbe tutto finito.

Feci un sorriso forzato e girai le spalle, uscendo ti incontrai sul cancello, stavi montando in servizio e io smontavo, erano quattro mesi che ci avevano organizzato i turni in modo che non dovessimo mai incontrarci. Incrociai il tuo sguardo. eri contento, stavi pensando a lei e ti si mozzò il sorriso sulle labbra. Finalmente ti odiavo, dai miei occhi uscivano fiamme e mi accorsi che per un attimo avesti paura. Mi fissavi a bocca aperta, io passai oltre e, fatti pochi passi, ti chiamai ad alta voce: “Stefano!”. Ti girasti sorpreso e il cellulare ti colpì in piena fronte. Era stato il tuo ultimo regalo, conteneva tutte le nostre fotografie, i nostri ricordi e non volevo tenerlo con me.

Il giorno dopo mi presi un turno di ferie, tu eri smontato dalla notte e dormivi da lei, venni sotto casa e mi fermai su una panchina. Mi ero portata una bottiglia di vino e iniziai a bere, brindavo a voi, alla vostra salute, al bambino che avrebbe allietato la vostra vita e brindavo al “2016, davvero un anno di merda!” . Bevvi tanto, troppo, non bastò una bottiglia, ne comprai un'altra ed era quasi buio quando, dopo un'intera giornata passata a bere senza mangiare nulla, arrivai di nuovo barcollando davanti casa vostra e iniziai a urlare sotto la finestra “vieni giù uomo di merda! Vieni a dirmi in faccia che farai un figlio con la tua puttana” e in quel preciso momento scoppiai a piangere, caddi in ginocchio e piansi.

Non so come ero tornata sulla panchina e lì mi raccolse un collega con la volante, raggiunto dalla telefonata che avevi fatto tu per segnalare le mie molestie. Ero fradicia di pioggia, ubriaca marcia e avevo freddo “2016 che anno di merda” gli dissi soltanto e mi addormentai in auto mentre mi portava in Questura. O forse fu un dormiveglia in cui rivissi attimo per attimo quel lontano giorno in cui avevo perso la nostra bambina. Ricordi Stefano? Ero incinta di cinque mesi, tutto andava bene poi all'improvviso una fitta lancinante in fondo alla pancia e quel rivolo di sangue che mi scendeva lungo la coscia. Il panico mentre mi portavi in ospedale, il dolore, quando mi dissero che era morta. La vidi sai? Era piccolissima e rosa, credo di essere morta un poco anch'io quel giorno e forse è morto anche il nostro amore con lei. Niente fu più come prima, io che volevo riprovarci a tutti i costi, tu che rifiutavi. Avevi paura per me o chissà forse per te, non ci dicemmo mai niente, ma i sensi di colpa uccisero giorno dopo giorno il nostro rapporto. Ora l'avresti avuta con lei la “nostra” bambina, non si perdonano certe cose.

Arrivata in Questura ero sveglia, piangevo, il trucco sciolto che colava sul viso e tremavo, tremavo di nuovo come una foglia in balia del vento. Il capo mi prese da parte, mi fece la paternale, mi voleva bene, mi ha sempre stimato, aiutato e mi assicurò che non ci sarebbe stata denuncia da parte di Stefano anche se gli avevo sfregiato la macchina con la chiave, anche se aveva un bernoccolo in testa per via del cellulare la sera prima, mi assicurò che non ci sarebbero stati nemmeno provvedimenti disciplinari, ma io dovevo promettere che mai più mi sarei avvicinata a lui e che avrei fatto subito domanda di trasferimento e che avrei accettato di incontrare la psicologa che segue chi ha problemi di stress a causa del servizio. Non ricordavo di averti graffiato la macchina, non ero sicura, allora guardai la chiave di casa nostra e vi trovai tracce di vernice blu, la stessa della tua auto.

Accettai ogni condizione. Incontrai la psicologa e, mentre aspettavo il trasferimento, non uscii mai di casa se non per lavoro, non un uomo, non un sorriso. Rientravo in casa e mi chiudevo in camera mia, davanti al PC. Mi inventai una realtà virtuale, un uomo dolcissimo e meraviglioso che mi amava, che mi copriva di attenzioni e la sera facevo l'amore con lui a distanza, non pensavo più a Stefano, seguivo i colloqui con la psicologa e ricominciai a lavorare con impegno. Stavo guarendo. Appena finito il turno correvo da lui, lui mi aspettava. Non mi avrebbe mai fatto soffrire, poi una sera si è rotto il computer, niente schermo, niente collegamento, niente più uomo dei miei sogni. “2016 che anno di merda”. Fu proprio quella sera che suonasti alla porta, avevi dimenticato qualcosa nell'armadio e mi chiedevi di entrare, ti scusavi per non aver avvertito, ma tanto sapevi che ero sempre in casa, fu così che mentre fingevo di sorriderti, ti presi alle spalle e ti colpii con violenza alla testa con la tua mazza da baseball, proprio quella che eri venuto a cercare e che non trovavi nell'armadio.

Ora sei lì disteso a terra, una pozza di sangue sotto la testa, mi guardi e mi ascolti attentamente con gli occhi spalancati. Sei tutto mio un'altra volta, sei qui e non te ne andrai mai più, aspetteremo insieme che arrivi l'estate.

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