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Luca Raimondi, "Se avessi previsto tutto questo"

22 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Luca Raimondi, "Se avessi previsto tutto questo"

Se avessi previsto tutto questo

Luca Raimondi

Edizioni Il Foglio, 2013

pp 233

15,00

Questo genere di romanzi suscita interesse non per la trama e nemmeno per lo stile che, pur corretto, è originale solo nell’alternanza fra colloquiale e scolastico. Semmai come specchio, più che di una generazione – Se avessi previsto tutto questo, di Luca Raimondi, è ambientato negli anni novanta, a raccontarcelo ci sono tanti piccoli particolari e la colonna sonora musicale – piuttosto di un clima, di un’atmosfera, riconducibile a quella odierna, di giovani immersi in un precariato che non è solo lavorativo ma si estende a tutti gli aspetti della vita, dallo studio, all’etica, ai sentimenti. È un precariato morale, di valori, di interessi, di cultura, di passioni. Una generazione che va dagli anni novanta fino al 2016, che ingloba diciottenni e quarantenni e si caratterizza per un assenza di centro, di riferimenti, di coinvolgimento reale. Una generazione che galleggia nel vuoto, con una depressione strisciante e un’assenza totale di scopo o direzione.

Il lavoro non c’è e nemmeno si cerca. Lo studio non piace, si resta parcheggiati in università per darsi un tono e perché si pensa di meritare “qualcosa di più" di una occupazione manuale. Le giornate consistono in un ciondolare qua e là, fingendo di fare, pronti ad interrompersi al minimo richiamo e a rimandare gli impegni. Il tempo si srotola inutile fino a sera, quando si parte alla ricerca di compagnia, che non è mai amicizia vera, e di alcol, di droga, di sesso. In cima a tutto c’è il mito dell’amore ma, in realtà, l’impegno spaventa.

Carlo Piras, il protagonista di questo romanzo, è un personaggio tutto sommato sgradevole, pronto a tradire i suoi amici cercando di soffiar loro la ragazza. La sua mancanza di scrupoli ci sembra troppo dichiarata e sincera, ci pone di fronte a zone della nostra umanità che preferiremmo non vedere. Chi di noi non ha mai spiato il partner o la partner di un'amica o un amico, sperando che quegli occhi si posassero su di noi invece che sul fidanzato o la fidanzata legittimi?

Carlo Piras non è innamorato, ha solo bisogno di uscire dalla sua condizione di timido gregario, asociale e fuori posto ovunque.

"Carlo prova ancora una volta la sensazione di trovasi da solo in mezzo alla folla, di essere un'anima che cerca qualche raccordo con il mondo ma non lo trova, forse perché non lo desidera abbastanza ." (pag 48)

Paradossalmente, ottiene status e dignità solo alla fine, quando dà il peggio di sé ma lo fa senza vergogna o finte remore, dichiarando apertamente le sue brame. L’ironia con cui l’autore lo guarda non basta, però, a rendercelo simpatico.

La parte migliore del romanzo è data dalla poetica della nostalgia, onnipresente e trasversale nella scrittura di questo inizio millennio, dove tutto finisce troppo in fretta e la paura di perdere quel poco che abbiamo avuto o siamo stati accomuna giovani e vecchi. Mentre la vita ancora ha da prender forma, la nostalgia, la bestia che ci azzanna e non ci molla mai, è già in agguato.

"I suoi ex compagni appartengono a un'epoca scandita da rituali che non sono più in vigore: la campanella delle otto e trenta, le interrogazioni dei prof, le discussioni durante i dieci minuti dell'intervallo, le ore di educazione fisica trascorse a passeggiare al centro sportivo parlando del più e del meno. Momenti, attimi, che non si ripresenteranno più. E ora che i loro destini sono, al di là dell'attuale apparenza, divergenti, non si riesce a ricreare l'atmosfera di una volta e non rimane che il triste e un po' patetico tentativo di retrocedee all'atmosfera di quei cinque anni trascorsi assieme." (pag 168)

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