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Duecento anni di orgoglio e pregiudizio

25 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Sono passati più di duecento anni dalla pubblicazine di Pride and Prejudice di Jane Austen, un romanzo che non fu mai associato al nome dell’autrice durante la sua vita; per tutti, la Austen era, e rimaneva, la scrittrice di Ragione e Sentimento.

Eppure non c’è romanziere, inglese ma non solo, che non faccia in qualche modo riferimento a questo libro. Elisabeth Bennet e Mr Darcy fanno parte dell’immaginario britannico, dai continui riferimenti in pellicole e testi di successo - ne parlano Meg Ryan e Tom Hanks in C’è posta per te, scambiandosi tenere mail, ne sono una versione goffa e pasticciona Bridget Jones e Marc, guarda caso, Darcy - alle innumerevoli versioni holliwoodiane e bolliwoodiane che ne sono state tratte, per finire con la recente rivisitazione in chiave zombie, questo libro è nel dna anglosassone.

Terminato nel 1797, dopo una pausa fra la prima e la seconda versione durata ben quattordici anni, e pubblicato nel 1813, non molto prima della morte dell’autrice, il romanzo si pone a cavallo fra settecento e ottocento, fra illuminismo e romanticismo.

La vita della Austen fu breve e ritirata, Praz, nella sua Storia della Letteratura inglese ne fa un ritratto che è, a nostro avviso, è una delle più brutte pagine di critica letteraria mai scritte. Tratteggia una donnina repressa, mai baciata da nessuno, la cui più grande emozione è quella del ballo. E meno male che poi si riscatta paragonandola a Vermeer, per l’attenzione ai particolari, per i ritratti d’ambiente e di personaggi al chiuso e all’aperto, nei salotti e nei prati.

Ammiriamo nella Austen,” ci dice, “la linda stesura notarile, la puntualità delle azioni e reazioni, come l’estremo limite dell’antiromantico, oltre il quale non c’è più arte ma mero discorso logico.”

Certo è che quello descritto dalla Austen nei suoi romanzi – pochi, a dire il vero, ma tutti pietre miliari della storia della letteratura anglosassone (Emma, Sense and Sensibility, Northranger Abbey, Persuasion) - è, in effetti, un ecosistema ristretto, tre o quattro famiglie in zona rurale, lontane dalla scintillante capitale, dedite ai balli stagionali e alle visite reciproche. Conversation pieces, li definisce il Praz. La politica rimane fuori, gli avvenimenti storici sono lontani, il clangore delle battaglie non arriva nelle residenze di pietra, nella tranquilla campagna inglese, nei pascoli e nei boschi dove si passeggia motteggiando, dove i comportamenti e i vizi di certa borghesia dell’epoca sono messi sotto la lente d’ingrandimento e distorti, ridicolizzati, ingigantiti.

Niente a che vedere con i romanzi di Smollett, di Richardson, di De Foe, niente di picaresco in Jane Austen, piuttosto di arguto, di salace, di pensato. Conversazioni garbate, molto di quel witticism che era ancora sulla scia del Pope e di Sterne, molto di sensato, di ragionevole, di proper, che deriva dalla saggistica illuminista. Ma se il secolo dei lumi tramonta, già si profila all’orizzonte l’impeto romantico – certo non declinato qui in Sturm und Drang o nel tumulto delle passioni brontiane – e la Austen, suo malgrado, ne risente, e il sentimento trapela, da un gesto, da una parola, da un dispiacere soffuso, da un tormento del cuore.

Il pregiudizio è quello di Elisabeth, secondogenita della famiglia Bennet, intelligente e ribelle come il padre, il cui unico difetto è il lasciarsi influenzare dalle prime impressioni. Non a caso il titolo originario del romanzo era First Impressions.

Mr Darcy già precorre l’eroe romantico, tenebroso come il Rochester di Jane Eyre, bello, ricco e intrigante com’è nel sogno di ogni femmina dalla preistoria ad oggi. È suo l’orgoglio del titolo, che lo porta a lottare contro il suo stesso sentimento per Elisabeth, a reprimerlo, non considerando la famiglia di lei all’altezza della propria.

Appartiene a loro lo spirito preromantico, mentre alla ridda di personaggi deformati dall’occhio critico, simili a figure della commedia goldoniana o del teatro di Moliere, compete l’aura settecentesca.

Sta proprio in questo, secondo noi, nel contrasto fra “ragione e sentimento”, il fascino che ancora oggi fa di Orgoglio e pregiudizio uno dei romanzi più letti al mondo.

More than two hundred years have passed since the publication of Pride and Prejudice by Jane Austen, a novel that was never associated with the author's name during her lifetime; for all, Austen was, and remained, the writer of Sense and Sensibility.

Yet there is no novelist, English but not only, who does not refer in any way to this book. Elisabeth Bennet and Mr Darcy are part of the British imagination, with continual references in films and successful texts - Meg Ryan and Tom Hanks talk about it in You’ve got mail, exchanging tender mail, Bridget Jones and Marc, coincidentally, Darcy, are an awkward and clumsy version - to the countless Holliwoodian and Bolliwoodian versions that have been drawn, to end with the recent reinterpretation in a zombie key, this book is in the Anglo-Saxon DNA.

Completed in 1797, after a pause between the first and second versions that lasted for fourteen years, and published in 1813, not long before the author's death, the novel straddles the eighteenth and nineteenth centuries, between Enlightenment and Romanticism.

Austen's life was short and withdrawn, Praz, in his History of English Literature, makes a portrait of her which is, in our opinion, one of the ugliest pages of literary criticism ever written. He outlines a repressed woman, never kissed by anyone, whose greatest emotion is that of dancing. Luckily it is redeemed by comparing it to Vermeer, for the attention to detail, for the portraits of the environment and characters indoors and outdoors, in the living rooms and lawns.

"We admire in Austen," he tells us, "the neat drafting of the notary, the punctuality of the actions and reactions, like the extreme limit of the anti-romantic, beyond which there is no longer art but a mere logical discourse."

What is certain is that what Austen described in her novels - few, to be honest, but all milestones in the history of Anglo-Saxon literature (Emma, ​​Sense and Sensibility, Northranger Abbey, Persuasion) - is, in fact, a restricted ecosystem, three or four families in a rural area, far from the glittering capital, dedicated to seasonal dances and reciprocal visits. Conversation pieces, defines them Praz. Politics remain outside, historical events are far away, the clang of the battles does not arrive in the stone residences, in the quiet English countryside, in the pastures and in the woods where you stroll around, where the behaviors and vices of a certain bourgeoisie of the time are put under the magnifying glass and distorted, ridiculed.

Nothing to do with the novels of Smollett, Richardson, De Foe, nothing picaresque in Jane Austen, rather witty, salacious, thoughtful. Polite conversations, much of that witticism that was still in the wake of the Pope and Sterne, very sensible, reasonable, proper, which derives from the Enlightenment nonfiction. But if the century of lights fades, the romantic impetus is already looming - certainly not declined here in Sturm und Drang or in the turmoil of the Brontian passions - and Austen, in spite of herself, suffers, and the feeling transpires, from a gesture, a word, a suffused sorrow, a torment of the heart.

The prejudice is that of Elisabeth, second daughter of the Bennet family, intelligent and rebellious like her father, whose only flaw is being influenced by first impressions. It is no coincidence that the original title of the novel was First Impressions.

Mr Darcy already anticipates the romantic hero, as dark as Jane Eyre's Rochester, beautiful, rich and intriguing as it is in the dream of every female from prehistory to today. His is the pride of the title, which leads him to fight against his own feeling for Elisabeth, to repress it, not considering her family at the height of his own.

The pre-romantic spirit belongs to them, while the eighteenth-century aura belongs to the crowd of characters deformed by the critical eye, similar to figures from the Goldonian comedy or the theater of Moliere.

It is precisely in this, in our opinion, in the contrast between "reason and feeling", the charm that still makes Pride and prejudice one of the most widely read novels in the world.

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