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Strampalario di Natale, parte quarta

14 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto, #unasettimanamagica

Strampalario di Natale, parte quarta

Un allarme antiaereo. Che spaccava i timpani. Quella era la voce di Dino Salamè, dall’altra parte della cornetta. Il direttore della casa editrice aveva alzato il ricevitore dopo almeno venti squilli. Perché la mattina di Natale, alle 7 e 25, lui se ne stava ancora nel mondo dei sogni. Non come quell’insonne pazzo di Salamè. Che ora gli stava urlando nell’orecchio ogni sorta di improperi.

«Disgraziato maledetto! Furfante farabutto!!! Mi vuoi rovinare? Dillo che mi vuoi rovinare! La mia ultima opera! Pidocchioso illetterato! Troglodita! Che se non fosse stato per me, per i miei libri, la “Ca’ Story” non esisterebbe nemmeno! Bandito disonesto! Ladro di polli! Ma con chi credi di avere a che fare? Io ti rovino! Ti rovino, com’è vero che sono Dino Salamèèèè!», e qui lo scrittore, volente o nolente, aveva dovuto prendere fiato.

Il direttore ne aveva approfittato per rispondere a quei vaneggiamenti e a quegli insulti di cui non capiva assolutamente il motivo.

«Ohè, datti una calmata, Dino bello! Di che blateri? Il tuo libro l’abbiamo curato come fosse un neonato. È così che dimostri la tua riconoscenza? È così che apprezzi tutte le notti in bianco passate da me e dagli altri alla casa editrice, perché il tuo libro uscisse per Natale? Buono a sapersi! Sono stufo delle tue lune e delle tue scenate. Se le cose stanno così, rescindo il contratto. Pago la penale e tu ti trovi un altro editore disposto a farti da zerbino. Ma che dico, mica solo da zerbino, anche da lucidascarpe. Elettrico. A spazzole rotanti. Perché è così che ci tratti ormai, pallone gonfiato! E ti ricordo che i soldi per la tua auto decapottabile all’ultima moda, li ho anticipati io. Salda il tuo debito con me o ti trascino in tribunale anche per questo!»,

Dino Salamè, per tutta risposta, prese a ripassare ad alta voce l’albero genealogico per parte di madre del direttore, dall’editto di Costantinopoli ai giorni nostri.

Il direttore non ci vide più. Potevano toccargli tutto. Ma non metter in dubbio l’onestà di sua madre, quella santa donna. Così mentre urlava nella cornetta: «Impìccati, Salamè, buono solo per le frasi nei Baci Perugina!», sentì dall’altra parte Dino singhiozzare disperato: «Non riattaccare, sono sotto assedio!», ma il direttore chiuse la comunicazione.

«È sotto assedio, il coglionazzo deficiente! Tutte se le inventa, quella primadonna isterica!», sbottò il direttore, mentre si accendeva una sigaretta. Poi scostò le tende del soggiorno, guardò in strada, aprì la finestra, urlò all’edicolante in piazza: «Sandro! Portami su i soliti quattro quotidiani! Sbrigati!», si lasciò cadere sul divano e accese la televisione.

In quel momento, mentre scorrevano le immagini del telegiornale del mattino, realizzò il vero significato dell’ultima frase disperata che Dino Salamè aveva esclamato al telefono. Stavano trasmettendo la diretta della protesta che una trentina di lettori avevano già organizzato sotto la casa dello scrittore. Pernacchie, fischi, chi urlava «Scendi giù!», chi invece tuonava, perché voleva che gli venissero restituiti i soldi del libro. E tutti, sventolavano alta sulla testa una copia del libro che aveva una copertina precisa identica all’ultimo lavoro di Salamè. Non fosse stato altro che per il titolo: “Fuffa e ragnatele”.

Il direttore si sfregò gli occhi incredulo. Pensò che si trattasse di una messa in scena, di un fotomontaggio. Guardò meglio, ma l’immagine non accennava a cambiare. Corse nello studio, dove, sul tavolo, rientrato la sera prima dalla presentazione, aveva appoggiato una scatola piena di libri di Dino. Ne estrasse uno. “Fuffa e ragnatele”. Ebbe un giramento di testa e la vista gli si annebbiò. Si sedette. Poi, iniziò febbrilmente a svuotare la scatola, controllando i titoli in copertina. “Fuffa e ragnatele”, “Fuffa e ragnatele”, “Fuffa e ragnatele”, “Fuffa e ragnatele”… Quelle tre parole sembravano lo sbuffo di una locomotiva a vapore che iniziava ad accelerare, le ruote stridevano sui binari, l’albero di trasmissione in acciaio mordeva le traversine, il treno si lanciava in una corsa inarrestabile, da togliere letteralmente il fiato… andandosi a schiantare nel buio più assoluto.

«Sciùr dutùr… cos’è che è successo? Si sente male?»

Il direttore sentì l’odore del dopobarba di Sandro, l’edicolante. Aprì gli occhi e realizzò che era finito lungo e disteso. Sandro, chinato su di lui, gli tastava il polso.

«Vuole che chiami un’ambulanza?»

«Lascia stare, Sandro, un mancamento. Solo un po’ di stanchezza.», ebbe la forza di rispondere.

«Avrà mica sbattuto la testa? Sente male da qualche parte? Guardi, dottore che a me non costa niente chiamare un medico», povero Sandro, non poteva immaginare…

«No, grazie, Sandro, aiutami solo a rialzarmi e a mettermi sul divano. Tutto bene. Un po’ di riposo e poi passa tutto», il direttore si sentiva come uscito da una centrifuga.

«Va bene, come vuole lei. I giornali glieli ho messi sul tavolo. E guardi che quando sono salito, la porta non era mica chiusa a chiave, sa? Faccia più attenzione. Con tutti i brutti ceffi che girano, non si sa mai. Anche se questa volta, nella distrazione è stato un bene che io sia riuscito a entrare, visto che lei non sarebbe riuscito ad aprirmi. Meglio così, va’.», Sandro allungò un cuscino al direttore, perché se lo mettesse dietro alla schiena.

«Sicuro che non devo passare più tardi, per vedere come sta?»

Il direttore fece cenno di no con la mano.

«Al limite le porto un po’ di brodo di cappone che ha fatto mia moglie. Con i cappelletti. Per far sangue e riprendersi meglio.»

Ma il direttore non ne volle sapere. Ringraziò Sandro e gli disse di non preoccuparsi. Che tornasse pure all’edicola, gli spiaceva non poterlo accompagnare alla porta, ma tanto Sandro la strada la conosceva.

«Buon Natale, dottore!», gli disse Sandro, prima di infilare le scale.

«Buon Natale, Sandro. Buon Natale. E grazie», rispose il direttore con un filo di voce.

Meno male che Sandro l’aveva aiutato a sedersi sul divano. Perché quando allungò la mano e prese il primo quotidiano nel mucchio sul tavolo, leggendo il titolo in prima pagina, lo prese la nausea. Mentre il giornale planava sul pavimento, squillò il cellulare. Il direttore ebbe la sbadataggine di rispondere.

Dall’altra parte del filo, qualcuno che sembrava soffrire di adenoidi e che parlava a nome del Padre Priore del Santuario di Bò lo invitava imperiosamente a restituire le statue dei tre Re Magi entro il primo pomeriggio di quella giornata, pena una denuncia per “appropriazione indebita di beni della Chiesa”. Il direttore non ebbe nemmeno il tempo di rispondere. Si sentì il “click” impietoso che terminava la comunicazione.

«E io dove lo trovo un autotrasportatore la mattina di Natale?», aveva chiesto ad alta voce il direttore. Ma parlava solo con se stesso e quando se ne accorse, si avvilì ancora di più.

Forse la televisione gli sarebbe stata d’aiuto per pensare ad altro. La accese, ma sul primo canale un critico letterario ben noto nell’ambiente, stava già montando il caso di “Fuffa e ragnatele”. Raggiunto al telefono dai giornalisti, non gli era parso vero di poter dare fondo alla sua prolissa malevolenza:

«Ho letto “Comete e tripudi”. Prima della “metamorfosi”, diciamo così, poco prima che venisse distribuito. Che dire? Nelle duecentocinquantotto pagine di auto-sbrodolamento – passatemi il termine - che ci ha voluto regalare Salamè, le occorrenze delle parole “comete” e “tripudi” erano, in totale, ben centosettanta. Vi rendete conto? Una cometa e un tripudio ogni pagina e mezza. Ora, non è cambiato solo il titolo del libro. No! Perché queste due parole, rileggendo le pagine nella loro nuova forma, sono state sostituite in tutto il testo! E il risultato è strabiliante! Unico nel suo genere! Salamè, finalmente esce allo scoperto! Sentite qua, cosa scrive già nella prefazione: “Miei cari, fedeli lettori. Questa la mia ultima opera in termini di tempo che ho deciso di donarvi. Piena di “fuffa”, di “ragnatele”. Perché voi, che mi seguite da così tanti anni, che esigete il bello, il sublime, di cui io riesco a permeare le pagine dei miei libri, meritate solo “fuffa” e “ragnatele”. Perché questo siete in grado di capire e apprezzare. Solo questo. Vi sono momenti nella vita in cui un uomo, un vero uomo, deve guardare in faccia alla realtà. Per me, per voi, questo momento è giunto. Fatidico. Ineluttabile. Io so scrivere solo di “fuffa”, perché nella mia vita ho vissuto solo in mezzo a “ragnatele”. Che voglio condividere con voi. Perché anche voi vi muovete tra “fuffa” e “ragnatele”, sin dalla nascita. Solamente, non ve ne siete ancora resi conto. E io voglio sollevare il velo dai vostri occhi. Lentamente, inesorabilmente. Sì, anche voi, anche voi, credetemi, vivete di “fuffa” e “ragnatele”!” … E questa è solo la prefazione! Ma vi rendete conto? Dino Salamè dichiara subito che i suoi lettori sono dei pezzenti ignoranti, come lo è lui, d’altronde! Più che una trovata commerciale, credo che sia una confessione accorata del Salamè, stanco di indossare la maschera dello scrittore illuminato, che peraltro non è mai stato. Una confessione salvifica in extremis… Credo che stia uscendo di scena…»

Il direttore era orripilato. Ma come era potuto succedere? Cosa, soprattutto era successo in quelle poche ore, dalla presentazione del libro alla vigilia, fino alla mattina di Natale?

Spense subito la televisione. Spense il cellulare e staccò il telefono. Avrebbe voluto non esistere più. Dissolversi. Ma non poteva. Iniziò a piangere come un bambino. Si asciugò il naso che gli colava nella manica del pigiama. E si ricordò che l’ultima volta che aveva fatto quel gesto aveva dieci anni. Prima che sua madre gli facesse capire con uno sganassone che solo gli incolti non usano il fazzoletto.

Si ricordò che non aveva ancora fatto colazione. Ma chi aveva voglia di vestirsi, uscire, cercare un bar aperto, la mattina di Natale?

La pendola a muro batté le otto. Era passata solo mezz’ora da quando tutto aveva avuto inizio, ma sembrava fosse passato un secolo. E ora, che avrebbe fatto?

Il direttore tirò un sospiro profondo. Nulla. Non avrebbe fatto nulla. Che andassero tutti al diavolo. Salamè, il Padre Priore, i giornalisti, il critico letterario, i lettori imbufaliti.

«La vita è una sola!», si disse il direttore e aprì la finestra del soggiorno.

«Sandro, Sandro!», chiamò e Sandro fece capolino dall’edicola, «È ancora valida l’offerta del brodo di cappone e dei cappelletti?»

«Glieli porto a mezzogiorno?», chiese l’edicolante.

«Se non è un disturbo per te e per tua moglie… mi farebbe piacere venire da voi a mangiarli…», azzardò il direttore.

«Orpo! Ma certo, sciùr dutùr! Che onore! Certo, saremo in metà di mille, ma dove mangiano diciotto, si mangia anche in diciannove! L’aspetto a un quarto a mezzogiorno, allora, prima della chiusura!», e la testa di Sandro scomparve tra i mucchi di riviste patinate e Settimane Enigmistiche.

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