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Il bagitto

6 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cultura

I veri destinatari degli editti del 1591 e 93, promulgati da Ferdinando I° dei Medici, meglio noti come Leggi Livornine, furono gli ebrei sefarditi provenienti dalla penisola iberica, spagnoli, quindi, ma soprattutto portoghesi. Grazie alle leggi di Ferdinando, gli ebrei ottennero libertà di commercio, di pratica religiosa, di possesso e pubblicazione di libri. L’editoria livornese divenne poliglotta e riprodusse la babele di lingue di una città porto franco, piena di vita, di scambi culturali e commerci.

Sin dagli inizi del seicento s’insediò nella nostra città una comunità di marrani. Costoro erano stati obbligati a convertirsi al cattolicesimo ma erano rimasti giudei nell’anima e la loro lingua madre era il giudeo-portoghese.

Nel settecento si ebbe una dicotomia fra il parlare alto del ceto dirigente, che usava il portoghese, e quello basso, la lingua dei profughi e del popolo. Se il portoghese rimase la lingua della comunità fino al XIX° secolo, soprattutto negli scambi ufficiali, mentre il castigliano venne usato nella letteratura e nelle funzioni liturgiche, l’ebraico come lingua sacra e l’italiano come mezzo di comunicazione nei rapporti con la Toscana, il bagitto fu una lingua giudeo italiana, utilizzata dalla comunità labronica più popolare. Non è propriamente una lingua né un dialetto, piuttosto un gergo per capirsi fra simili senza essere compresi dagli altri.

La base linguistica è toscana, la cadenza cantilenante portoghese.

La S sonora diventa dolce, la G occupa il posto della C, la P diventa F, la V si scambia con la B, le doppie si tramutano in scempie, sparisce la caratteristica livornese del rafforzamento.

Furono scritte molte opere in bagitto, le più conosciute sono La Betulia Liberata di Luigi Duclou e La molte d’Ulufelne di Natale Falcini.

Con la dispersione della comunità ebraica durante la seconda guerra mondiale, del bagitto rimangono poche tracce, esso continua a vivere (o, almeno, continuava, fino ai decenni passati) fra i banchi del mercato, gestiti da secoli da ebrei livornesi, prima dell’avvento dei cinesi, degli indiani e dei senegalesi.

The real recipients of the edicts of 1591 and 93, promulgated by Ferdinando I ° dei Medici, better known as Leggi Livornine, were the Sephardic Jews from the Iberian peninsula, Spanish, therefore, but above all Portuguese. Thanks to the laws of Ferdinand, the Jews obtained freedom of trade, religious practice, possession and publication of books. The Livornese publishing became polyglot and reproduced the babel of languages ​​of a free port city, full of life, cultural exchanges and businesses.

From the beginning of the seventeenth century a community of Marrani settled in our city. They had been forced to convert to Catholicism but remained Jewish in soul and their mother tongue was Judeo-Portuguese.

In the eighteenth century there was a dichotomy between the high speech of the ruling class, which used Portuguese, and the low one, the language of the refugees and the people. If Portuguese remained the language of the community until the 19th century, especially in official exchanges, while Castilian was used in literature and liturgical functions, Hebrew as a sacred language and Italian as a means of communication in relations with Tuscany , the bagitto was an Italian Jewish language, used by the most popular Labronic community. It is not properly a language or a dialect, rather a jargon to understand each other without being understood by others.

The linguistic base is Tuscan, the chanting cadence Portoguese.

The sonorous S becomes sweet, the G occupies the place of the C, the P becomes F, the V is exchanged with the B, the doubles turn into singles, the Livornese characteristic of strengthening disappears.

Many works in bagitto were written, the best known of which are Luigi Duclou's La Betulia Liberata and La molte d’Ulufelne by Natale Falcini.

With the dispersion of the Jewish community during the Second World War, few traces of the bagitto remain, it continues to live (or, at least, continued, until past decades) among the market stalls, managed for centuries by Livornese Jews, before advent of the Chinese, Indians and Senegalese.

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