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Gino Pitaro, "Benzine"

29 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Gino Pitaro, "Benzine"

Benzine

Gino Pitaro

Ensemble, 2015

pp 146

12,00

Benzine, di Gino Pitaro, sembra diviso in due. Non in due parti, due sezioni o due capitoli, proprio due microclimi. Uno è personale, narrato con atteggiamento più da blogger che da letterato, l’altro si configura come romanzo d’azione.

Il protagonista, Luigi, è la rivisitazione in chiave attuale del vecchio travet, ossia l’ormai onnipresente dottorando precario, che lavora al call center e si divide fra impegno politico, vissuto con ritrosia, e tempo trascorso con gli amici. È un pendolare, si sposta in una periferia multietnica postpasoliniana, descritta con lucidità e senza sconti, un ambiente degradato che l’autore si limita a riprodurre. È una Roma da non giudicare, da non amare, da non giustificare ma neanche rifiutare, semplicemente da accettare così com’è perché non si può fare altrimenti.

Nonostante la banalità della sua esistenza, Luigi è coinvolto in una vicenda più grande di lui, basata sulla sparizione di Natalia, una bella ragazza dell’est. Le due parti stridono volutamente.

Senza scomodare Il padrone di Parise, la vita al call center è descritta con minuzia documentaristica e con ironia fredda.

Eh no, caro prof, avrei voluto dirgli, in futuro si dovrà parlare di una filologia sul call center, dei romanzi sul call center, sul precariato, sull’università, fare esegesi su quell’altro libro, su quell’altro ebook, sul file ePub. Il precariato secondo tizio, il precariato secondo caio, il call center al sud, il call center al nord.” (pag 107)

L’alienazione e la reificazione non lasciano scampo ai personaggi, i quali, però, si riscattano mostrando inaspettati risvolti pulp e avventurosi. Questo salto nel buio, questo substrato rischioso, ci fa intuire che, sotto le vite più trite e monotone, può celarsi qualcosa di marcio ma anche di buono, comunque d’imprevedibile. Cosa dire, infatti, degli omicidi che ogni giorno i media ci propinano, compiuti da gente che più qualunque di così non potrebbe essere, insegnanti, studenti, zii, cugini, padri, madri, figli?

È stata una porta che si è aperta in modo brutale e in qualche modo mi ha rivelato i pericoli che si possono annidare in situazioni ritenute normali. Cosa sappiamo in effetti della vita degli altri? Di una gran parte di persone che frequentiamo ma di cui in fondo non possediamo nulla.” (pag 137)

Che piaccia o annoi, è un fatto che, dopo i Cannibali degli anni novanta, ora abbiamo la nuova generazione dei romanzi sul precariato, la letteratura post industriale 2.0.

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