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Il mio Capodanno

31 Dicembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

Il mio Capodanno

Quando ero bambina e vivevo in una frazione di Castel San Pietro Terme nella pianura emiliano romagnola, facevo parte, con la mia famiglia, di una piccola comunità molto unita, nella quale ho appreso valori di solidarietà e amicizia. Ha scritto Cesare Pavese: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.” Per me che ho sperimentato tale sentimento e che poi ho viaggiato e ho vissuto lontano in tanti luoghi diversi, questo cordone ombelicale che mi lega indissolubilmente alle mie radici è rimasto nel tempo.

Durante il periodo delle feste natalizie, noi bambini, liberi da impegni scolastici, eravamo sempre in giro per le stradine del paese a giocare a palle di neve, a costruire slittini di fortuna con due assi di legno portati dal figlio del falegname, a mangiare biscotti fatti in casa da una mamma o dall'altra e che dividevamo sempre equamente senza badare di chi fossero, o a comprare, coi nostri piccoli risparmi in comune, un cartoccio di caldarroste dalla “signora del carretto”, che girava per le strade portando caramelle, lupini e leccornie di ogni tipo. I nostri giocattoli erano semplici, frutto della fantasia: una bambola di pezza costruita dalla nonna con avanzi di stoffa, una spada fatta con due bastoncini incrociati tenuti da un un piccolo chiodo, un aquilone messo insieme con carta oleata su cui fissavamo due parti di canna con la colla ricavata da acqua e farina, una trottola costruita con un pezzo di legno sbozzato alla meglio, dove infilavamo un chiodo che fungeva da punta, e via a frustrarla per ore. Le gote rosse, le mani gelate eppure il sorriso sempre stampato su quei visini innocenti e allegri.

A Natale non arrivava nessun vecchio con la barba a portare doni, la festa consumistica di Santa Claus, importata dall'America, era ancora di là da venire, a farla da padrona da noi era la vecchia Befana che chiudeva tutte le feste e, nella notte dell'Epifania, arrivava sui tetti con una scopa, riempiendo le nostre calze appese al camino di mandarini, torroni e carbone se eravamo stati monelli.

Il Natale era esclusivamente una festa religiosa fatta in attesa del Bambino Gesù e nelle case si preparavano i presepi in una gara fra famiglie a chi lo faceva più bello. Era il parroco a decretare ogni anno il vincitore, rilasciando un “pretestuoso” diploma attestante la vittoria. La mezzanotte si aspettava giocando a tombola per depositare il Bambinello nella capanna e andare a Messa. Il giorno dopo, finalmente, il pranzo della festa che veramente era atteso con ansia, perché si mangiavano cose che comparivano in tavola solo nelle grandi occasioni: tortellini in brodo di cappone, bollito di manzo, arrosto di faraona, poi i dolci: la ciambella, la zuppa inglese che mia madre sapeva fare in maniera insuperabile, i biscotti secchi. L'intimità della famiglia, la visita ai parenti, la letterina coi buoni propositi sotto il piatto del babbo, i vestiti nuovi comprati da un mese, ma da mettere rigorosamente quella mattina e il profumo di festa rendevano quei giorni indimenticabili.

Poi, per la gioia di mo fratello, veniva il rituale di inizio anno, a me molto inviso, la superstizione almeno in quei piccoli centri era ancora radicata: se la mattina di Capodanno la prima persona che si incontrava era una donna, allora era credenza il doversi attendere un anno difficile, per non dire sfortunato. Così, di mattina presto, i bambini maschi uscivano per passare di casa in casa e augurare “Buon Anno, Buona Fortuna!” e ricevere spiccioli e zucccherini. Mio padre iniziava per tempo a conservare le monetine, che riceveva di resto in bottega, per non trovarsi sprovvisto la mattina di Capodanno e mio fratello tornava con le tasche gonfie di ogni ben di Dio: soldini, caramelle, qualche cioccolatino e mi elargiva centellinando qualcosa solo dietro raccomandazione di mia madre. Ai miei rimbrotti, lui, tronfio, rispondeva che io sarei potuta uscire tranquillamente per il giorno della Befana.

Negli anni questa usanza è man mano venuta meno, ma insieme ad essa se ne sono andate tante altre di cui sento fortemente la mancanza. L'umanissima civiltà contadina è tramontata per sempre per far posto a quella tecnologica, con il vento del villaggio globale che, trasformandosi in un vortice, ha travolto ogni cosa e una spaventosa mutazione genetica ha fatto morire quella società trasformandola in una realtà completamente diversa, irriconoscibile. Il passare del tempo ha inevitabilmente cancellato gli aspetti peculiari di quel microcosmo paesano e, tornando “a casa” in quei luoghi, proprio in questo periodo non trovi più nulla di quello che ricordavi. Le mamme non cucinano dolci, ma preparano le valigie per trascorrere il Natale in qualche località esotica, i bambini sono chiusi in casa a vedere i cartoni animati alla televisione e a giocare coi video giochi, nei bar i ragazzi non ridono, non corrono dietro alle “femmine”, non parlano nemmeno fra di loro concentrati a sfogliare il cellulare per partecipare a una discussione sui social... tempi moderni...

Franca Poli

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