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Valentino Appoloni, "La ferocia - Dall'Adige all'Isonzo nella Grande Guerra"

24 Ottobre 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

Valentino Appoloni, "La ferocia - Dall'Adige all'Isonzo nella Grande Guerra"

LA FEROCIA – Dall’Adige all’Isonzo nella Grande Guerra

Valentino Appoloni

ilmiolibro.it

Il libro La ferocia - Dall’Adige all’Isonzo nella Grande Guerra racconta la vicenda di un giovane veronese che resiste all'orrore del conflitto ricorrendo alle sue armi; la cultura umanistica, l'ironia, le lezioni napoleoniche. Assiste, stando in prima linea, al regredire dell'uomo verso uno stato di animalità proprio di tempi molto antichi. Il soldato infatti vive dentro a tane, non si lava, deve uccidere. Dopo una delle tante azioni sanguinose, il protagonista commenta così:

"È stato feroce il sottotenente? D’altronde la Patria gli chiede anche questo; sparare e gettarsi avanti con una vanghetta in mano per colpire con un colpo secco alla gola il nemico, combattendo come un uomo delle caverne".

Eccone un breve estratto dedicato al momento più terribile per il fante, quello dell’assalto.

Siamo in trincea da ieri sera e c’è l’aria che precede gli assalti; zaffate di alcolici, puzza di vomito e urina. Le trincee che occupiamo erano in mano a un reparto di ungheresi; ce lo ripetiamo per convincerci che sono avversari battibili. Sono state girate verso il nemico e ora si punta a sfondare ancora. Non ho trovato quasi nessuno dei miei cari amici della compagnia. Guerriero e Filosofo sono a Monfalcone dove pure là l'aria è calda. Guiderò due plotoni di complementi e veterani, vecchi e giovani, sbarbatelli e topi di trincea.

Abbiamo avuto solo poche ore per riprenderci dal viaggio e per conoscere il terreno. Bruttezza e asprezza della zona devono essere parse così grandi anche a Dio tanto da compensarle creando il Lago di Pietrarossa, in cui ogni fante spera di andar presto a fare il bagno, come premio per tante fatiche e tanti pericoli. In attesa di potersi tuffare nel mare di Trieste, ci si accontenterà di un lago. Chi si salva, farà il bagno, si diceva stamattina. Sembra il premio promesso a degli scolari prima di un duro esame. È grottesco.

Guardo avanti verso il nemico; la calura e il sudore rendono il sottogola dell’elmetto particolarmente fastidioso e appiccicaticcio. Chiudo gli occhi e spero che sia già finita. Il capitano Romano, mio superiore, mi si è presentato così: “Sono Romano di nome e di virtù”. Bene! Abbiamo Giulio Cesare.

Ieri sera un ufficiale dei bombardieri è passato per controllare ancora la linea avversaria e scrivere i dati di tiro. Sembrava sicuro e pieno di fiducia nella sua arma che fino a poco fa ha tirato. Quei giavellotti che volano sono terrificanti. Ma ora è il nemico che per quanto squassato cerca di farci male. Qualche cannoncino sbraita, qualche arma stanca cerca di affondare le sue unghie su di noi; certi ricoveri sono colpiti, ma la linea resta ferma.

Non è merda!” gridò un ufficiale napoleonico, indicando le palle di cannone in arrivo sui suoi uomini immobili come statue sotto il bombardamento nemico.

Nulla può impedire l’attacco. L’attaccante in certi casi sente di avere una superiorità materiale e morale sull’avversario, forse figlia solo del vecchio assunto che chi attacca per primo dimostra più coraggio e forza.

Cerchiamo di restare fermi, come per mostrare un’unica volontà a quelli che ci aspettano là fuori. Scorrono i minuti lentamente, come trascinati da ruote quadrate. Si attende, mentre l’ansia genera piccoli brividi che scuotono il corpo pieno di sudore. Un poeta scrisse: “Si vive aspettando qualcosa. È ridicolo. Irrita”.

Cosa aspettiamo? Un secondo giro di anice?

Mi volto e guardo le trincee più arretrate; anch’esse sono gremite di uomini, spuntano elmetti e baionette. Un ufficiale non dovrebbe girarsi. Se noi che siamo davanti non avremo successo, starà a loro provare. Il cielo è biancastro e omogeneo, come un’enorme pietra chiara sospesa su di noi. Questa immaginaria pietra là in alto ha un potere semplificante; quello del destino che incombe sulle nostre teste. Qualcuno prega, altri hanno bisogno di muovere braccia e gambe e urtano i compagni, come animali messi in un recinto troppo stretto. Cresce il nervosismo. Si uscirà uno per volta, con gli altri alle spalle a sospingere, come bestie al macello. La paura riempie ogni particella d’aria; respiriamo pura angoscia. Guardo i volti dei miei compagni. Quando si attacca?

Le facce assumono di continuo nuovi lineamenti, guance e zigomi si piegano come se fossero maschere di gomma. La paura è la regina; un giovane sottoposto due o tre volte a una simile tensione invecchia brutalmente, perde forza, fiato, spirito. La giovinezza viene estratta dai corpi e dalle anime per lasciare ai superstiti involucri consunti e logori. Ma la guerra è affare per giovani! Non potrei essere altrove. Fuori dalla trincea, non c’è dignità. Forse c’è salvezza, ma senza decoro e nella più nera solitudine che è quella di chi dovrà sempre celare agli altri la sua viltà. Non potrei stare ancora a guardare da lontano i commilitoni sul punto di attaccare, come feci sul Calvario.

Questo pensiero, all’insegna del rispetto verso me stesso e della responsabilità che mi lega agli altri, mi dà animo; lo stringo in me come una preziosa scoperta, come un’inattesa riserva di energia. Mi fortifico intorno ad esso.

Guardo il capitano Romano, guardo la terra di nessuno, brulla e giallastra; l’ufficiale sembra non sentire il peso degli sguardi su di sé. Mormoro qualcosa agli uomini più vicini in modo che si tengano pronti. È questione di secondi, ogni uomo lo sente sulla pelle il momento dell’attacco. I nervi si tendono al massimo, le unghie graffiano le canne dei fucili, i colli si allungano verso l’alto e finalmente il fischio del capitano taglia l’aria come una spada affilatissima. Tutti fuori!

Il romanzo, dedicato al soldato Angelo Appoloni, è disponibile in cartaceo su ilmiolibro.it; come e-book su Amazon e su Feltrinelli.it

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