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Il futurismo

21 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Il futurismo

A trentacinque anni o poco più, Filippo Tommaso Marinetti ha concretizzato la sua idea di “arte nuova” della quale aveva esposto i canoni nel primo dei moltissimi manifesti sul futurismo, alcuni anni prima.

Il suo modo di vivere e concepire l’arte fu accolto immediatamente e seguito, al suo primo vagire, dagli operatori dei vari campi della cultura. Lo spunto per questa rivoluzione letteraria gli venne dalle pagine di Verso Libero di Gian Pietro Lucini, che mai pensava che sarebbe stato considerato il punto di partenza della nuova era culturale. Ma se il verso libero fu lo spunto, è chiaro però che i germi della “letteratura d’assalto” dovevano essere stati covati a lungo nell’animo di Marinetti.

Lucini stesso, sorpreso e stupito da tanto raccolto, ad un certo punto sente il bisogno di “dissociarsi” dal movimento, affermando a chiare note di non essere mai stato un futurista (è vero, infatti, che nell’antologia dei poeti futuristi, pubblicata dal Marinetti nel 1812, non figurano testi poetici di questo autore). Quasi si vergogna (se la parola non è troppo pesante) di essere “additato”e “segnato” come un futurista.
Ci domandiamo: se non ci fosse stata la sua innocente opera dal titolo Verso Libero ci sarebbe stato ugualmente il movimento rivoluzionario che ha improntato di sé quasi un quarto di secolo?
Forse sì; ma almeno in questo caso il malcapitato Gian Pietro non avrebbe avuto rimorsi di alcun genere!
Sia come sia, il Lucini, un anno dopo la pubblicazione dell’Antologia di cui sopra da parte del Marinetti, sente la necessità di proclamare la sua “innocenza”, la sua “estraneità” da sempre al Futurismo. Anzi, lo stesso accusa il Movimento di aver limitato la libertà dell’artista coi suoi mille divieti, e si oppone veementemente sia al modo con cui le nuove idee vengono applicate, sia allo scopo ultimo che il Futurismo intende perseguire.
Sentiamolo, Lucini:

Contrariamente alla leggenda… la mia vita ed opera… non fu mai futurista… No, io non fui mai futurista; ho sin dal bel principio sorpassato il Futurismo; vi darò sotto tal copia di documenti da convincervi come, non solo non abbia mai piegato alle sue dottrine, ma subito cortesemente, privatamente, con molta fermezza, oppugnate…”


La Voce, fondata nel dicembre del 1908 da Giuseppe Prezzolini, il quale ne fu anche il primo direttore, fu, tra le varie riviste del primo novecento, una delle più serie e valide per la capacità culturale dei collaboratori, che ne fecero una “voce europea”. Dopo Prezzolini fu diretta da Papini prima, da De Robertis poi, sotto il quale divenne solo ed esclusivamente una rivista letteraria.
Aggiunge ancora Lucini, in questo numero del 15 aprile del 1913:

Ho l’orgoglio di proclamare che, senza la conoscenza del mio “Verso Libero” non sarebbe stato possibile il “Futurismo”. Ma insisto col dire che il Verso Libero venne mal letto e mal compreso, sì che da quell’affrettata cognizione, in cervelli non assuefatti al lavoro filosofico o critico, sorse il “caos futuristico”.

Ma la personalità del Marinetti è tanto forte che le nuove idee attecchiscono immediatamente, come edera al muro, pur con i suoi difetti di base. Che non sono pochi. Difetti grossi, quelli del buon Filippo Tommaso, o se si vuole, quelli del Futurismo.
Il primo e più eclatante è stato il rinnegare, il rigettare come ininfluente, come non valida, tutta l’opera artistica del passato, senza pensare che un movimento letterario non può non tenere conto anche e soprattutto di ciò che è stato (in positivo e in negativo).

Guai a che ammira il passato! Affrettiamoci a rifare ogni cosa, Bisogna andare contro corrente!... Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli! (sic!)… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’impossibile?... Noi vogliamo distruggere i musei le biblioteche le accademie d’ogni specie…”

Affermazioni assurde, e non è chi non veda! Il seme messo sotto la neve cresce e con la bella stagione diventa pianta; perché ci sia la pianta, dunque, non può non esserci il seme. Ecco il grossolano errore del Futurismo. Poteva esserci Futurismo, con tutti i suoi “vietato questo”, “vietato quello”, se non ci fossero stati i “questo” e i “quello”? Poteva esserci quel rinnovamento letterario dai futuristi auspicato e fortemente voluto, con la contemporanea rottura totale con la cultura del passato?


marcello de santis

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