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Il dente da latte

14 Ottobre 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto

Il dente da latte

Un racconto inedito dedicato alla neo premiata con il nobel della letteratura 2015 Svetlana Aleksievic

Il dente da latte

Quell’anno l’inverno era stato particolarmente rigido, ma breve; già ad aprile le grandi pianure ucraine si erano spogliate dell’abito bianco della neve come spose pronte all’incontro d’amore della prima notte di nozze.

Dappertutto scie di aria tiepida s’incuneavano tra nuvole svogliate che andavano diradandosi all’orizzonte per effetto dell’evaporazione.

La giornata era ideale per portare i bambini al parco; gli operai avevano smesso colbacchi e cappotti, ai piedi ancora stivali di gomma per aver ragione del fango che ancora era alto sulle strade di terra battuta. Ma almeno chi aveva la fortuna di raggiungere in auto il luogo di lavoro, perché distante da dove viveva, non doveva temere i rischi del congelamento del motore per temperature sotto lo zero.

Tra poco la città sarebbe apparsa in tutto il suo splendore primaverile, faticosamente conquistato, dacché piante e fiori dovevano superare il trauma del gelo invernale.

Ma la vita prevale sempre in natura, tutti lo sapevano, né s’immaginavano che la nera signora stava con beffardo sogghigno affilando tra alte lingue di fuoco le armi per falciare i fiori tutti della cittadina operosa.

Gli echi della grande Kiev, moderna e gaudente, non scalfivano la vita del paesino che aveva alle spalle, nemmeno troppo lontano, una specie di vulcano, né bello, né brutto, con quattro crateri in grado di assicurare energia per quasi tutto il territorio.

Tolik aveva appunto assunto il ruolo di cicerone col suo migliore amico Sasha, prima di apprestarsi alla grande cena, con l’intenzione di descrivere un po’ della centrale mentre sua moglie Liuda sistemava i fiori di cui era stata omaggiata sul grande tavolo tra i cioccolatini e i dolci che lei stessa aveva preparato. Dei piccoli pampushki al burro e delle fette di torta salata aspettavano solo l’inizio della degustazione. Il resto veniva da sé.

Mentre ancora pigramente lo spezzatino sbolliva nella pentola, Liuda sistemava le ultime cose sulla tavola. Aveva pensato a tutto.

Ad un tratto un tremolio, un acre odore di fumo, un boato. Non ci fu più luce e non ve ne fu per parecchi mesi e per moltissimi non tornò a brillare.

Così, in un momento, senza preavviso, tanto che l’odore di carne bruciata in cucina e quello dei corpi carbonizzati fu un tutt’uno.

Morirono tutti.

Attraverso il denso fumo e la polvere caliginosa, a stento, come in una vecchia foto in nero di seppia sbiadita dalla luce e dal tempo, s’intravedevano resti disintegrati di forme umane avvizzite dall’enorme calore che la fiamma continuava a sprigionare dalla ciminiera dopo l’esplosione.

La maggior parte di essi era irriconoscibile, altri resti, trovati a cinquanta chilometri di distanza, avevano sui corpi prosciugati come grinzose mummie egiziane i segni delle bruciature che scintille radioattive avevano provocato a guisa di puntini luminosi e fluorescenti che vengono giù dalla deflagrazione dei giochi pirotecnici.

Un alito fetido di morte aveva annullato tutto, in un attimo, senza preavviso, ma non il ricordo, al mondo, di un villaggio popolato ora di fantasmi.

Non resse lo sguardo il Dottor Moisey Tolchinsky, quando si recò all’ospedale del piccolo centro per eseguire le prime autopsie, trascorsi i giorni di quarantena.

Molti soccorritori si erano recati sul luogo dell’incidente alcuni mesi dopo per bonificare l’area e mettere al sicuro l’impianto. Non avevano tute isolanti adeguate e ciò molto probabilmente diede luogo a una morìa di persone, a causa dell’intossicazione radioattiva, come mosche insonnolite dal DDT che pigramente vanno a morire dove capiti.

Era nota la causa scatenante, anche se il colpo mortale si dislocò per essi nei vari organi e tessuti, soprattutto nel sangue.

Bill, figlio di madre americana, era ancora goloso di latte, nonostante i suoi cinque anni. Si riempì di iodio-131 fino a morirne.

“Bill, Bill, rispondimi bambino! Sì, sei tu, sei tu…! Ti fa ancora male quel maledetto dente da latte? Avevi ragione a non toglierlo”.

-Prima o poi cadrà da solo- dicevi!

-Ho paura dei ferri, ho paura dell’ago! Non voglio, non voglio!-.

“Dormi bambino, domani mangerai di sicuro un syrniki più soffice. Mi raccomando, che ci sia tanta panna, come piace a te”.

Nella piccola culla in ferro battuto un lenzuolino bianco senza orli fu teso a coprire i miseri resti. Forse più l’amore per quello che era stato il bambino che l’effettiva riconoscibilità del suo cadavere ridotto a un a larva avevano spinto Moisey a riconoscerne le fattezze.

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