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Faulkner, gli yankee, Paperino, D'Alema....

4 Ottobre 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #il mondo intorno a noi

Faulkner, gli yankee, Paperino, D'Alema....

La narrativa di Faulkner, densa e imponente come poche altre, è percorsa da un’idea, ora esplicita ora sottesa, che si potrebbe riassumere press’a poco così: la guerra degli yankee contro lo schiavismo sudista è stata una guerra sbagliata, e quella faccenda, lo schiavismo, appunto, i sudisti se la dovevano sbrigare da sé. Idea che i manuali di storia e le buone convenzioni culturali hanno, probabilmente in buona fede, cancellato o creduto, a sua volta, sbagliata. Secondo i più, la lotta dei buoni yankee contro lo schiavismo era giusta e benedetta da Dio (o da i valori ideali costitutivi della civiltà occidentale). Ma con quell’idea, Faulkner mette il dito su una piaga sempre aperta della storia americana e, di conseguenza, della civiltà occidentale e, oggi, mondiale.

È giusto e augurabile che un’ingiustizia palese, macroscopica e intollerabile sia schiacciata con la forza? Gli yankee hanno schiacciato un bubbone facendolo esplodere, ma i rimasugli di quello, ricadendo, hanno fatto sorgere un’innumerevole serie di ingiustizie più piccole e meno eclatanti, la cui somma, però, potrebbe non essere inferiore a quella che si è schiacciata. Non voglio tener conto in questa sede di quella costellazione di problemi irrisolti che la storia americana sembra portarsi dietro ad ogni movimento: la cattiva coscienza di esser stata la causa, o anche solo d’aver contribuito, al sorgere dell’ingiustizia che ora si combatte (si pensi al problema mostruoso dei nativi americani); il concetto di frontiera inestricabilmente legato alla conquista violenta; e quant’altro ogni coscienza critica giudiziosa, non necessariamente malevola, potrebbe aggiungere. Mi limito al problema dello schiavismo: l’idea di Faulkner mette in evidenza una costante della storia americana, occidentale e, ora, ma non è detto che sia per sempre, mondiale: l’interventismo, l’aggressione dei problemi, delle ingiustizie in vista di un loro annientamento. Non ho intenzione di guardare la storia dal buco della serratura e, perciò, fare di quegli interventi e di quelle aggressioni l’effetto di interessi economici e geopolitici dissimulati dalle belle parole. Interessi che pure ci sono, ma che non potrebbero scatenare tutta la loro forza persuasiva se non fossero sostenuti dagli ideali che sono il piedistallo, la legittimazione, dei sistemi politici e istituzionali del mondo occidentale (per farsi un’idea di cosa intendo per "guardare la storia dal buco della serratura", basta armarsi di pazienza e leggere, tra uno sbadiglio e l’altro, Il cimitero di Praga di Umberto Eco). Gli storici, i politici, gli economisti possono trovare tutte le possibili giustificazioni materiali e prosaiche per quegli interventi, ma senza l’impulso dell’ideale quegli interventi non ci sarebbero stati. Nessun presidente degli Stati Uniti dirà mai: invadiamo l’Iraq perché dobbiamo controllare la gestione del suo petrolio. Si può discutere, certo, se, in assenza di impulsi materiali e prosaici o, addirittura, in presenza di elementi controproducenti, quegli interventi ci sarebbero stati ugualmente. Credo, però, che la questione debba essere lasciata impregiudicata e affidata all’intelligenza e alla sensibilità di ognuno. Idealismo o materialismo sono scelte perché né l’uno né l’altro sono verità.

Torno all’antipatica idea faulkneriana perché l’ho sempre accostata ad un cartone animato di Walt Disney che è rimasto nella mia memoria come una perfetta metafora della storia e della mentalità americana, occidentale e, per ora, mondiale. Cartone animato che vidi da adulto e che mi provo a riassumere e descrivere come meglio posso, avvertendo che l’autore (o gli autori, com’è più probabile) del cartone non aveva nessun intenzione di produrre un sunto ideologicamente orientato della storia americana, ma voleva soltanto, credo, divertire, con rara maestria e vivacità, i piccoli e grandi spettatori. Ma questa è una delle grandi prerogative dell’arte: dire anche ciò che non si sapeva e che non si aveva intenzione di dire e dirlo ad ognuno in maniera diversa a misura del suo spirito.

Dunque, è un giorno di festa e il tenero Paolino Paperino ha di fronte a sé la prospettiva di una giornata di piena soddisfazione, potrà trascorrerla in compagnia dei suoi amati nipoti, per i quali ha preparato una magnifica torta, ascoltando alla radio la cronaca di un’importante partita di baseball. Si accorge però di dover combattere un piccolo nemico insinuatosi in casa sua: una fila di formiche decise ad approfittare dell’abbondanza di cibarie contenute nella sua dispensa, non ultima la magnifica torta. Respinti i primi attacchi senza aver potuto annientare il nemico, Paperino passa a controffensive sempre più imponenti che continuano a scontrarsi con l’ostinata resistenza delle formiche. In un vertiginoso crescendo di attacchi e contrattacchi, fughe e rincorse, astuzie e smacchi, versi papereschi sempre più inarticolati, le azioni di Paperino diventano via via più sproporzionate rispetto al nemico da combattere e al bene da difendere. Alla fine ovviamente egli ha ragione delle sue nemiche ma solo al prezzo di veder distrutta buona parte della dispensa, la torta e finanche la radio da cui era in diritto di aspettarsi delizie di ristoro. Per inciso: la radio anche semidistrutta continuerà a funzionare.

Confesso che probabilmente ho riparato ai buchi della memoria e all’impossibilità di ritrovare e rivedere quel cartone orientandolo ancor più esplicitamente verso quell’interpretazione che allora e ancor oggi m’ero sentito in diritto di dargli. Si potrebbe anche poter dire che se non fosse vero l’avrei ben trovato.

Tra i tanti (troppi, a giudizio pressoché unanime) interventi americani orientati a difendere i valori della giustizia e della democrazia, il più al di sopra d’ogni sospetto è, per i cittadini della periferia dell’impero, gli europei, l’intervento contro il nazi-fascismo. Anch’esso però, a ben guardare, non manca di aspetti controversi: senza Pearl Harbour, quanto ancora si sarebbe aspettato? Nel quadro della guerra, che funzioni hanno avuto le distruzioni sistematiche? L’ostinazione a pretendere una resa senza condizioni? E la portata devastante della Bomba era stata prevista o ha ecceduto le previsioni?

C’è un modo alternativo di schiacciare i bubboni evitando che i rimasugli facciano sorgere una somma di ingiustizie pari o superiore a quelle che si è combattuta? I manuali, i benpensanti, i soddisfatti sono portati a credere, vorrebbero convincersi e convincere che non ce n’è e che quegli interventi e quelle aggressioni, e la loro misura, “erano inevitabili” (queste odiose parole le sentii pronunciare da D'Alema al tempo dei bombardamenti in Libia, ma non ho mai sentito dire da nessun “ho contribuito a renderli inevitabili – non sono stato abbastanza previdente, non denunciato e combattuto sul nascere quell’ingiustizie, ecc. – perciò mi ritiro a vita privata”). Rimane il fatto però che non sapremo mai come “i sudisti se la sarebbero sbrigata da sé”. Sogni di poeti… insoddisfatti.

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