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Eugenio Montale

19 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia

Eugenio Montale

Molti anni fa, ricordo che ero ancora alle mie prime esperienze letterarie, scrissi queste modeste note su Eugenio Montale, solo poeta italiano insignito del premio Nobel per la poesia; non era e non è certamente il mio poeta preferito, ma l’uomo e il poeta mi appassionavano, e quella mia ammirazione mi indusse a scrivere su di lui.
E’ veramente un lavoro modesto e leggero ma lo conservai tra le mie cose giovanili, intanto per non mandarle disperse, un domani, e poi perché ritengo che sia testimonianza di un periodo della mia vita, che il tempo, giorno dopo giorno, si sta portando v
ia...

EUGENIO MONTALE (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981)

Nasce a Genova da una famiglia borghese; qui frequenta le elementari; ma subito dopo è costretto a lasciare la scuola pubblica per malattia; continuerà a studiare a casa, sotto la guida di Marianna, sua sorella. A vent’anni non pensa ancora alla poesia, e mai immaginerebbe che il suo nome possa diventare famoso nel mondo, proprio per la poesia. Spera di fare il cantante lirico, e per questo scopo, segue regolari corsi di canto, non tralasciando l’interesse per la letteratura, ed è assiduo presso la biblioteca comunale di Genova.

Ben presto, però, mette da parte l’idea del canto (pure portandosi dietro per tutta la vita la passione per la lirica), per dedicarsi completamente alla poesia. La famosa Meriggiare pallido e assorto nasce forse per caso; siamo negli anni della grande guerra. Il futuro poeta è chiamato ad assolvere il suo dovere di soldato.
Torna a casa nel ‘19, riprende a studiare e comincia a scrivere versi più seriamente di quanto non abbia fatto fino ad allora. Vengono pubblicati i suoi primi versi; l’editore Gobetti di Torino dà alle stampe Ossi di seppia, un volumetto che lo convince definitivamente che la sua vita sarà solo quella. Vivrà di poesia; i suoi versi e i suoi scritti cominciano ad essere accolti da riviste letterarie; perché ormai “è un letterato”, e come tale, a un certo punto, si trova a firmare il “manifesto degli intellettuali antifascisti”: siamo ancora lontani dagli anni ‘39-‘40; ma già, nel suo animo, sente che “qualcosa non quadra”

Lascia Genova per Torino, poi per Firenze, quindi Milano; viaggia come inviato speciale per un giornale, lavoro che lo porta in giro per il mondo; e le sue esperienze di viaggio influiranno in parte sulle poesie dell’età di mezzo, per essere poi raccolte e pubblicate nell’opera in prosa Fuori di casa.
Nascono, dopo la prima opera che gli dà subito la fama, Le occasioni, La bufera e altro, e, verso la fine, le poesie di Xenia e dei Diari che, insieme ad altri, andranno a confluire in Satura.
E’ senatore a vita per meriti artistici e Nobel per la poesia.
Gli ultimi anni li vive, malato e solo, con la sua, ancora “testa pensante”.


OSSI DI SEPPIA (1920-1927)

… una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di botti
glia…

.

Sono importanti, per il poeta, “il mare” e “la musica”; e il “tu” che usa per rivolgersi ad un interlocutore universale.
Gli “ossi di seppia” sono schegge di cuore e di mente, che descrivono, ora immaginaria, ora reale, la sua terra di Liguria e il suo mare di Genova, che per anni saranno una scenografia essenziale alle riflessioni e alle speranze del poeta; il verso scorre duro all’interno di una costruzione perfetta del “suo” endecasillabo, che fu il più bello del novecento letterario mondiale; ma il ritmo è spezzato, qua e là, da versi volutamente più brevi, spesso settenari, necessari alla pausa.

La lettura a voce alta degli Ossi ci porta all’orecchio in qualche modo, pur nell’asprezza dei vocaboli, nuovi per la poesia del primo novecento, una musicalità che ci fa pensare al Leopardi; diversa però è la sostanza dell’opera letteraria, pur “nella solitudine” che, a leggere i versi del nostro, lo avvicina al recanatese.
Il lirismo, fondamentale nei versi del Leopardi, nel nostro si trasforma totalmente nella sofferenza di una vita in prigione, prigione che il poeta malamente sopporta ma che purtroppo c’è; e a lui non resta che “saperla”.
Ecco allora il ricorso al “tu”, che egli, prigioniero senza speranza, usa per rivolgersi agli “altri ”, affinché recepiscano il messaggio e scampino alle catene della terra e del mare, dell’anima e della mente; perché accettino le speranze di fuga e di libertà che il poeta non sa più “crescere” dentro… e indica loro...


LE OCCASIONI (1928-1939)

la trama del carrubo che si spoglia
nuda contro l’azzurro sonnol
ento…

Il poeta s’avvede che “il mare” della sua giovinezza, non è solo nella sua Liguria, ma è “dovunque”.
Questo de Le Occasioni è un Montale meno istintivo, più maturo, rispetto agli “Ossi”.
E’ passato tanto tempo, in questi lunghi anni ha letto molto; D’Annunzio forse, Pascoli senz’altro; dai due ha preso le cose migliori; ma nel poeta de Le Occasioni, rispetto ai suoi predecessori, appare un gusto nuovo della poesia, che lo avvicina ai poeti liguri che ebbe amici e compagni nella sua prima età letteraria; ma è un gusto che da essi lo distacca per porlo su di un piano più elevato.

Il poeta affronta la realtà in maniera diversa da come ebbe a fare negli “Ossi”, e la plasma in modo da trasfigurarla in poesia nuova.
Ha abbandonato “il mare” e “la terra”, per gettarsi nello “infinito”, nello ” universo”.
Raccoglie la sua poesia “in poche righe e con frequenti pause”.
Oggi non è più al centro del creato come negli “ossi” ma sembra essere “spettatore in platea”, a mirare e notare la vita dell’umanità, come se questa si svolgesse su un immenso palcoscenico; allora, negli ossi, fu solitario e pensoso come il Leopardi, oggi vive tra la gente e cerca con essa il colloquio, anche se muto.


LA BUFERA E ALTRO (1940-1954)

La bufera che sgronda sulle foglie
della dura magn
olia…

.

E’ il terzo periodo dell’uomo Montale, ed è un nuovo poeta quello che scrive; un uomo maturo, sessantenne ormai, scettico sul suo futuro letterario, e poeta staccato (forse per questo) dalla realtà che lo circonda; raccoglie nell’opera versi antichi che facevano parte di un’operetta dal nome Finisterre, e ne inserisce di nuovi, ispiratigli da un mondo che non conosce più, che non è più suo, che sperimenta di malavoglia, perché in esso nutre poca fiducia..
Ha nel cuore e nell’anima ancora i rumori della seconda grande guerra, che gli lasciarono segni indelebili, segni che neppure la presenza assidua della Mosca, malata, riusciranno a cancellare, o quanto meno ad attenuare; la Mosca, che morirà e lo lascerà nella più sola solitudine.

Dicevamo della guerra; il poeta ha assistito al disfacimento morale universale, battaglie con migliaia di morti, poveri e malati, e feriti e lutti, e bombe e… insomma, non vede tutt’intorno che una incommensurabile “nube di pazzia“.

Ne La bufera e altro bisogna scavare pazientemente per trovare ciò che egli ha voluto nascondervi: la crisi dell’esistenza che non accenna a finire. Troppi morti hanno colorato di sangue “la terra” e“ il mare”… troppi sono rimasti “vivi” a piangere lacrime di “polvere” e “di sale”… Ed ecco allora i vivi e i morti accomunati da uguali sentimenti; più nessuna distanza tra i due stati. Siamo noi vivi, i morti, o sono loro morti, i vivi?
Nessuna risposta, per la sua poesia, eppure con una pazienza che rasenta la rassegnazione, (e il poeta, sostituendo il “tu” degli “ossi” - come sono lontani quei versi), interroga se stesso in silenzio, come il silenzio dei morti, e usa solo, adesso, l'“io”. Un “io” più spesso usato in fase negativa, a scavare dentro di sé, a cercare “nelle segrete cose dei vivi”, il divino: a domandarsi: dov’è Dio?… La ricerca di un qualcosa che “deve esistere” a giustificare i mali che non accennano a placarsi, fuori e dentro la sua anima, nell’anima del mondo intero, non sa se avrà fine, e quando…
S’interroga e si chiude nella sua solitudine, che, pur non volendolo, lo riporta al centro della sua opera prima, gli Ossi di seppia.

marcello de santis

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