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DOBERDO’ di PREŽIHOV VORANC

20 Settembre 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

DOBERDO’ di PREŽIHOV VORANC

Prežihov Voranc nasce nel 1893 nella Carinzia slovena; partecipa alla Grande Guerra combattendo sul Carso e ad Asiago. Nel 1916 diserta e raggiunge le linee italiane. Tenuto in una blanda prigionia per circa due anni, solo nelle ultime settimane di guerra ottiene finalmente il permesso di combattere contro l’Austria in una apposita legione. Successivamente aderisce al comunismo e diventa un funzionario del Comintern; inizia una vita non facile di clandestino o di esule. Studia da autodidatta. Nel 1929, con la svolta autoritaria di re Alessandro, lascia la Jugoslavia. Nel 1939 torna nella terra natale e vive ancora da clandestino; nel 1943 viene preso dagli italiani e consegnato ai tedeschi. Internato nei campi nazisti, si salva ma muore pochi anni dopo, nel 1950, a Maribor. È considerato uno dei massimi scrittori di lingua slovena.

Sicuramente il mondo asburgico di Voranc non è quello di Joseph Roth. Doberdò illustra l’Impero come carcere per le varie nazionalità; in particolare sloveni, croati, ucraini e bosniaci ne sono le vittime. L'opera è un romanzo corale e si divide in quattro parti; Battaglione complementi, in cui si presenta nelle sue mille articolazioni etniche il malfamato Battaglione n. 100, Doberdò, in cui c'è l'impatto con la guerra sul Carso, poi Lebring e Judenburg, in cui appaiono in primo piano dolori e vicissitudini dei soldati (o dei relitti umani) reduci dal fronte e tenuti in appositi campi dalle autorità, in attesa di decisioni sulla loro sorte personale (congedo, ritorno a combattere o rimando di ogni decisione). In buona parte si descrivono caserme, ospedali, campi di raccolta per convalescenti; luoghi chiusi e sorvegliati, istituzioni (quasi) totali come le definirebbe la sociologia. Lo spirito pacifista è palese; uomini di modesta estrazione, con un passato difficile, politicamente sospetti, finiscono in un battaglione accanto a pochi elementi "tedeschi" considerati fidati. Come succede al giovane Amun, sloveno, la notizia di essere finito sul "libro nero" delle autorità asburgiche arriva in modo del tutto inaspettato e non fa che spingerlo verso la diserzione.

Nel capitolo Doberdò l’orrore del fronte risalta con la forza di una prosa semplice ma dettagliata nel descrivere l’impatto dei lunghi bombardamenti italiani sui fanti nemici. In molte fasi il dramma della guerra è soprattutto vissuto sul piano individuale. C'è paura e soggezione verso gli ufficiali. I soldati stentano a confidarsi tra loro, anche tra sloveni; chi fugge e raggiunge le linee nemiche come Amun lo fa da solo, pur temendo che gli italiani saranno i padroni di domani al posto degli Asburgo. Verso la fine del conflitto emerge una prima larvata coscienza politica collettiva; la parola Jugoslavia comincia a farsi strada tra i logori soldati. La narrazione si focalizza gradualmente sull’elemento sloveno, pur non dimenticando del tutto le altre nazionalità (in particolare quella ucraina).

I reduci dal fronte russo portano una speranza nuova (quella della rivoluzione bolscevica), ma sono principalmente il trattamento tirannico riservato ai soldati e le infinite sofferenze materiali ad accendere lo spirito ribelle. Una grande rivolta nel campo di Judenburg viene duramente domata, come accadde anche storicamente nel maggio 1918.

Da sottolineare come alcuni di questi uomini, pur nell'orrore quotidiano, conservino scintille di umanità; così ad esempio si soccorrono gli italiani falcidiati dalla fucileria a Doberdò e si riflette sul fatto che anche i nemici sono là a combattere perché costretti a farlo.

Il finale riprende il sottotitolo del libro, "Gli umili nell'impero austro-ungarico", a indicare una dicotomia di fondo tra ufficiali e soldati peraltro non esclusiva dell’esercito imperiale. Un graduato sloveno che si è astenuto dal prendere parte alla sollevazione esprime, infatti, parole di pentimento per la passività sua e degli ufficiali che hanno lasciato i soldati soli con la propria esasperazione, condannandoli a una rivolta velleitaria.

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