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Amalia Guglielminetti

31 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #poesia

Amalia Guglielminetti



AMALIA GUGLIELMINETTI
(1885-1941)


Ricordo con simpatia e conservo ancora il biglietto di Arturo Graf che mi scrisse - alla pubblicazione del mio libro di poesie Le Vergini folli - « la sua ispirazione è viva, schietta, delicata quanto più si possa dire…. Quelle sue figure di fanciulle e donne son cose di tutta gentilezza… »
Caro prof: Arturo Graf, che già si era entusiasmato per la mia opera quando gli avevo mandato in visione il manoscritto, definendo i miei versi "belli
e nuovi"!
Fu la raccolta che mi diede importanza, ero ancora giovanissima, quindi l'insperato successo mi fece ancora più piacere; ma qualche anno prima, alla morte di mio padre, avevo già pubblicato un libro di poesie, che gli dedicai: Voci di Giovinezza, versi come dice il titolo che portavano dentro tutta la mia ancora fanciullezza, avevo solo 18 anni.
Perché ho cominciato a parlare di me partendo da queste due
raccolte?
Beh, perché oltre ad avermi consacrato poetessa, furono i versi - almeno quelli di Le Vergini folli, il mio "libro galeotto" che mi avvicinò a Guido Gozzano.
Un critico famoso, ricordo, mi definì "un insieme di Gaspara Stampa e Saffo", quale onore! E onestamente non so dire se vide giusto. E pressappoco allo stesso modo mi definì poi Guido. Che ebbe a dire cose belle anche lui, di Le Vergini folli; per esempio mi scrisse, - dandomi del Lei - … ella… egregia Guglielminetti… conduce il lettore attraverso i gironi di quell'inferno luminoso che si chiama verginità…
Io gli avevo fatto dono del libro appena stampato in risposta ad una sua lettera con la quale mi aveva inviato la sua opera di poesia La via del
Rifugio.

Così il male durò. Più tentatore d’allora, a tratti, il tuo volto mi abbaglia.
Curiosità di te mi punge il cuore, desiderio di te me lo
attanaglia.

Si conobbero nel 1906, in un incontro alla Società di Cultura; in quel periodo il poeta non riusciva più a scrivere, perché era tutto preso a selezionare, scegliere, correggere, integrare i suoi scritti per farne una raccolta, e fu preso dalla conoscenza casuale di questa giovane donna dall'aspetto tutto particolare. Tra i due poeti iniziò una lunghissima relazione epistolare che durò alcuni anni (dal 1907, appunto, alla fine del 1910), dapprima lettere in cui si disquisiva sui canoni delle loro poesie, ma ben presto le lettere si trasformarono in lettere d'amore,

Il nostro amore che sarebbe fiorito
con tutti i fiori della primavera torinese!
(così dolce per l’
esule che ritorna!)

scriveva la poetessa.

Gozzano si rivolge alla Guglielminetti con un Egregia Signorina, per complimentarsi con lei della bontà delle sue poesie, mentre lei lo appella con un ben più austero Cortese Avvocato, chiedendogli, se fosse possibile, un (primo) incontro, in quella paciosa Torino di inizio secolo (ripetiamo, siamo nel 1907) ancora invischiata nel tepore di una morente primavera.
Il poeta si confida con lei, le confessa la sua malattia e le illustra i suoi timori per essa; e le dice della temporanea lontananza da Torino, sta sulla Riviera Ligure, "sto… in esilio… in solitudine" lontananza obbligata dai medici, per curarsi.
Una lettera tira l'altra, tra schermaglie a volte simpatiche, altre volte dolorose, lei che lo circuisce con richieste assillanti di un incontro, lui che la respinge girando e rigirando sempre intorno alla stessa causa, la malattia. Eppure le fa molti complimenti, per i begli occhi, per la bella bocca, per i bei capelli, per il fascino che ella emana; e tra il serio ed il faceto le dichiara la sua paura di conoscerla, proprio per questo fascino che emanano i suoi occhi da maliarda che potrebbero farlo capitolare.
Passa la primavera, che del resto era già per finire, passa l'estate, tra preoccupazioni da una parte e speranze dall'altra. Il poeta torna a casa, ad Aglié, ma poi la malattia lo porterà ancora fuori, tra andate e ritorni, che potevano apparire alla scrittrice più delle fughe da lei (alternate a ritorni obbligati a casa) che partenze per curarsi. E le lettere si susseguono per anni, dal 1907 appunto, fino al 1910, quando Gozzano decise di porre fine a quella relazione inquieta e turbolenta. Tra i due montagne di lettere; centoventiquattro, per l'esattezza; quelle del poeta sono un terzo del totale; lettere che ambedue conservarono, tra riflessioni e riletture.

"… In uno di questi bei pomeriggi di primo autunno
mi piacerebbe di venirvi a trovare»..."
"… indicarmi… un' ora e un paese q
ualunque di convegno…"

gli scrive la scrittrice; ma Gozzano tergiversa, non sa decidersi, la paura l'attanaglia; e quando si sbilancia con un quasi sì, lo fa escludendo di incontrala da solo a sola, e soltanto a condizione che sia in casa sua (di lui), e alla presenza di sua madre.
E' mai avvenuto questo incontro a casa del poeta? Non lo sappiamo, sappiamo che ce ne sarà uno a casa della donna, qualche tempo dopo, e in una lettera successiva sappiamo che il poeta ammirò molto … le vostre ciglia… le vostre labbra
Ci sarà qualche altro appuntamento, dove il poeta non si presenterà, lasciando la scrittrice delusa e - scrive lei: « umiliata, avvilita, annientata »
La donna, che si definiva "scontrosa come un'ortica" e che nella Torino/Belle Epoque del periodo dava scandalo continuamente alla borghesia benpensante che le ruotava attorno, per la trasgressività che la distingueva, per le opere e per i versi delle sue prime pubblicazioni; e più tardi per le storie di eroine sensuali e disinibite, protagoniste dei suoi romanzi: tra ammirazione di molti ma critiche dei più.
Quell'amore impossibile per la mancata volontà di uno dei due, resterà sempre, fino alla fine, un amore platonico che non si trasformò mai in un amore materiale. Perché Amalia era una donna che dimostrava tutta la sua irrequietezza, tutto il suo ardore di ragazza nel pieno della sua femminilità che stava prorompendo impetuosamente, quasi un contrappasso alla educazione ricevuta nell'istituto religioso per ragazze, denominato Fedeli Compagne di Gesù…
Scrisse una poesia che pare proprio ispirata alla figura del "suo" poeta.

Bevvi a piccoli sorsi la menzogna /
come un filtro che induce fantasie /
fascinatrici al cuore di chi sogna. /
In ogni cosa io scoprii malie /
nuove; talvolta perseguii la traccia /
di un dolce incanto per malcerte vie. /
Non riguardai l'ingannatore in faccia /
per non tremar di oscura diffidenza /
nell'amoroso cerchio di sue braccia. /
Quegli blandiva: Niuna sapienza /
che insegni vale un
bel gioco che finga. /
E mi versava in cuore una sua essenza /
fatta d'ombra, d'amore e di lusinga. )
(da Le seduzioni)

Erano anni difficili per la donna nella letteratura, i benpensanti della Torino bene di quei primi anni del novecento male accolsero i tentativi in versi di una donna, c'erano pregiudizi molto profondi, e si accentuarono e si accanirono contro di me dopo la pubblicazione della terza raccolta di poesie dal titolo, che dice già tutto, "Le seduzioni", che fecero di me, sulla bocca di tutti, una donna perversa. Sì, è vero, parlavano di me come di una poetessa sensuale, ma io la prendevo sul ridere, non me ne preoccupavo molto anche perché mi inorgogliva che si parlasse di me.Quella società, specialmente quella non letteraria, non poteva accettare che una donna si esprimesse in poesia trattando quegli argomenti scabrosi…

Del resto Amalia si presentava immediatamente come una femmina anticonformista, se teniamo presente la tradizione del tempo a Torino: capelli lunghi, che ella amava acconciare secondo la moda di Parigi, e i vestiti all'ultimo grido della capitale transalpina. A ciò si aggiunga il suo carattere chiuso, e il fatto che non le piaceva frequentare gente, anzi amava essenzialmente la solitudine. Con un carattere "passionale, focoso" in contrapposizione a quello del poeta "cinico e retrivo".
La storia, prima difficile, presto diventa impossibile.
Anche perché Guido era timoroso di questa relazione causata dalla sua malferma salute, malato, di quella forma di tubercolosi manifestatasi fin da bambino, e che lo avrebbe portato alla tomba.
Per contrasto al poeta di Aglié, in Amalia c'era solo voglia di provocare, di cercare e di cogliere in ogni occasione ogni frutto proibito, un carattere nato per scandalizzare con le sue poesie, i suoi drammi, i suoi romanzi, i suoi modi di fare e di presentarsi. Pensate, quando nel 1923 pubblicherà il romanzo Quando avevo un amante, Amalia subì uno dei tanti processi per oltraggio al pudore.
La Guglielminetti ha rincorso il poeta tempestosamente per tutta la durata della loro relazione a distanza, ma nulla poté il vigore di questo suo desiderio dinnanzi all'assenza cercata costantemente da Gozzano, ossessionato dalla paura di una donna decisa a tutto. Amalia non si sposò. Avrebbe volentieri sposato soloGozzano; ma quegli cercava la fuga dalla donna (e dalle donne), qualcuno dirà poi per aridità e impotenza sentimentale. E si fece derivare questa sua paura dalla maledetta malattia ai polmoni che l'afflisse da sempre.
Guido non voleva il suo amore, voleva la sua amicizia. Non voleva il contatto fisico, voleva l'immaginazione. Non voleva un rapporto reale (che lei rincorreva strenuamente, con ogni mezzo), desiderava solo un rapporto ideale. Glielo scrisse anche, in una lunga lettera del novembre del 1907: leggiamone qualche passo:

Vi siete mai domandata ciò che succederebbe se io non dovessi esiliarmi? Io sì. Succederebbe più o meno questo.
un giorno, un bel giorno, io sarei a casa vostra, nel vostro salotto, con Voi… … sarebbe un crepuscolo, un crepuscolo della prima primavera, …
… si farebbe notte, più notte, nel quadrato della finestra, rabescato dalle cortine, il vostro profilo apparirebbe appena…
… allora io, che avrei le vostre mani nelle mie mani, crederei di sognare, e inconscio, irresponsabile come in un sogno, mi chinerei sulle vostre dita, salirei lungo le falangi con le labbra, fino a mordervi le vene del polso…
… istintivamente, sempre come in sogno, la mia bocca si troverebbe dietro il vostro orecchio, alla radice dei capelli fini, e vi morderei alla nuca (il mor
so è il mio vizio preferito).

Ecco, Guido ci pensava, eccome se ci pensava al rapporto fisico con l'amante ideale, ma la paura (o qualche altra cosa?) lo tratteneva, e si limitava a fantasticare a sognare.
Non voleva soffrire per questo, lei aveva capito questo timore, tanto che gli scrisse: « Non mi sfuggite, Guido, non abbiate paura di me, io non voglio farvi del male »
Scriveva Amalia, ne Le Vergini folli (1907), in un sonetto che poteva ben attagliarsi a se stessa, estroversa, libera e libertina, in un periodo culturale in cui si presentava talvolta ornata di piume di struzzo, con cappellini alla francese e una veletta che le copriva gli occhi di maliarda:

Tu t'abbandoni, o pallida indolente,
nella ricca mollezza de' cuscini,
e in sonnolenta voluttà reclini
l
e ciglia gravi tediosamente,

quasi un'ebrezza tenue la tua mente
oziosa per strane ombre trascini,
o vélino i tuoi occhi felini
soporiferi aromi d'oriente.

O sei come una bella agile tigre,
che s'allunghi a giacer sotto una palma,
con tue movenze regalmente pigre.

Ma non t'insidia il serpe tentatore,
e tu per scuot
er la tua uggiosa calma
ti lasceresti pur suggere il cuore.

Anche nei versi più belli si sente un certo dannunzianesimo, dal quale la scrittrice non seppe mai staccarsi, alla continua ricerca dell'estetismo estremo: e nel portamento, e nelle vesti, e nel suo atteggiarsi, tutto al contrario del crepuscolarismo di cui erano intrise le opere del Gozzano. Nelle sue poesie, poi, sembra quasi specchiarsi l'impossibilità di una unione materiale coll'amato, quell'unione sempre agognata ma mai raggiunta.
Ella lo sente lontano, sfuggente, quasi un nemico.

"… che avete, Guido, contro di me? Vi sento fasciato di freddezza e di ostilità."

Era passato già un anno e il loro rapporto non aveva fatto nessun passo avanti, le solite rincorse di lei, le solite ritirate di lui. In un ennesimo tentativo di appuntamento (galante) la Guglielminetti scrive:

"… voi attendetemi nella piazza del monumento a Vittorio Em. sotto i portici presso l’ufficio postale. Vi raggiungerò verso le cinque. Prenderemo, se credete, una vettura e andremo fuori. Bisogna ch’io vi guardi negli occhi e nel cuore un momento...".

Ma si tratterà ancora un incontro mancato.

perché mi fate piangere Guido...
… vi voglio bene e soffro crudelmente di sentirvi tant
o lontano.

Gozzano sentiva il bisogno di amare, ma non nella vita reale bensì nella vita di sogno, amare come si immaginava nella fantasia, disegnandosi "in mente" una figura di lei simile a quella signorina cocotte che lo stregò, lui ancora bambino, mentre giocava nel giardino

ed ella si chinò come chi abbia
fretta d'un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò di tra le sbarre
come si b
acia un uccellino in gabbia

… un ideale di donna sognata, da quel momento fatato, per sempre; una donna che non dimenticherà mai, e che avrà davanti anche durante la relazione sentimentale con la Amalia Guglielminetti.
Dirà pochi versi appresso nella suddetta poesia, infatti

Sempre ch'io viva rivedrò l'incanto
di quel suo volto tra le sbar
re quadre

Questo amore per Gozzano non fu mai amore, fu piuttosto, come ebbe a definirlo una volta: "fraternità spirituale".

Mi feci le ossa, non lo dimenticherò mai, dentro la redazione della rivista "La donna", ne fui l'anima, ma la gente non apprezzava i miei scritti, già da allora sentivo intorno a me un'atmosfera negativa, per le mie idee nuove, per il mio modo di poetare.
… conobbi Guido, e imparai ad apprezzarlo prima, ad amarlo poi, ma lui…
… ci definivano crepuscolari, ma eravamo poeti nuovi, innamoratissimi della poesia…
… cominciavo ad essere conosciuta anch'io, rare volte però ho frequentato i salotti, preferivo stare sola, ero molto riservata, e ciò non piaceva ai letterati di Torino.
… ci scrivemmo lettere…
« Vi bacerei le mani, le vene dei polsi, vi morderei la nuca. È il morso il mio vizio preferito »
« Guido, ditemi una parola di tenerezza, mentit
ela pure se non la sentite, cercatela se non l'avete »

Finì anche la relazione sentimentale con il poeta. Ciò che la scrittrice aveva previsto già molto prima, in un sonetto famoso:

Folle è lasciarci, tutti accesi ancora
di desiderio, ancor pronti a godere
di tutto ciò che l'un dell'altro ignora.

La volontà che tiene prigioniere
le nostre giovinezze le flagella,
per farle in solitudine tacere.

Ma più le volge incitatrice a quella
gioia non mai gioita, che la morte
pur ci farebbe nel suo riso bella.

Più
dolce sorte è la comune sorte :
darsi con umiltà l'un l'altro, ciechi.
Abbandonarsi al vortice più forte
e dirsi dopo un breve addio, senz'echi.

Morì dunque un amore mai nato. Era dicembre, un dicembre dei più tristi per Amalia; terminava un amore "solo finto" per Guido, molto sofferto e mai raggiunto, per la scrittrice. Il poeta scappa di nuovo in Riviera, e lascia sola l'amata inconsolabile, disfatta.

« Addio, Amalia, senza molta tristezza. Di lungi vi scriverò ancora quando avrò qualche bella notizia della nostra poesia. E voi anche. Ma non parleremo della nostra passione e del nostro passato. La passione è un ingombro al nostro cammino di gloria... ».

Ma lei gli risponde ancora testardamente: « Io non voglio che tu mi sfugga, Guido…poi si arrende: …Guido… mi respingi… mi allontani… pure implorando … qualche segno di bontà in cambio di tutta la mia tenerezza ».
E la parola fine, da parte di lui: … questa è la grande verità. Io non t' ho amata mai...
io non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l' avidità del desiderio… dichiarando implicitamente, forse, la propria incapacità di amare fisicamente.
Pier Paolo Pasolini, in un saggio di circa quarant'anni dopo, dice di Gozzano: l’essere è un colloquio con se stesso, in cui dibattere il problema della propria impotenza, rendendolo infinitamente complicato per poter avere, insieme, infinite ragioni per giustificarsi…

Intorno al 1914 Amalia si lega sentimentalmente con lo scrittore Pitigrilli. In breve divenne suo amante, ciò che contribuì ad aumentare le voci negative che la circondavano.
Lo stesso Pitigrilli, nella biografia della scrittrice/poetessa (Amalia Guglieminetti, Milano, 1919, D.Segre) ebbe a scrivere:

"i malati di impotentia coeundi dei giornali clericali, i moralisti d'ambo i sessi, i gesuiti con o senza cotta, si scaraventarono contro questa poetessa che non chiudeva le imposte prima d'accendere la veilleuse del suo boudoir".

Il romanzo della Guglielminetti La rivincita del maschio, pubblicato nell'anno 1923 fu ritenuto osceno e contrario alla moralità e favorì ancora di più l'opinione negativa sulla scrittrice.
I due amanti non ebbero vita facile, tutt'altro, ma come tutte le cose anche questo rapporto presto virò verso la fine: tra accuse e controaccuse, denunce e controdenunce, arresti e processi e assoluzioni e condanne dei due scrittori,
Fu un rapporto molto turbolento e tormentato, che la scosse profondamente e alterò i suoi nervi. Finì ricoverata per alcun tempo; fino a che poté tornare alla realtà quotidiana, ma profondamente cambiata: dentro e fuori. Non era più la donna de Le Vergini folli, né quella dei libri di fiabe per bambini che aveva scritto anni prima. Certo, continuò a scrivere: racconti brevi, testi teatrali (che ebbero anche un discreto successo) ma niente era come prima.
Quella Amalia Guglielminetti che visse a lungo nella eterna rincorsa del solo uomo che amò, non c'era più.
Morì a Parigi nel 1941.

marcello de santis

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