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Libero Bovio

17 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Libero Bovio

LIBERO BOVIO (Napoli 1883-1942). Per farvi un'idea di chi è stato questo grande poeta e scrittore napoletano del primo novecento voglio partire dalla fine.
Dopo una vita di successo, e di estemporaneità grazie al suo carattere compagnone e allegro, anche se un poco - apparentemente e forse no - misantropo, il poeta è sul letto di morte.
E voglio immaginare che in questo mesto momento della sua vita, nelle case, nelle piazze, nei vicoli della città partenopea la quotidianità della gente - che scorreva come al solito uguale e monotona, e da qualche parte forse anche no - si lavorasse si riposasse si vivesse - insomma - ascoltando qua la canzone Lacreme Napulitane


... e 'nce ne costa lacreme st'america
a nuje napulitane
pe' nuie ca 'nce chiagnimmo
o ci
elo e napule

là, la canzone Reginella

t'aggio voluto bene
tu m'hai voluto bbene a me
mo nun'nce amammo 'cchiu'
ma a vvote distrattame
nte
pienzo a te

e magari la radio italiana dell'epoca, quella che si chiamava ancora EIAR - Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche (avrebbe assunto la sigla di oggi RAI Radio Audizioni Italiane solo due anni dopo, nel 1944) trasmetteva per tutto il territorio nazionale la canzone più malinconica, più triste del poeta: quella Chiove che egli scrisse dedicandola alla celebre cantante Elvira Donnarumma.

Tu staje malata e cante,
tu staje murenno e cante...
So' nove juorne, nove,
ca chiove...chi
ove...chiove...

La cantante infatti stava per morire - era l'anno 1923 - e Libero Bovio, don Liberato come lo chiamavano gli amici e colleghi più intimi, volle dedicargli una poesia; perché al poeta sembrò che la signora Elvira esprimesse con gli occhi ancora il desiderio di poter cantare, magari una canzone nuova, e magari una canzone scritta appositamente per lei dal suo più grande amico, don Liberato, appunto.

E se fa fredda ll'aria,
e se fa cupo 'o cielo,
e tu, dint'a stu ggelo,
tu sola, ca
nte e muore...

Chi si'? Tu si' 'a canaria...
Chi si'? Tu si' ll'Amm
ore...

E forse, chissà, con lo sguardo triste e stanco sul viso emaciato, implorava con un sorriso amaro, il poeta vicino 'on Libera' scrivetemi 'na canzona...
Elvira aveva un aspetto imponente, era piuttosto grossa, florida e vivace.
Cominciò a cantare giovanissima a Napoli per poi trasferirsi a Roma dove si esibì a lungo come canzonettista, appunto. Nonostante non avesse particolari attrattive fisiche, divenne una cantante di grande successo. Era il periodo della Belle Epoque e dei cafè-chantant e lei ne divenne presto una regina incontrastata. Ebbe successi enormi, e la stima di grandi autori come Bovio, appunto, e Nicolardi. Lavorò fino a che la sua cattiva salute, che era stata malferma fin dalla giovane età, la costrinse a ritirarsi dalle scene nel 1932.
Morì a Napoli l'anno successivo, all'età di cinquant'anni.
Fu così che nacquero i versi di Chiove, che il poeta sottopose all'attenzione del suo amico Evemero Nardella; che ne fece - musicalmente parlando - il capolavoro di quell'anno; e di tutti i tempi.

Tu, comm'a na Madonna,
cante na ninna-nonna
pe' n'angiulillo 'n croce,
ca vò'
sentì' 'sta voce,

'sta voce sulitaria
ca, dint' 'a notte, canta...
E tu, comm'a na Santa,
tu sola
sola, muore...

Chi sì'? Tu sì' 'a canaria!
.......
Giesù, ma comme chiove!

***

Il poeta aveva una stazza gigantesca, era grosso, camminava poco; sempe c''a sigaretta 'mmocca, come scrisse più tardi Carosone in una sua canzone dal titolo 'o sarracino; la sigaretta tra le labbra, viaggiava sempre in carrozzella; i napoletani lo amavano molto e lo riconoscevano da lontano quando passava per strada; correvano verso di lui e lo applaudivano, lo complimentavano; era una gioia per loro raccontare poi di averlo visto, di averlo avvicinato, e i più fortunati, di avergli stretto la mano.
Era ricercatissimo nei salotti che contavano, nelle "periodiche che si tenevano nelle case dei signori, dove si davano convegno scrittori, poeti, musicisti, parolieri"; era rinomato e per la sua classe estetica non indifferente e per la sua battuta sempre pronta e spontanea.
Ascoltate questa: un giorno sedeva al suo tavolo di lavoro, nella redazione della Casa musicale La canzonetta. Stava leggendo una sua nuova poesia al direttore, quando entrò nella stanza un modesto gerarca fascista, venuto appositamente nella sede delle Edizioni per comunicare al poeta che stava per arrivare a Napoli un alto funzionario del partito, tale Edmondo Rossoni, che desiderava incontrarlo.
Si avvicina alla scrivania, si presenta, battendo i tacchi con sussiego e disciplina, come era uso fare, ma Bovio che non intende distrarsi, alza appena la testa, gli lancia uno sguardo brevissimo e gli dice: pigliatevi una sedia. E torna alla sua poesia.
Quel fascistello borioso anzichenò, piuttosto contrariato da questo comportamento, gli fa: Forse non avete capito chi sono! E si ripresenta: nome, cognome, grado.
E Bovio: ...aaaaaahhh, e allora pigliateve ddoje segge.
E torna a leggere.
La sua fama nel mondo si deve alla canzone napoletana, anche se scrisse pure versi in lingua, che divennero presto canzoni famosissime; ricordiamo tra le più celebri Signorinella e Cara piccina. Amava la sua città, la sua gente, il suo dialetto. Diceva: Vuje nun 'o ssapite, ma puro Giesù parlava in dialetto; e Dante nun scriveva in dialetto? O pateterno alloco pur'isso parla in dialetto! (da: Renato De Falco, Del parlare napoletano.)
Scrisse i versi di "Surdate", che divenne la sua prima canzone di successo, per la musica di quel grande musicista, cui abbiamo già accennato, che fu Evemero Nardella.

«Songo napulitano. Nun voglio fa' 'a guerra, signor tenente...
voglio sulamente can
ta'!».

Il tenente ha sorpreso il soldato mentre canta una malinconica canzone napoletana, e gli dice che non deve fare il tenore, ma deve fare il soldato. E il soldato, con gli occhi lucidi, velati di tristezza, gli risponde così:

«Signor tenente,
mannàteme 'm priggione, nun fa niente!
Pienzo a 'o paese mio ca sta luntano,
e so' napulitano, e si
nun canto i' moro!»

Racconta lo storico Vittorio Paliotti che, quando Libero Bovio doveva salire sulla carrozzella, il cocchiere si doveva spostare con tutto il suo peso dalla parte opposta rispetto a dove stava salendo lui, facendo da contrappeso, per evitare che con la sua mole inconsueta facesse capovolgere la carrozza.
Lo scrittore Giuseppe Marotta lo descrive così: ... largo, denso, ... il mento a due piani, il ventre ondeggiante e inquieto come un pallone alla festa del Carmine in procinto di innalzarsi, le gambe stipate negli imbuti dei calzoni...
La storia della canzone napoletana lo annovera tra i grandissimi di tutti i tempi, accanto a Salvatore di Giacomo, Ernesto Murolo, E.A.Mario.
Si iscrisse all'Università, alla facoltà di medicina, ma non faceva per lui, abbandonò. La madre, la signora Bianca Nicosia ,valente pianista e maestra di pianoforte, quando s'avvide che al figlio piaceva comporre in napoletano, cercava di distrarlo facendogli ascoltare brani di musica classica, ma lui era solito affermare che migliori di Bach e Beethoven erano senz'altro i suoi compagni Gambardella e Di Capua (altri due grandi della canzone napoletana).
Fu il re di Piedigrotta per oltre trent'anni, con poesie musicate dai grandi musicisti di Napoli, tra cui Nardella, Lama, De Curtis.
La madre fece di più, per distrarlo da questa sua "mania" lo fece assumere presso un giornale locale, ma a lui di stare là dentro non piaceva; lo lasciò dunque per andare al Museo archeologico Nazionale; qui aveva modo di scrivere; e molto anche, ma soprattutto scrivere quello che più gli piaceva, lontano dagli sguardi fulminanti sua madre: poesia in dialetto.
Questa sua passione lo portò a dirigere la casa editrice La canzonetta per cinque anni (1917-1923), per poi passare ad un'altra casa editrice.
Nel 1915 scrisse Tu ca nun chiagne che Ernesto De Curtis rivestì di una musica immortale, e Reginella (musicata da di Gaetano Lama); il tempo passava e il suo nome brillava sempre di più; e anche la sua stazza saliva e saliva...
I napoletani lo amavano.

Dieci anni dopo nacquero 'O paese d'o sole (musica Vincenzo D'Annibale) e Lacreme napulitane (Francesco Buongiovanni).
Gaetano Lama musicò anche quella stupenda poesia che è Silenzio cantatore; sulla quale ebbe a scrivere alla moglie Maria, Luigi Pirandello: ... Silenzio cantatore vale quanto i miei Sei personaggi in cerca d'autore.
Va ricordato che nel 1934, - aveva appena passato la cinquantina -, fondò insieme ai musicisti suoi amici e collaboratori Gaetano Lama e Ernesto Tagliaferri, cui si unì anche Nicola Valente, la casa editrice La bottega dei quattro.
La sua vita fu costellata di tantissimi aneddoti che si ricordano con simpatia ancora oggi. Ne voglio riportare ancora uno.
Don liberato, come lo chiamavano gli amici, stava a letto con una fastidiosa influenza. E poiché non gli passava, impaziente, insofferente com’era proprio per natura, oltretutto con quella figura massiccia che si ritrovava - figuriamoci poi come doveva esserlo adesso che non si sentiva bene - fa chiamare il dottore.
Viene al suo capezzale un valente medico di Napoli, basso e scartellato (cioè gobbo). Il poeta che ha la testa avvolta in uno scialle di lana, si lamenta,
- dotto’… dotto’, me sento male! Me sa ca chesta vota ‘on liberato se nne va…
Il medico gli batte uno scherzoso colpetto sulla pancia enorme e per sollevarlo da quel pessimismo fuori luogo, gli fa:
- … don libera’, pigliateve ‘e medicine che v’aggio scritto ccà, e int’a quacche juorno, vuj starete comm’a me.
Bovio spalanca gli occhi sulla misera storta figura del medico, e bofonchia:
- dottò, voglio muri’…
Pur essendo di una mole esagerata era molto riservato e dotato di un pudore immenso. Le sue canzoni celebri non si contano. Noi ne vogliamo ricordare ancora altre due, indimenticabili.
Una è Zappatore che il poeta scrisse nel 1928, e che la musica di Ferdinando Albano contribuì a farne un successo internazionale. Successo che si deva anche al grande cantante Mario Merola, il quale ne recitò una sceneggiata che rimarrà alla storia. Ma forse pochi sanno che la prima interpretazione della canzone si deve a Gennaro Pasquariello (nel 1928, appunto); e solo un anno dopo - tanto era accattivante la storia - nacque la sceneggiata che porta lo stesso titolo, portata sulle scene dal grande Salvatore Papaccio due anni dopo, nel 1930.
Dovevano passare 52 anni, prima che Mario Merola ne facesse il suo cavallo di battaglia, nell'anno 1980, portandola in giro prima in Italia e successivamente in America, dove gli emigrati italiani fecero un idolo del cantante.
A una festa di ballo che si svolge in città si presenta un uomo di campagna, con indosso poveri panni di tutti i giorni. Persone allegre, "uommene scicche e femmene pittate": uomini eleganti e signore bene abbigliate.

Chi só'?...
Che ve ne 'mporta!
Aggio araputa 'a porta
e só'
trasuto ccá...

Musica, musicante!
Fatevi mórdo onore...
Stasera, 'mmiez'a st'uommene aligante,
abballa un contadin
o zappatore!

E' venuto a cercare il figlio avvocato, che per la grande città s'è dimenticato del paese e della madre che sta morendo,

... se vi vergognate di noi, signor avvocato, anch'io mi metto scuorno - mi vergogno, di vossignoria...
Sìssignori, scusate, sono un parente dell'avvocato... e voglio dirgli
che

Mamma toja se ne more...
'O ssaje ca mamma toja more e te chiamma?
Meglio si te 'mparave zappatore,
ca 'o zappatore, nun sa sco
rda 'a mamma!

Mamma tua sta morendo, vorrebbe che tu venissi a raccogliere il suo ultimo sospiro...

Chi só'?
Vuje mme guardate?
Só' 'o pate...i' sóngo 'o pate...
e nun mm
e pò cacciá!...

Só' nu fatecatóre
e magno pane e p
ane...
Si zappo 'a terra, chesto te fa onore...
Addenócchiate... e vásame sti
mmane!

(sono un lavoratore/ e mangio pane e pane/ se lavoro la terra, questo ti fa onore/ inginocchiati, e baciami queste mani.)

L'altra canzone che non potevamo non ricordare è la celebre Guapparia. Aveva 31 anni Libero Bovio quando scrisse le parole della canzone; e il musicista Roberto Falvo, che di anni ne aveva dieci più di lui, ne fece un capolavoro. Non c'è concerto nel mondo, leggero o lirico, in cui questa canzone non venga eseguita. Nel tempo venne classificata - se così si può dire - una "canzone di giacca" cioè di malavita; il nome si deve al fatto che parla del "guappo" che si presenta sempre ben vestito, elegante, cravatta alla moda e giacca attillata.
Un uomo è offeso dalla sua donna. Si chiama Margherita, è 'a cchiù bella d''a 'nfrascata.

Scetáteve, guagliune 'e malavita...
ca è 'ntussecosa assaje 'sta serenata:
Io sóngo 'o 'nnammurato 'e Margarita
Ch'è 'a femmena cchiù bella d''
a 'nfrascata!

Ma adesso lui la vuole 'ntusseca', la vuol fare soffrire. E organizza una serenata 'ntussecosa, cattiva, crudele, per mettere in croce chi l'ha messo in croce; per colei che gli ha fatto perdere la dignità di guappo; pe' colpa soia. Era il più guappo del rione Sanità, e adesso...

Ll'aggio purtato 'o capo cuncertino,
p''o sfizio 'e mme fá sèntere 'e cantá...
Mm'aggio bevuto nu bicchiere 'e vino
pecché, stanotte, 'a voglio 'ntussecá...
Scetáteve guagl
iune 'e malavita!...

Ma il complesso, il concertino improvvisato, pur partecipando al dolore del capo, non va a tempo, stona maledettamente e sembra piangere mentre dovrebbe piangere solo lui...

Pecché nun va cchiù a tiempo 'o mandulino?
Pecché 'a chitarra nun se fa sentí?
Ma comme? chiagne tutt''o cuncertino,
addó' ch'avess''a chiagnere sul'i'...
Chiágneno sti guagli
une 'e malavita!...

Libero bovio s'era ammalato nel 1941, quando aveva 57 anni. Stava nella sua casa a Napoli, in Via Duomo; morì là; era il mese di maggio del 1942. Poco prima di spirare scrisse gli ultimi suoi versi, Addio Maria, dedicati alla moglie Maria (Maria Di Furia). Ma volle scrivere anche il suo epitaffio, che desiderava fosse scolpito sulla pietra sulla sua tomba. Parole che dicevano così

qui non riposa libero bovio
perché gli altri morti di notte
litigano tra loro
e gli da
nno fastidio

Ciò che non avvenne: là furono incisi alcuni de versi di Addio Maria... Forse, e forse anche spesso, quando la gente passando si sofferma a leggere il suo nome sulla lapide e i versi dedicati alla moglie Maria, da lontano, fuori del camposanto giungeranno le parole e la musica di qualche sua canzone che si scioglierà dolce nel silenzio del luogo di rispetto. Silenzio che parla parole d'amore per la sua cara Maria.

Marì dint''o silenzio
silenzio cantatore
nun te dico parole d'ammore
ma t''e ddice '
o silenzio pe' me"


marcello de santis

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