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Il mio primo e unico furto (fuori casa)

5 Luglio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Il mio primo e unico furto (fuori casa)

All’epoca eravamo un gruppo di monelli tra i dodici e i quattordici anni. Passavamo il tempo tra giochi infantili – nascondino (da noi chiamata nascondarella), partite di pallone, e altre simil cose – e occupazioni più smaliziate – partite di poker nel garage momentaneamente libero d’uno di noi; chiacchierate indolenti seduti sul muretto della chiesa o tra i tavoli del piccolo bar dei paraggi, a dispetto della non sempre contenuta irritazione del proprietario, che vedeva i suoi tavoli occupati per molte ore a fronte di poche e povere consumazioni; sigarette fumate tra le dunette di un campetto circostante ai limiti del nostro territorio e da noi chiamato “I monticelli”, e altre simil cose. Eravamo un gruppo di monelli ognuno dei quali aveva un che da fuggire in casa propria. Chi altri quattro o cinque tra fratelli e sorelle ingombranti, chiassosi e tendenzialmente prevaricatori, impegnati a costruire e mantenere una gerarchia della quale facevano le spese i minori, magari a petto d’un padre ubriaco se allegro o ingrugnito se sobrio; chi fuggiva invece dubbie reputazioni di madri o sorelle, troppo spigliate o simpatiche, pagando il fio di una colpa non sua e risarcendo qualcuno di noi dell’ospitalità con saltuarie e non del tutto impegnative prestazioni omosessuali; chi fuggiva l’onta di genitori separati: oggi si stenterebbe a crederlo, ma allora un padre non morto o non emigrato o non carcerato che non vivesse in casa era un mistero che rendeva i figli bisognosi di comprensione e sempre a rischio d’esclusione; chi, più semplicemente, fuggiva le botte dirette su di sé o indirette sulla madre d’un padre perennemente sbronzo – fotocopia sputata del Ferribotte dei Soliti ignoti - che sostentava la famiglia e la sua macchina sportiva guardando lavorare moglie e figlio nel lucroso negozio di casalinghi e servizi vari. Io per la verità non ricordo cosa fuggissi o se avessi qualcosa da fuggire: madre e parenti mi volevano bene, mi stimavano, mi ritenevano in rampa di lancio per un profittevole futuro, ero riflessivo, educato, preoccupato; soffrivo un po’, forse, dell’indifferenza arrogante d’un fratello troppo maggiore d’età e già impegnato in attività cui non potevo partecipare: insomma nulla di veramente serio. Eravamo un gruppo di monelli che s’aggirava o sostava su un territorio circoscritto che comprendeva le case d’ognuno di noi, la scuola, la chiesa, il bar, i “Monticelli”: questo era il cerchio spaziale. Il cerchio ideale che costituivamo era altrettanto reale, sebbene duttile e permeabile sia in entrata che in uscita. Eravamo un gruppo di monelli e in mezzo a noi capitava talvolta un ragazzo un po’ più grande, di pochi mesi da alcuni, di un anno o poco più da altri. Un ragazzo di esperienza e di prestigio. Per l’una faceva fede il suo lavoro fisso – barista al bar del mercatino rionale, ben distante dal nostro territorio – per l’altro un fratello in carcere, che se non era proprio il famoso bandito era comunque oggetto di suggestione e soggezione. Eravamo un gruppo di monelli e un ragazzo d’esperienza e prestigio saltuariamente ospite del nostro circolo ognuno con un nome. Mi correrebbe l’obbligo di indicarlo, di chiamare con il loro nome o con un nome fittizio questi personaggi (me compreso). Ma l’una o l’altra cosa mi risultano difficili. Se li indicassi con il loro vero nome, temo, nel caso improbabile vengano a conoscenza di queste righe, che possano urtarsi, possano rivendicare d’aver visto le cose in maniera diversa, o che non gradiscano vedersi imprigionati in una verità parziale, com’è, e come non può essere altrimenti, una verità. Se usassi nomi fittizi e mi consegnassi, come sarebbe giusto, a tutte le prerogative del fare letteratura, mi sembrerebbe quasi di tradirli, di svellere da loro una parte della loro verità. Un residuo, forse, del pensiero magico che contesta l’assoluta convenzionalità di parola e cosa, nome e persona. Del resto, però, chiamarsi Giovanni o Kevin o Goffredo, oppure Concetta, Sharon o Lucrezia, converrete con me, non è la stessa cosa, soprattutto quando si è ancora in tenera età, quando la personalità è ancora una nebulosa di opportunità. Ma in questa constatazione c’è poco di magico: qui entrano in corte la Storia, la Sociologia con gli spregevoli cortigiani dell’autocompiacimento e dell’intellettualismo. Eravamo un gruppo di monelli e un ragazzo ospite e ci chiamavamo, alla rinfusa, Gianni, Paolo, Daniele, Stefano (due occorrenze), Giorgio, Massimo, Giancarlo; nessun Goffredo, nessun Sigismondo, nessun Manfredi e nemmeno un più spendibile Riccardo; per la verità non c’erano nemmeno Carmeli o Concetti o Santini. Il ragazzo ospite aveva una per noi stupefacente disponibilità economica che gli permetteva d’aprire giornalmente il suo pacchetto di Marlboro morbide (soft), che, quasi snobisticamente, ripagavano della minor praticità della confezione rispetto alla Marlboro dure (box) con una leggera maggior lunghezza e un gusto più pieno. Poteva consumare al bar e fare il gesto che alcuni di noi sognavano la notte: infilare la mano in tasca, trarne una manciata di monete e trascegliere tra queste quelle da consegnare al cassiere. Intendiamoci, noi gruppo di monelli, avevamo disponibilità economiche personali superiori a quelle dei Goffredo - che magari avrebbe potuto possedere e giocare con una pista a quattro corsie, due ponti e un giro della morte, ma non avrebbe potuto decidere d’andarsi a prendere un gelato - o dei Concetto, ma dovevamo pur sempre contare mentalmente le 500 lire per il cinema o le 250 da mettere insieme per le MS da 10. E se riuscivamo a mettere insieme ognun per sé le 2500 lire per la piscina – avendo il mare a poche centinaia di metri, ovviamente agognavamo d’andare nella piscina inaugurata di fresco, come una grande novità – non potevamo certo dire, come faceva il ragazzo talvolta ospite, “dai, un biglietto ve lo pago io”. La letteratura non ha solo il sacro e santo, fumoso e controverso compito di dire la verità, ma, assieme ad altri ancora, anche quello di mostrare agli Stefano, ai Goffredo e ai Concetto che il mondo è un prisma cangiante e che se ci si riduce ad una striminzita figurina – foss’anche nudo su un panfilo a largo o in costume da bagno a bordo piscina o in mutande bianche su una spiaggia libera – se ne perde gran parte del gusto. Il ragazzo ospite aveva anche il privilegio di lasciare, purché non glielo richiedessimo esplicitamente, gli ultimi due tiri o addirittura l’intera mezza sigaretta a qualcuno di noi che lui opzionava a caso o secondo sue imperscrutabili elucubrazioni. Caso e elucubrazioni insollecitabili, pena l’evaporare della possibilità. Il ragazzo ospite aveva disponibilità economiche per noi fantasmagoriche perché lavorava, perché a fine mattinata poteva portarsi via le mance e perché rubava. Era specializzato nel furto delle autoradio dalle macchine in sosta. Come poi trasformasse l’aggeggio in monete e banconote, ovvero l’esistenza di ricettatori o committenti, era per noi gruppo di monelli un mistero che rendeva il ragazzo ospite ancora più affascinante e soggiogante. Come invece svolgesse concretamente l’operazione, anziché limitarsi a raccontarcelo, decise, colta una circostanza favorevole, di mostrarcelo. In un’aula a cielo aperto il ragazzo ospite tenne un seminario di ladroneria. In uno spiazzo poco lontano dalla spiaggia, un assistente del professore – l’inconsapevole e malcapitato proprietario – aveva depositato una Cinquecento gialla con la cappotta apribile di cotone plastificato. Il ragazzo ospite ci fece dapprima notare che non aveva gli ammortizzatori abbassati, quindi non poteva appartenere a qualcuno che, informandosi in giro, avrebbe potuto scoprire l’autore (o gli autori?) del misfatto. Poi estrasse dalle tasche i ferri del mestiere, un coltellino e un rampino (che altro non era che un’antenna da autoradio, appunto), che spiegò sotto i nostri occhi. (Ah, che meravigliosa storia è compresa tra il rampino del secentesco Cavalier Marino e quello del ragazzo ospite). Sbirciò dal finestrino, si girò di nuovo verso i suoi pigolanti allievi e disse, con l’aria di chi la sa lunga, “c’è l’impianto, ma lo stereo non c’è”. Pensammo (o forse sperammo) che fosse suonata la campanella e che la lezione sarebbe stata rimandata ad altra data o a mai più; invece, dopo aver studiato le nostre estatiche espressioni, dopo aver di nuovo maliziosamente sorriso, “sti coglioni tante volte lo mettono sotto il sedile” aggiunse. D’un sol colpo di coltellino disegnò uno squarcio a forma di 7 sulla cappotta, infilò il rampino, sollevò il pomello di chiusura dello sportello, controllò sotto entrambi i sedili, scassinò, per sicurezza, e già che c’era, il vanetto portaoggetti, il tutto in non più di cinque o sei secondi, ma lo stereo non c’era per davvero. Evidentemente il coglione, sordo alle derisioni dei cabarettisti, se l’era portato dietro e ora passeggiava per mano alla fidanzata tenendo nell’altra il suo stereo in sicurezza. E noi gruppo di monelli fummo sollevati dall’idea che in fondo, mancando il bottino, non avevamo partecipato ad un furto, eravamo ancora vergini, per così dire. Il ragazzo ospite non se la prese più di tanto: uno squarcio in più o in meno non avrebbe influito più di tanto sulla sua esecranda carriera.

Cionondimeno quella lezione ebbe i suoi frutti. In una bella sera d’estate, ridotto momentaneamente il gruppo di monelli a una coppia, passeggiavamo per una delle nostre strade senza marciapiede e superavamo macchine in sosta alla nostra destra. Notai, notò, notammo una Seicento nera (se mal non ricordo) con il finestrino completamente aperto: non ci sarebbe stato bisogno né di coltellino né di rampino. Proseguimmo per un po’ senza parlarne, solo guardandoci, poi feci, fece, facemmo un’inversione a U e ripassammo di fianco alle lamiere tentatrici. Non c’era nessuno stereo, ma c’era in bella evidenza sul cruscotto un pacchetto di sigarette Astor morbide, involucro marrone, cammeo all’inglese proprio al centro, che aveva tutta l’aria di essere pressoché intonso. Al terzo passeggio presi, prese, prendemmo la decisione: il mio buon amico, poco più grande, più risoluto e, diciamolo francamente, più bello di me, protese il braccio nell’abitacolo e senza nemmeno aprire lo sportello, arpionò l’agognato pacchetto di sigarette. Cominciammo a correre a perdifiato, svoltammo subito a destra su una stradina laterale meno illuminata e più stretta e non ci fermammo fino a quando gli immaginati giustizieri con bastoni e forconi avrebbero esaurito l’ultima stilla d’energia. Io e il mio buon amico ci eravamo sverginati, per così dire. Come si evince dal titolo di questo pezzo letterario e, per chi fosse interessato, dal mio casellario giudiziale, io interruppi lì la mia carriera: troppa paura, troppa preoccupazione di far soffrire la mamma, di deludere i parenti. Il mio buon amico invece perseverò con conseguenze, che il fallace e lungimirante, a volta a volta lungimirante e fallace, senso comune, considererebbe disastrose. Il mio buon amico agì secondo il fallace e lungimirante detto “chi non risica non rosica”, io secondo l’altrettanto fallace e lungimirante “male non fare paura non avere”.

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