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PRIGIONE DI TRINCEE di Giuseppe Cuzzoni (1896 – 2001)

14 Giugno 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

PRIGIONE DI TRINCEE di Giuseppe Cuzzoni (1896 – 2001)

Cuzzoni racconta la sua esperienza nella Grande Guerra, da quando venne chiamato a prestare servizio partendo dalla sua Novara, fino al congedo ricevuto solo a 1920 inoltrato. La scrittura è sobria e controllata, la prosa piana, le emozioni sono espresse in modo sentito ma in forma pacata. Opera come ufficiale di fanteria dopo il corso a Modena, conoscendo vari tratti di fronte; Cadore, Monte Cimone, Carso, Piave. Nel suo memoriale si assapora più la dura vita di trincea che non il lato crudo della lotta, anche se l'autore viene ferito abbastanza seriamente da una fucilata in Cadore. Quello che si racconta è il grande lavoro di un ufficiale inferiore, teso a organizzare i compiti dei subordinati e impegnato soprattutto in continue perlustrazioni notturne lungo la linea. A contatto con i rudi e pazienti fanti, l'ex impiegato di banca impara ad apprezzarli, vedendo i ricoveri malsicuri, la posizione dominante del nemico, le zone martoriate dove

" ... il terreno all'aperto, tutto arso, sconvolto da buche e da fosse, aveva un odore nauseabondo di cose putrefatte ed un colore sanguigno che metteva orrore".

Lo stillicidio di perdite nelle prime linee rattrista, ma non dà luogo a spunti polemici. Chi cade è un eroe che a volte riesce ad avere una tomba grazie alla pietà dei compagni, ma non se ne parla mai come di una vittima. L'autore, infatti, pur non avendo partecipato alle manifestazioni degli interventisti e ostentando un temperamento tiepido e ben diverso da altri coetanei che si presentarono come volontari, considera comunque un dovere etico e civico il prendere parte al conflitto. Questa è la posizione che mantiene e mostra in tutto il memoriale. Tristezza e turbamento sfociano principalmente in una vivissima nostalgia di casa.

Grande è l'amore per i luoghi straziati in cui il suo reparto deve sostare; nel 1916 visita Gorizia finalmente presa elogiando i soldati che la difendono morendo ancora nelle sue vie. Identico è l'affetto per luoghi più desolati sulla Vertoibizza o presso il Piave, durante la ritirata dopo lo sfondamento di Caporetto. Sono luoghi dove si resta per settimane o appostati alla meglio solo per un pugno di ore, ma sono posti bagnati dal sangue e allora divenuti sacri. La descrizione della ritirata è la parte più drammatica e dettagliata del testo; gli uomini del reparto a tratti si sbandano nei vari paesi spopolati, si teme l'accerchiamento, poi si torna a sperare di resistere vicino al Tagliamento per poi proseguire l'arretramento fino al Piave. Poche le notazioni sui civili che ingrossano il numero dei fuggitivi; l'occhio resta puntato sui soldati. Nella descrizione di quelle settimane tragiche prevalgono l'angoscia per il Paese minacciato e il dolore per le conquiste perse, rispetto al senso di sbandamento generale che si trova in altri diari o memoriali. La durezza di quel periodo accresce la voglia di tornare a casa, già raggiunta alcune volte durante brevissime licenze che gli avevano permesso di restare a Novara appena poche ore. Solo nel gennaio 1918 può rivedere la famiglia.

Indimenticabile, tra i passi più tragici del libro, la descrizione di una fucilazione; in mezzo a molti soldati che non se la sentono di guardare, un condannato per diserzione muore in seguito a ben tre scariche di colpi, dopo essere caduto dalla sedia cui era stato legato ed essere finito in un fosso. Cuzzoni conclude così il resoconto dell’episodio:

La truppa venne quindi allontanata lasciando solo pochi soldati che provvidero alla sepoltura di una vita perduta anch’essa, se non a beneficio, a causa della guerra”.

Nel novembre dello stesso anno è nelle retrovie quando apprende la notizia dell'armistizio, ma attenderà fino al 15 maggio 1920 prima di avere il sospirato congedo. La felicità si mescola allora alla mestizia per il terminare di una stagione vissuta intensamente con i compagni; cinquantaquattro mesi indimenticabili e tali da, come scrive, confezionare il

" ... ricordo nostalgico dell'esercito d'Italia che per me ha sempre avuto il volto che gli vidi nella dura e ardua prova".

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