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Distopia e Futuro

21 Giugno 2015 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #saggi

Distopia e Futuro

Questo intervento è incompleto, chiunque vedrà errori, ma in fondo sono l’incompletezza e l’errore universale a dominare questo mondo. Dovevo sistemare il testo, renderlo più schematizzato (e per alcuni leggibile) o magari completarlo. Ma ripeto: da me troverete frammenti, ricollegabili, e quindi una sorta di indagine, di quesito fondamentale.

Mi affascinano le distopie non mediate, non immediate, quelle che portano su di esse il carico di un mondo vissuto. Non esiste distopia perfetta, ma il punto di riferimento (e rifornimento) rimane e rimarrà “1984”. Nessun ordinamento consente una libertà esprimibile a massimi livelli, poiché l'ordinamento stesso ha la funzione/forma di scatola, di struttura in grado di sovraordinare le istituzioni, i simulacri d'autorità, le sembianze del potere. La disumanizzazione dello Stato è in altri termini un nodo delle realtà distopiche, l'impatto gravoso delle soluzioni statali sulle persone diventa meccanismo a bassa democrazia. La distopia non descrive democrazie ma piuttosto aristocrazie, oligocrazie, tecnocrazie, generalmente totalitarismi. D'altronde nemmeno l'Utopia porrebbe come suo asse immaginario la forma democratica, intesa perlomeno nella sua dimensione rappresentativa, ma operando un allargamento quantitativo e qualitativo dei poli del consenso. Ciò evidentemente produce sovvertimento, un capovolgimento della visione generale dello Stato, delle assemblee che hanno il compito di normare.

Origini della Distopia

Per poter parlare del futuro di un elemento si deve essere a conoscenza delle sue origini, dei motivi della nascita e porsi parecchie domande riguardo allo sviluppo seguito. La celebrità ha portato 1984 di Orwell, Il Mondo nuovo di Huxley e Fahrenheit 451 di Bradbury, in qualche modo a bandiera del genere distopico, ma in realtà è possibile segnalare altre opere paradigmatiche. Le idee certe volte non si fanno trovare, hanno bisogno di spazi immensi come campi di frumento, altre volte ammorbano i silenzi: 1984 non è politically incorrect, ma è di fatto parecchio main-stream. Ciò che colpisce è la ruvidezza, la costruzione di un linguaggio che costituisce il mondo, la compiutezza innaturale degli scenari narrati. Poi c'è l'imponibilità. Fin quando un popolo vorrà essere sottomesso, schiavo di un sistema fatto si da casi eccezionali, che nella loro semplicità mettono in discussione la genuinità stessa della loro essenza, ma purtroppo permeato da burocrazie oscure, segreterie misteriose che cadono spesse volte nel patetico, potentati patentati e non. Il gioco della sottomissione ha un suo limite, sue proprie regole di decenza che non credo una legislatura possa lontanamente pensare o pianificare di scalfire. Oltre al discorso del volere c'è quello del potere. Scardinare, aprire come una scatoletta di tonno un'assemblea legislativa (ad esempio il Parlamento) è azione di forte impatto comunicativo, propagandistico per accaparrare consenso, numero variabile di elettori. Per trovare materiale distopico è necessario varcare i confini dei libri di scuola, leggendoli sì ma salpando con l'immaginazione verso costellazioni ed esplorando le stesse; mettere in discussione gli ordinamenti pseudo-democratici è una buona pratica. In questi tempi di crisi e follia si sta formando una nuova classe intellettuale, disponibile a nuove forme di compromessi, falsamente silente, non sottomessa ma forse addormentata. Ma tra follia e sanità mentale la linea di demarcazione talvolta non c'è.

Propaganda.

Sappiamo un po' tutti cosa sia, cosa rappresenta, le modalità d'intervento sulla popolazione. Non intendo la stampa, distribuzione e conseguente diffusione di volantini, depliant, né tanto meno affissioni presso luoghi pubblici. Per propaganda intendo un reale processo/percorso di indottrinamento, attuato mediante mezzi di comunicazione di massa (comunemente definiti “media”). Da certi media è necessario disintossicarsi. Il '900 ha visto la nascita della TV, un mezzo comodo, diretto (che cioè permette una fruizione libera, faccia a faccia, privata) ma sostanzialmente unidirezionale. La TV diventa autorità, medium massificante (e per certi versi terrificante) quando decide la linea. Premetto che non sono un terrorista della TV, ma bisogna dare atto che esiste quantomeno una “bilinearità” da seguire: la programmazione di un palinsesto e gli applausi all'interno di una trasmissione. La TV crea delle colonie umane e viene gestita da una elite.

Per l’Islam, altra grande religione di redenzione, la guerra santa (jihad) costituisce addirittura un caposaldo della sua dottrina di salvezza, peraltro largamente frainteso e conosciuto più per la sua vulgata popolare che per la sua originaria e più complessa matrice culturale. In estrema sintesi possiamo tradurre il concetto di jihad come scopo e ragione dell’esistenza, ovvero come perfettibilità morale, da perseguire attivamente mediante una costante ed attiva guerra o lotta morale contro il principio del male; che è in noi non meno che fuori di noi. Quindi contro l’egocentrismo e contro le forze che operano nella storia. Inscritta in un’etica di potenze contrapposte, che ambiscono all’anima umana, la concezione religiosa coranica postula un dualismo di fondo per certi versi assai simile a quello della christianitas delle Crociate. Operare e lottare contro le forze malvagie (Iblis è il corrispettivo demoniaco islamico), è quindi il senso originario della jihad come delle Crociate, come sforzo per migliorarsi, come una sorta di ascesi intramondana, per usare un termine weberiano. E tuttavia, la jihad è stata, ed è ancora oggi brutalmente intesa come “guerra perenne contro gli infedeli”, e come tale praticata; spesso al servizio di mire espansionistiche politiche, o come giustificazione di economie predatorie. (Antonio Riccio, Il pensiero religioso sulla guerra e la violenza politica. Mutamenti storico-culturali)

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. L’adesione ai modelli imposti dal Centro è incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. (P.P.Pasolini, Scritti corsari)

La globalizzazione rende le città sempre più simili: dappertutto abbiamo gli stessi quartieri d’affari, gli stessi centri commerciali, gli stessi alberghi di lusso, gli stessi aeroporti […] (Saskia Sassen, Intervista a Grégoire Allix, Le Monde, 21 Aprile 2009)

Non so per gli altri come sia, ma io sento che non posso fare come gli altri. (Dostoevskij)

Si arriva ben presto alla suddivisione dei poteri per organi rigidamente disciplinati. Tali organi posseggono funzioni, poteri da gestire, amministrare, possibilmente in linea con il gioco dei pesi e contrappesi posto come direttiva sovraordinata. La suddivisione dei poteri (e delle relative funzioni) delinea una di quelle questioni sul quale si fonda una democrazia, o quantomeno una garanzia di democraticità vigente. Il livello di democraticità di uno Stato, di un organo statale, di un’assemblea legislativa, non può essere stabilito a priori. Bisogna aggiungere che la schematizzazione in livelli crea gerarchie sul duplice piano del significato e della valenza del singolo organo o elemento posto in esame. Una schematizzazione che quindi non fa altro che influire in modo negativo nella sfera valoriale e per quanto riguarda le sintassi delle architetture d’ordinamento. L’operazione non è più interpretare il mondo che ci circonda, ma indebolire e al tempo stesso rafforzare le dicotomie tradizionali ravvisabili in molteplici contesti. Ci troviamo nel bel mezzo di un periodo d’espansione del concetto stesso di Stato-nazione. I confini crollano. Non si parla più di una forma di democrazia post-nazionale ma dell’inesorabile processo di abbattimento delle identità particolari, dei modelli tradizionali di Stato propriamente inteso e quindi delle sovranità nazionali. Questo quadro può risultare approssimativo ma è l’immagine di ciò che accade e continuerà ad accadere. Ho una prospettiva della democrazia che coincide con un percorso senza eschaton.

Ogni parola evoca un frame, un quadro di riferimento, che può essere costituito da una serie di immagini o di conoscenze di altro tipo. Ogni parola si definisce in base ad un frame. E anche quando neghiamo un certo concetto, non possiamo evitare di evocarlo. Il framing consiste proprio in questo: nell'usare il linguaggio che riflette la propria visione del mondo. Ma naturalmente non è solo una questione di linguaggio. (George Lakoff)

Il termine “Popolo” è connotato da un frame temporale ottocentesco. Il significato della parola tende a sbiadirsi in presenza di un mondo globalizzato. Permane una condizione d’imperialismo delle idee. Senza patria non c’è nazione, senza nazione non esiste nozione di popolo. Siamo dinnanzi alla notte delle democrazie, delle mezze democrazie, delle monarchie, delle aristocrazie, delle oligarchie, delle autocrazie, dei regimi. Dovremmo sapere che la storia è ciclica e che commettere lo stesso errore può costare la vita di una nazione, la genesi di una prospettiva. I programmi e gli spot elettorali illudono, producono quel senso di benessere interiore misto a speranza. Le forme espressive diventano forze espressive, gli ordinamenti descrivono la legge fondamentale di uno Stato, ma le società maturano quando non restano soggiogate da balletti di palazzo. Vivere sul filo del terrore, provando a convivere con flussi di notizie che producono instabilità psichiche, può garantire soltanto tensione sociale in un prossimo futuro. Il futuribile è indagine da fare con i dovuti dispositivi, strumenti, le reali sovranità decisionali, intercettando moti di pensiero. Il punto è, se mai ne esistesse uno, che ogni interpretazione deriva dall'interpretazione delle fonti, ossia delle origini stesse del filone letterario che rimanda all’impianto distopico.

Ricordare il passato può dare origine ad intuizioni pericolose, e la società stabilita sembra temere i contenuti sovversivi della memoria. Ricordare è un modo di dissociarsi dai fatti come sono, un modo di mediazione che spezza per brevi momenti il potere onnipresente dei fatti dati. La memoria richiama il terrore e la speranza dei tempi passati. (Herbert Marcuse, L’Uomo ad una dimensione)

Il filosofo prussiano (Kant) ebbe a dire con molta chiarezza: “Fra le tre forme di Stati la Democrazia è, nel senso proprio della parola, necessariamente un despotismo in quanto che essa fonda un potere esecutivo in cui tutti deliberano intorno e, dato il caso, anche contro uno che non è d’accordo con gli altri; ciò significa volontà di tutti che tuttavia non son tutti; una contraddizione, cioè, della volontà generale con sé stessa e con la libertà.

Intendo la sovranità non soltanto come nozione giuridica fondamentale dell’impianto ordine mentale di un paese; è elemento d’impatto sociale, in grado di restituire dignità ed identità all’organismo fondante del popolo. Non è mero esercizio di potere o d’autonomia, ma concetto da porre alla base di ogni Stato-nazione che voglia essere libero, indipendente e mantenere una posizione globalmente credibile. L’indipendenza di uno Stato esige indipendenza delle sue persone, del suo popolo e ciò è da porre come assunto indiscutibile.

Questo è un altro aspetto rasserenante della natura: la sua immensa bellezza è lì per tutti. Nessuno può pensare di portarsi a casa un'alba o un tramonto. (Tiziano Terzani)

Mi costa non essere d’accordo con Franco Cardini, quando afferma: “è necessario superare anzi rinnegare il dogma dello stato-nazione 'sovrano'.” – aggiungendo - “Lo stato-nazione è il risultato dello sviluppo di un’ideologia giacobina divenuta tra Otto e Novecento 'dogma civile', ma che non trova alcun riscontro necessitante né sul piano storico né in quello del diritto internazionale.” Un pensiero che sul piano storico potrebbe funzionare, ma nella realtà delle singole Nazioni sostengo maggiore sovranità individuale, casomai a beneficio (successivamente) dello scopo unitario, che poi è quello comunitario. È possibile intravedere un’alba solo se ognuno la può pensare liberamente, senza dogmi comunitari. Ecco perché fare l’autore di distopie ti mette nella posizione di mediare, immaginare certe tipologie di scenari dentro “contenitori”, scatole vuote, contesti talvolta lontani. I rapporti di forza che sovrastano, per intensità, i rapporti di forma e ben mostrano la suddivisione in blocchi dell’intero pianeta. Si fanno avanti nuove modalità di schiavismo, le singole sovranità vengono aritmeticamente sbiadite, gli equilibri diplomatici e geopolitici di intere fasce territoriali vengono posti a dura prova da tensioni più o meno evidenti. D’altronde siamo di fronte a nuovi spinte colonialistiche, che seppur seguendo percorsi e dinamiche piuttosto velate e intrise di nascondimenti, mostrano una faccia dei nuovi totalitarismi. Il nuovo totalitarismo esiste grazie a noi. Ciò non deve provocare reazioni di timore, ma dovrebbe permettere una riflessione a lungo raggio sul perché di tutto ciò.

La democrazia funziona se sono assicurate le sue precondizioni: un effettivo pluralismo, la limitazione delle concentrazioni di potere (politico, economico, ideologico-comunicativo), politiche pubbliche volte a garantire gli standard minimi dei diritti di cittadinanza (occupazione, salute, istruzione, abitazione, retribuzione dignitosa, democrazia nei luoghi di lavoro). Soprattutto, la democrazia presuppone una formazione civile, che argini i rischi di decivilizzazione (ricerca di capri espiatori, pregiudizi razzisti, omofobi e sessisti, ossessioni identitarie) che attanagliano le nostre società, in virtù della perdita di sicurezza sociale e di riferimenti simbolici credibili. Siamo di fronte a una democrazia impoverita e messa alla prova. La democrazia è vitale solo se non nega i problemi e le aspettative dei cittadini, se non si chiude in un bunker, ma accetta il conflitto delle idee e degli interessi (ovviamente non violento né distruttivo), riconoscendolo come un decisivo fattore vivificante, che può e deve essere portato a sintesi politica solo se viene preso sul serio. (Stefano Rodotà, Presentazione Festival del Diritto 2015)

Si dice che la televisione, che è stato il mezzo che ha dominato e che ancora continua a dominare, sia un mezzo in sé intimamente non democratico. Per quale ragione? Perché è una comunicazione dall'alto verso il basso. C'è una persona che parla a una platea silenziosa, magari di decine di milioni di cittadini, che non hanno la possibilità di reagire, se non in maniera molto indiretta. Alla fine si calcola l'audience: quante persone hanno seguito la trasmissione, quanti, a un certo punto, se ne sono andati via, quali sono stati i picchi di attenzione, e via dicendo. Ma questo è appunto qualcosa che lascia un segno sulla comunicazione Indipendentemente dal fatto che si dicano cose buone o cattive, accettabili o non accettabili, il carattere non democratico sta nel fatto che il cittadino non può reagire. Invece le nuove tecnologie, si dice, sono interattive. Non è una comunicazione verticale, ma orizzontale. Internet mette tutti sullo stesso piano. Se c'è un forum di discussione, tutti possono intervenire in ogni momento, quando vogliono, dicendo le cose che vogliono. Non c'è gerarchia. Chi entra in Internet si espone a questo controllo diffuso. Non c'è chi sta su e chi sta in basso. Questo è il momento decisivo. Si dice: non ci sono più produttori e consumatori d'informazione, ma tutti sono allo stesso tempo produttori e consumatori. Poi vedremo quanti problemi ci sono dietro a tutto ciò. (Stefano Rodotà, Intervista 08/01/2001)

Quindi ognuno di noi deve anche cominciare ad avere coscienza del fatto che la rete non è il paradiso, che le offerte vanno vagliate con una certa attenzione. Non mi offrono gratuitamente nulla, perché io in cambio gli do quella che oggi è la materia prima più importante, che sono le informazioni personali. Senza queste informazioni il meccanismo della rete si ferma. Quindi dobbiamo essere tutti consapevoli che noi abbiamo un potere legato alla gestione delle nostre informazioni. Se lo sappiamo usare bene questo rischio non credo che scompaia, ma certamente può essere ridimensionato. (Stefano Rodotà)

D’altra parte non si deve credere che l’ideale corrisponda all’ideologia. Le ideologie che hanno avuto maggiore spazio nel XX secolo erano tutte fondate sull’assunto di un cambiamento radicale del mondo, nella storia e attraverso la storia. Morte le ideologie, l’ideale, concernendo, più che altro, la "forma" assoluta in cui si presenta un’istanza intellettuale o morale, può sussistere anche nel nostro tempo. Il "cambiamento" in parola corrisponde a una ipotesi di forzosa volontà atta a scardinare una realtà intera, ai fini della costruzione di un edificio completamente nuovo, la quale, fra le altre cose, impone la massificazione della società e la violenza sistematica esercitata dal potere nei confronti dei propri cittadini. Nei regimi totalitari e "terribili" del XX° secolo il potere ha sviluppato essenzialmente una guerra contro il proprio popolo. (Domenico Fisichella, Intervista 09/01/2001)

Il totalitarismo ha sempre bisogno della dittatura. Che cosa intendiamo per dittatura? Il potere. Il potere è necessario alla società. La società non può vivere senza che esista un'autorità che esercita una qualche forma di potere. Nei regimi totalitari la dittatura divenne permanente. Non c'è totalitarismo senza esercizio dittatoriale del potere. I mass media sono stati, come dicevo prima, la condizione stessa per la nascita dei totalitarismi, per la loro conservazione e da essi sono stati ampiamente utilizzati. Possiamo addirittura asserire che i regimi totalitari abbiano fatto progredire i mass media. La radio ha avuto una grande importanza in Italia come in Germania. I mass media contengono, in sé stessi, una "minaccia totalitaria". Vi dico una cosa che può sembrarVi inquietante. Perché? Perché tendono al consolidamento della omologazione del giudizio, della omologazione dei gusti. (Pietro Scoppola, Intervista 1998)

Il controllo è soltanto un'espressione del potere, ma è possibile constatare altri nodi come il possesso, l'imposizione, il rivendicare la sovranità sull'identità. Una discussione sulla distopia non può fare a meno di considerazioni ricollegabili a campi apparentemente opposti come le dinamiche di potere, l'ordinamento di uno Stato, lo studio delle forme d'autorità, il Diritto a rilevanza penale e tanti altri. Il confronto tra Democrazia e Totalitarismo, come quello sul piano narrativo tra Utopia e Distopia è una gigantomachia, una lotta tra titani. È materia complessa stabilire a priori pro e contro di ogni singola teoria generale dello Stato. Però rappresentatività, consenso e libertà di pensiero sono dei segnali ai quali è possibile tenere conto. Una democrazia si completa nel cittadino, le istituzioni non risultano invasive, l’istruzione e il sistema sanitario sono garantiti a tutti in modo gratuito, i trasporti pubblici per motivi di lavoro, formazione, prevenzione sanitaria, sono gratuiti.

Se vogliamo metterci d’accordo, dobbiamo intenderla in un certo modo limitato, attribuendo al concetto di democrazia dei caratteri particolari. Tutti partecipano alla decisione, direttamente o indirettamente. La democrazia politica non si è estesa alla società e non si è trasformata in democrazia sociale. Una società democratica dovrebbe essere democratica nella maggior parte dei centri di potere. Il centro di potere in cui dovrebbe avvenire l’estensione delle regole democratiche è la fabbrica. Le decisioni vengono prese da una parte sola, non da tutte le parti in gioco. (Norberto Bobbio, Intervista 28/02/1985)

La satira fa esistere il regime. Ogni regime è caratterizzato dalla satira, ma che quest’ultima sia effettivamente libera da influenze dirette o indirette, rimane un falso storico. Nella rappresentazione dell’agone politico il ciclo cosmico delle stagioni è diventato da ormai troppo tempo un ciclo comico. L’uomo totale è un profeta, è profondamente umile, non danneggia l’altro, non rimane nella sfera dell’Io. Non so se tutti potremmo diventarlo, perché a volte i cambiamenti hanno un prezzo. Un patibolo della democrazia è rinvenibile nell’invasione della vita privata del singolo cittadino, della sua famiglia.

Quella che dalle parti di Depardieu viene chiamata “transformation systémique” potrebbe rimanere una fase, un intervallo tra due espressioni di potere, d’autorità. L’ingorgo delle idee non ha mai fatto del bene. Ogni teorizzazione della rivoluzione dovrebbe partire dell’assunto che se la mente vuole sottomissione, il contesto gliela concederà, farà in modo di garantire ciò. La gerarchia segna una forma di sottomissione.

La storia di tutti i popoli è caratterizzata da mitologie dualistiche sulla genesi dell’umanità in cui il cammino dell’ uomo è tormentato fin dalle origini dalla lotta tra il bene ed il male. Detti concetti, dopo un lunghissimo processo di elaborazione attraverso i sistemi religiosi, filosofici, e politico-amministrativi, hanno trovato una codificazione formale negli ordinamenti giuridici nazionali, in termini di valore e disvalore sociale dell’illegalità. (Claudio Ianniello, Cos’è la Criminologia, 2010)

Ritorna il concetto falsificabile di popolo. L’elaborazione di rappresentazioni (e relativi significati) applicata alle scienze sociali è da intendersi come processo d’interpretazione che prosegue nei secoli attraverso sovrastrutture. Quest’ultime compongono la base del sistema di pensiero (sottoponibile a cambiamenti). In ogni caso l’interpretazione è passibile d’errore e ciò viene dimostrato dall’esperienza delle scienze giuridiche.

L’errore in sé è questione ontologicamente e patologicamente umana. Senza epistemologia o sistema morale non esiste concetto d’errore. […] comandare significa esercitare autorità sulle persone, non già avere potere di infliggere del male, e, benché possa essere unito a minacce di male, un comando è essenzialmente un richiamo non alla paura ma al rispetto dell’autorità […] (H.L.A. Hart, Il concetto di diritto)

Questa è una manifestazione moderna di vizi antichi, quelli che hanno fatto considerare la democrazia, fino a metà del XVIII secolo, come una pessima forma di governo, dominata da demagoghi, attraversata da conflitti, spazzata da ventate irrazionali, incapace di perseguire l’interesse del Paese in una prospettiva di lungo periodo. La tensione tra democrazia e buon governo è endemica, connaturata a caratteri definitori di questa forma di governo, non soltanto un vizio italiano. (Michele Salvati, Democrazia, Buon Governo e Legge Elettorale, articolo 2012)

Non possiamo raggiungere l’individuazione senza il senso di connessione con gli altri, e d’altro canto è impossibile avere rapporti veri con gli altri senza aver raggiunto l’individuazione. (Carl Gustav Jung)

È la sosta che traccia il percorso, un volo di gabbiano che offre la panoramica di una visione. Senza passato, la foresta diventa radura, e le basi inseguono l’idea terminale, il nucleo si fa superficie. Tutti, quando la nostra coscienza viene assassinata, proviamo un senso di distopia, di separatezza fra l’intelligenza del sorriso e la rabbia delle occasioni perse. Distopia dentro. Tutti siamo un po’ distopici dentro, quando tra le valli dell’ego deponiamo l’ascia e la corona d’alloro diventa un flusso discontinuo d’idee, un masso pesante da trasportare. C’è una grossa differenza tra diritti del lavoratore e diritti del consumatore, da far rientrare nella minorità della complessa sfera dei diritti. L’armamentario si pone oltre il semplice giusto o sbagliato. L’errore è uno strumento della dimensione morale, quando ad esso viene collegato un sistema di valori che si articola tra i concetti “madre” di Male e Bene. A mio avviso il legislatore deve mettere da parte ogni forma di morale. Capovolgere la dimensione umana, premiando la bellezza dell’azione.

Persone la cui memoria - individuale o collettiva - venga nazionalizzata, divenga una proprietà dello Stato, completamente manipolabile e controllabile, si trovano del tutto alla mercè dei loro dominanti; sono state deprivate della propria identità; sono indifese e incapaci di mettere in discussione alcunché di ciò che è stato detto loro di credere. Non si ribelleranno mai, non penseranno mai, non creeranno mai […] (Leszek Kolakowski, Il totalitarismo e la virtù della menzogna)

La caratteristica fondamentale di un essere spirituale, qualunque possa essere la sua costituzione psico–fisica, consiste nella sua emancipazione esistenziale da ciò che è organico […] Paragonato all’animale che dice sempre di sì alla realtà effettiva, anche quando l’aborrisce e fugge, l’uomo è colui che sa dir di no, l’asceta della vita, l’eterno protestatore contro quanto è solo realtà […] l’uomo è l’eterno “Faust”, la bestia cupidissima rerum novarum, mai paga della realtà circostante, sempre avida di infrangere i limiti del suo essere “ora-qui-così”, sempre desiderosa di trascendere la realtà circostante. (Max Scheler, La posizione dell’uomo nel cosmo)

L’uomo non è che un’invenzione recente, una figura che non ha nemmeno due secoli, una semplice piega nel nostro sapere, e che sparirà non appena questo avrà trovato una nuova forma (avendo, al momento, quella che questo potere ha prodotto:) un allotropo empirico-trascendentale che è stato chiamato uomo. (Michel Foucault, Le parole e le cose)

Giunti a questo punto, è questione di seminari e convegni la premessa dello scontro, diatriba tra Capitalismo e Democrazia. È nella bilancia degli interessi, dei pesi e contrappesi stabiliti da leggi “di meccanismo”, che si gioca il futuro di tutte le riflessioni sulla narrazione distopica. Il ruolo e le valenze della sfera pubblica (e conseguentemente di quella privata), la privacy ed il lato oscuro del controllo sociale, lo sviluppo della tecnologia e le relative scoperte sull’intelligenza artificiale, l’informatica e l’umanità. Senza ancoraggio al suolo e punti di riferimento, la libertà soggettiva diventerà situazione di controllo, le forme del potere adatteranno al loro scopo le masse, i limiti verranno ripristinati in interruzioni. Ogni Totalitarismo ha riscritto la storia.

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