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LA PRIMA ESTATE DI GUERRA di Gino Frontali

12 Maggio 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

LA PRIMA ESTATE DI GUERRA di Gino Frontali

Gino Frontali (1889-1963), futuro pediatra di fama, racconta il servizio militare e i primi tre mesi di guerra in Cadore, nel 1915; l'addestramento è all'insegna della mediocrità. Giudica inutile il periodo passato in caserma a Firenze perché si impara poco e non ci sono motivazioni. Intanto il conflitto con l’impero asburgico si avvicina. Sembra invocarlo anche lui, dopo che il socialismo europeo pacifista è fallito:

"Intuivo vagamente che questa grande conflagrazione avrebbe accelerato il ritmo della vita europea, avrebbe affrettato l'evoluzione dei popoli, sarebbe stata molto più rivoluzionaria dell'azione socialista".

Frontali ha formazione umanistica (al fronte leggerà il Rimbaud di Soffici), è nato ad Alessandria d'Egitto e vi ha frequentato le scuole tedesche fino al 1904; il clima opaco della guarnigione lo spinge a distinguersi e a reagire allo scarso rispetto che i soldati devono subire dentro e fuori dalle caserme. Studia medicina e diventa sottotenente medico. Pochi giorni prima dello scoppio della guerra con l’Austria-Ungheria, giunge in Cadore. Frontali rileva l'impreparazione e la mancanza di armi pesanti e mitragliatrici. I mitraglieri, spiega un soldato nei primi giorni al fronte, si stanno addestrando su modelli di mitragliatrice di legno.

Dopo i primi tempi tranquilli tra i pascoli e i boschi delle Dolomiti, inizia il suo duro lavoro poiché i bombardamenti provocano innumerevoli feriti. È un grande osservatore; vede uomini coscienziosi, altri imboscati, un'umanità varia e ricca alla prova del fuoco della guerra. L'esame delle realtà e dei comportamenti è spesso critico, ma pacato e dosato; ogni circostanza è infatti inquadrata nell'ottica del dovere che ciascuno deve adempiere anche in situazioni molto difficili. I buoni ufficiali generano buoni soldati.

In particolare sono due le drammatiche vicende che rimangono impresse. Assiste un soldato morente al quale un maresciallo aveva sparato alla schiena per reagire alla sua insubordinazione. La faccenda si concluderà con un’assoluzione. In un altro caso si parla di un fante che ha denunciato un ufficiale per sevizie (era stato maltrattato durante un’azione di pattuglia). Il comandante di battaglione, il maggiore A., condanna il responsabile a tre giorni di arresti; l’ufficiale si difende vanamente appoggiandosi a certe disposizioni di Cadorna, ma il maggiore ribatte che le disposizioni di Cadorna permettono di passare per le armi il soldato che si sottrae al dovere durante un’azione, ma non di picchiarlo.

La descrizione del maggiore A. ne evidenzia in generale la mediocrità; il cervello del battaglione è invece il giovane e capace tenente Franceschini che sopperisce ai limiti del superiore e ha il carisma per comandare.

La prima dura battaglia (sul Seikofl) viene svolta per volere del comando di brigata all'insegna dell'attacco frontale (anche se Franceschini aveva elaborato un piano diverso, conoscendo il terreno e la zona). I combattimenti, sempre più sanguinosi, rinsaldano gli uomini. Frontali stesso, attento ai vari aspetti psicologici personali e collettivi, si esalta con i commilitoni quando finalmente una mitragliatrice italiana inizia a tirare in mezzo alla battaglia. Prova un misto di sollievo e di gioia, pensando alla sanguinosa opera dell'arma:

"Il divertimento non diminuiva al pensiero che fra le vittime c'era forse qualche italiano irredento. Questa diversità di prospettiva, che si produce artificialmente, dividendo gli uomini in due campi avversi, è forse il fondamento sentimentale della guerra?".

La battaglia consente un piccolo avanzamento, al prezzo di circa quattrocento perdite nel battaglione. Qualche giorno dopo i soldati leggono divertiti il resoconto della battaglia scritto dal giornalista Barzini che trasfigurò l'evento parlando di un vittorioso scontro corpo a corpo in cui gli Austriaci erano stati cacciati... di albero in albero.

Nella parte finale delle memorie (pubblicate da Il Mulino con la prefazione di Mario Isnenghi), il giovane sottotenente lascia brevemente il fronte, provato da tanto lavoro svolto in circostanze sempre più drammatiche; ma non trova particolare sollievo. Lontano dalla battaglia si respira un’aria viziata. L'incontro con un gruppo di ufficiali nelle retrovie lo amareggia, palesando il netto divario tra chi combatte e chi è "imboscato". Alla fine, tornando tra i suoi commilitoni in marcia sul Costone della Spina, si sente a casa:

"Allora sentii davvero di far parte della grande famiglia del mio battaglione. Una famiglia indipendente, che spostandosi recava seco le sue tende e le sue cucine, una famiglia che poteva allontanarsi dal resto del mondo e andare... chissà dove! senza timore, mentre era temibile per i suoi mille fucili, per le sue mitragliatrici, per la solidarietà di capi e gregari che la riuniva in un tutto organico".

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