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#ioleggoperché?

23 Aprile 2015 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #cultura

#ioleggoperché?

Quando ho saputo dell'iniziativa #ioleggoperché mi sono incuriosito. La prima reazione è stata positiva, pensavo fosse nata da qualche blogger abbastanza fortunato da azzeccare la classica frase a effetto. Poi ho scoperto che si trattava di un progetto strutturato dietro al quale sono stati spesi molti soldi. A quel punto ho guardato l'elenco dei titoli selezionati, e mi sono sentito male. Vorrei chiarirvi cosa penso dei libri coinvolti, ma Andrea Coccia su Linkiesta lo ha spiegato meglio di quanto potrei farei io.

Ho provato a stare zitto sull'argomento, ma è il classico reflusso di acidità che sale dallo stomaco e mi fa venire voglia di urlare la quasi inutilità dell'iniziativa, e non solo perché convincere le persone a votarsi alla lettura a colpi di Casati Modigliani è da folli. E quindi eccomi qui, 23 Aprile, data del gran finale con volontari nelle piazze (inclusa una mia amica, scusa R.) e serata televisiva, a riflettere con voi sul perché in Italia non si legge e a dare la mia opinione, molesta e non richiesta come sempre.

L'utilizzo di un hashtag per pubblicizzare il progetto fa pensare a un target giovanile, qualunque sia il concetto deviato di giovane in cui vive questa nazione, o quantomeno rivolto alle persone con maggiore dimestichezza con il digitale e con la rete. Il principio, almeno sul piano teorico, è corretto: è necessario rivolgersi alle nuove generazioni per farle appassionare alla lettura. Scegliamo quindi libri validi, in grado di appassionare una fascia di età che spazia tra i 18 e i 30 anni, cose tipo Il signore delle mosche di William Golding, o Il giovane Holden di Salinger e... cosa? Non sono in lista? Forse erano un target troppo adolescenziale... Bradbury? Huxley? Orwell? No? E chi hanno scelto? ... Il resto lo lascio all'immaginazione del lettore, non vorrei costringere la nostra Signora dei Filtri a introdurre la censura.

Il problema non è solo la lista, è tutto il progetto. Il mercato editoriale è in crisi su tutti i fronti, libri, mensili, quotidiani, riviste, non si salva nulla, e persino all'estero le vendite sono in calo. Parte della colpa è dell'onnipresente crisi economica, ma non può essere l'unica ragione. Sospetto che i tagli ai fondi per la scuola, nella mia memoria di bambino trentunenne sono cominciati nel '91, quando si cercavano soldi per finanziare l'intervento militare nei Balcani, abbiano giocato un ruolo fondamentale nel declino della lettura tra le nuove generazioni, e il dirottamento di fondi pubblici alle scuole private ha dato il colpo di grazia.

Come è stato fatto notare da diversi esperti e scrittori ben prima della nascita di questo progetto, per recuperare lettori si deve educare alla lettura, e si deve partire dalla scuola e dalle case private. È necessario circondarsi di libri, circondare i bambini di libri. Ma se gli adulti per primi non sono lettori, allora non ci saranno libri in casa, e gli impulsi saranno banali e poco efficaci. Una mia conoscente continua a portare me come esempio al figlio, con una qualche variante delle parole “visto come legge? Devi farlo anche tu così diventi intelligente!”. Parole lusinghiere, ma il suo povero figliolo, che io vedo forse un paio di volte l'anno, vuole solo giocare e divertirsi. Sorprendente come un bambino di otto anni possa compiere questa scelta, non trovate? Il risultato degli sforzi della madre, non lettrice e orgogliosa di esserlo, ha prodotto un bambino ancora incapace di coniugare i verbi all'indicativo con naturalezza e con un vocabolario limitato. Si tratta di una situazione estrema? Me lo auguro, ma non ne sono sicuro (mi sono trattenuto dal mettere link ai politici, quindi vi impongo di non pensare a loro). Sono queste le persone da spingere alla lettura? Davvero crediamo che un hastag o il banchetto gestito da studenti in cerca di crediti formativi facili (e da persone genuinamente entusiaste, come R.) possa riuscire nell'impresa?

Qualche giorno fa leggevo un'intervista al filosofo Umberto Galimberti pubblicata su Wise Society, l'intervista è datata e non so dirvi quale serie di coincidenza l'abbia portata sul mio schermo in periodo di #ioleggoperché, ma è perfetta per spiegare il mio punto di vista. Si parla di educazione e bambini, alla domanda “Dove e quando si apprendono i sentimenti?” Galimberti risponde così:

“Dobbiamo convincerci che il sentimento non è una dote naturale, è una dote che si acquisisce culturalmente. Gli antichi imparavano i sentimenti attraverso le storie mitologiche. Se guardiamo alla storia greca ci ritroviamo tutta la gamma dei sentimenti possibili, Zeus il potere, Afrodite l’amore, Atena l’intelligenza, Apollo la bellezza, etc. C’era tutta la fenomenologia dei sentimenti umani. Noi invece li impariamo attraverso la letteratura, che è il luogo dove si apprende che cosa sono il dolore, la noia, l’amore, la disperazione, il suicidio, la passione, il romanticismo. Ma se la letteratura non viene “frequentata” e i libri non vengono letti, se la scuola disamora, allora il sentimento non si forma. E se la cultura non interviene, i ragazzi rimangono a livello d’impulso o al massimo di emozione.”

Come fa notare Galimberti un tempo l'educazione avveniva attraverso il mito e oggi attraverso il romanzo, entrambe forme di narrazione. Anche quando la capacità di leggere non era diffusa come lo è oggi, una realtà che consideriamo più ignorante della nostra, le storie venivano tramandate oralmente e avevano gli stessi scopi di oggi, educazione e intrattenimento. Servivano a spiegare il mondo, sia il suo lato oscuro sia quello luminoso, alle nuove generazioni. Per questo motivo una povera ragazza indifesa viene stuprata dal lupo mentre attraversa il bosco da sola, e per lo stesso motivo Eros si innamora di Psiche.

Ma l'uomo è fatto di storie, l'uomo ha bisogno di narrazioni per poter vivere e spiegare la propria esistenza. Tutte le religioni, i miti antichi, i miti fondativi degli stati, sono narrazioni e su di esse si basa l'identità sociale e culturale della persona. Se una larga maggioranza della popolazione non legge libri, dove trova le storie tanto necessarie al proprio sostentamento? Troppo facile sparare sul mucchio e incolpare la televisione, anche perché alcuni prodotti televisivi o cinematografici sono ottimi. Vogliamo incolpare i social networks, i cellulari e la tecnologia varia? Potremmo, ma è l'evoluzione della narrazione stessa. Un tempo erano Ettore, Achille e Odisseo, poi sono stati i personaggi dei romanzi, persone comuni rispetto agli eroi classici. Oggi è l'uomo comune a raccontare la propria vita, perché ha accesso immediato al pubblico, Andy Warhol lo aveva previsto con largo anticipo e senza neanche conoscere internet. Si racconta la vita “vera”, “senza filtri”, per usare frasi a effetto. Salvo poi rifare le foto cento volte prima di pubblicare e andarsi a truccare e vestire prima di un video, e se manca qualcosa allora Photoshop risolve il problema in un istante. Ma la narrazione rimane concentrata sulla vita di tutti i giorni, si parla di lavoro o della sua assenza, di persone bloccate nel traffico, di gossip, di sport, della propria vita sociale o notturna, dei propri interessi, ci si esprime per iperboli o si dice cosa si vorrebbe fare anche se non si può fare. Le narrazioni “senza filtri” funzionano solo se siamo noi a mettere i filtri, a capire il senso. E in una narrazione che spesso si esprime per immagini, è fondamentale avere dei filtri, degli schemi per interpretare il messaggio. E i filtri nascono dalla letteratura, come diceva Galimberti.

Per questi motivi la campagna di #ioleggoperché è uno spreco di risorse. Invogliare alla lettura è difficile e spesso inutile, perché manca la volontà dell'altro di impiegare il proprio tempo in un'attività di fatto solitaria. Esistono casi in cui viene trasformata in attività di gruppo, per esempio ho scoperto che qui a Roma esistono gruppi di lettura di quartiere in alcune zone della città e talvolta i membri organizzano incontri con gli autori. Sono stato, per caso, a uno di questi incontri, tenuto nell'aula magna di una facoltà universitaria in centro. Le persone sotto i cinquant'anni erano cinque o sei, e sono scese rapidamente a due, cioè io e un'amica alla quale avevo parlato del libro.

Inoltre, selezionare titoli in modo arbitrario, qualsiasi sia il motivo, non è un'argomentazione valida. Il libro deve affascinare, deve incuriosire, deve farsi scegliere. Dire “questo è il più grande capolavoro della letteratura”, definizioni tipo “il libro dell'anno” o “un caso editoriale ancora prima di essere pubblicato” (Nota a margine: come può essere un caso editoriale se nessuno lo ha pubblicato? Se non è pubblicato, nessuno lo ha letto tranne l'editor, quindi il “caso” da dove nasce?) non invogliano me a leggerlo, uno di quei lettori forti di cui il mercato editoriale è tanto orgoglioso, uno di quelli a cui puoi rifilare le peggio letture e arriveranno comunque alla fine del libro, perché dovrebbe invogliare un non lettore? La lettura, per un bambino come per un adulto, deve essere un piacere, un divertimento.

Invece, nel tentativo di promuovere la letteratura, sono stati selezionati alcuni titoli inadatti allo scopo, si è lanciato un hashtag, si sa, se uno status non contiene almeno un paio di hashtag non serve a niente, sono state scelte facce giovani e volontarie per la distribuzione nelle piazze. Non so e non voglio sapere quanti soldi sono stati spesi per realizzare questa iniziativa sconclusionata, ma so quanti nuovi lettori porterà: nessuno. Con le stesse cifre si poteva fare molto di più, magari coinvolgendo scuole elementari e medie sul territorio italiano e acquistando libri per loro, sponsorizzando librerie interne alle scuole o altro ancora. Ma tant'è. In fondo, gli organizzatori sono l'Associazione Italiana Editori, l'Associazione Librai Italiani, l'Associazione Italiana Biblioteche, il Centro per il Libro e la Lettura, il Comune di Milano per Milano Città del Libro 2015 e la Rai. Mica sanno qualcosa di libri, loro. Però ne parlano e ne fanno parlare, e c'è una sola cosa peggiore delle persone che parlano di te: quelle che non ne parlano.

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