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Paolo Petrillo, "Der Riss"

6 Marzo 2015 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #storia

Paolo Petrillo, "Der Riss"

Lacerazione/Der Riss

Paolo Emilio Petrillo

La Lepre

8 Settembre 1943: una data che in Italia è diventata metafora a un tempo della debolezza e della forza morale di una nazione. Che cosa ha rappresentato invece quella stessa data per la Germania, l'ex alleata, che dell'evento fu la speculare protagonista? Come hanno vissuto i tedeschi – le istituzioni, certo, ma ancor di più la popolazione civile e i milioni di soldati in divisa – il “proclama Badoglio”?

Interrogando fonti stampa, la maggior parte delle quali inedite o sconosciute in Italia, e lasciando parlare veterani tedeschi ancora in vita, l'autore cerca di ricostruire quella che, per molti aspetti, è la versione mancante del noto fatto storico e di altre vicende precedenti. A emergere è un'immagine doppia: gli italiani visti dai tedeschi, i tedeschi visti dagli italiani. Un contributo prezioso, non certo per una strumentale polemica revisionista, ma per la costruzione di una coscienza più meditata della tragedia da cui sono nate.

Questo di Paolo Petrillo è un saggio storico particolarmente interessante, così tanto, in effetti, da spingermi a parlarne nonostante non sia solito occuparmi di saggistica. L'interesse nasce da una banalissima domanda, talmente ovvia, in effetti, da sembrare sciocco che nessuno se la sia posta prima: qualcuno ha mai chiesto ai tedeschi cosa pensano dell'8 settembre del 1943? La risposta, prima di questo libro-inchiesta, è no. Esiste un'ampia letteratura sull'argomento, ma del tutto priva di voci diverse da quelle nostrane. Eppure è una data importante nella storia dell'Italia e anche della Germania, anche se per allora l'esito della seconda guerra mondiale era già segnato.

Qualche lettore potrebbe chiedersi perché è interessante parlarne oggi, a settant'anni di distanza, ma la storia, la nostra storia, è importante conoscerla. L'Italia dunque firma l'armistizio con gli alleati e, per usare una vecchia frase sarcastica, si addormenta fascista e si risveglia antifascista. Il malcontento per l'esito della guerra serpeggiava in Italia, che non era assolutamente pronta ad affrontare lo sforzo bellico come invece lo era la Germania, dunque le premesse per un salto di barricata erano già evidenti a noi e ai nostri alleati, come traspare dalle interviste qui riportate.

Più di ogni altra cosa, per capire l'importanza di questo libro, vale la pena ricordare quali sono state le conseguenze dell'esito della guerra sul piano culturale per l'Italia e per la Germania. I nostri alleati infatti, sconfitti su tutta la linea e poi aiutati nella ricostruzione dal piano Marshall, svilupparono un sistema di informazione martellante sulla guerra e sulle loro colpe, su quanto era stato commesso dalla Germania come popolo e nazione. Il risultato di questo processo, durato decenni e portato avanti con proverbiale efficienza teutonica, è pensato per coinvolgere l'individuo dal suo anno zero all'età adulta. Il risultato è evidente a tutti: una delle società più multietniche in tutta Europa, con tutti i problemi di gestione e ibridazione culturale che questo comporta, ma che, nel complesso, ha retto meglio di tanti altri paesi che si sono trovati a dover affrontare gli stessi problemi.

In Italia? Tutto nascosto sotto il tappeto, con lo stile e l'aplomb tipici del nostro paese. Non un condannato dai tribuni internazionali per crimini di guerra, pochissimi, in proporzione agli aderenti al movimento, i processi nazionali contro i criminali fascisti, tutto finì con l'episodio di Piazzale Loreto e il disfacimento della Repubblica di Salò. Eppure Italia e Germania erano alleate, possibile che nessun italiano abbia mai fatto qualcosa di sbagliato?

Una seconda domanda ha chiesto Petrillo ai reduci tedeschi della guerra, e cioè se ci fosse la convinzione che gli italiani fossero traditori. La storia ci insegna che all'inizio della prima guerra mondiale, nel 1914, l'Italia non entrò in guerra da subito, nonostante fosse alleata della Germania, ma solo nel 1915, e al fianco di Francia e Inghilterra. Neanche trent'anni dopo, l'Italia, di nuovo alleata con i tedeschi attraverso la famosa amicizia tra “uomini veri” di Hitler e Mussolini, non entrerà da subito in guerra al fianco della Germania, ma dopo qualche mese, attaccando una Francia già sconfitta dall'esercito tedesco. A questo episodio è legato la famosa frase di Mussolini, “Mi servono cinque o seimila morti per sedermi al tavolo della pace”. Quella di saltare sul carro del vincitore rimane una nostra abitudine, ma in questo caso, come sappiamo, fu l'Italia a rimetterci, perdendo su tutti i fronti militari, costretta a chiedere l'aiuto tedesco in Grecia e in Africa, è stata spesso considerata una delle più grandi cause della sconfitta tedesca. L'aiuto tedesco in Grecia causò infatti un ritardo di otto settimane sulla tabella di partenza dell'operazione Barbarossa, l'attacco tedesco alla Russia, sorprendendo l'esercito senza rifornimenti alle porte di Mosca e all'inizio del terribile inverno russo. L'8 settembre del 1943 segnò infine l'ultimo schiaffo, l'armistizio e il sostegno italiano agli Stati Uniti, trasformandosi, dal giorno alla notte, da alleati a nemici. E poi, anche se era un cambiamento atteso, un conto è arrendersi a un avversario più forte, un conto è trasformare l'amicizia del giorno in prima in imboscate e attacchi alle spalle il giorno dopo. Le basi per sostenere l'idea del tradimento c'erano tutte, cosa pensano le persone che hanno vissuto quegli eventi sulla loro pelle?

Queste domande potrebbero sembrare banali o sepolte dalla storia, o peggio ancora revisioniste, ma l'Europa di oggi, la stessa in cui la Germania ha un ruolo centrale geograficamente e politicamente, nasce dalle ceneri della seconda guerra mondiale. È quindi di fondamentale importanza capire le risposte a queste domande, perché in Italia non c'è stato un progetto educativo di critica al fascismo, come dimostrano le lacune storiche sulle malefatte italiane in guerra, e perché l'Italia è parte di questa Europa che ha dovuto imparare a relazionarsi e superare conflitti ma che, in fondo, non è riuscita a farlo, e le tensioni internazionali fra i vari paesi della Comunità Europea, in particolare fra gli stati fondatori, sono lì a dimostrarlo. La domanda quindi rimane sospesa nell'aria, cosa pensano i tedeschi degli italiani? Der Riss prova a dare una risposta, sicuramente non esaustiva, ma quantomeno sensata e sostenuta dalle voci dei protagonisti.

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