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Yoram Kaniuk, "1948", un libro dallo "stomaco della guerra"

18 Febbraio 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #recensioni

Yoram Kaniuk, "1948", un libro dallo "stomaco della guerra"

1948

Yoram Kaniuk

Traduzione di Elena Loewenthal

Edizioni La Giuntina, 2012

ISBN 9788880574453

Uno squarcio di storia che non lascia scampo, vissuta sulla propria pelle attraverso le immagini di un teleobiettivo montato su una steadycam. Anche se la steadycam, negli anni ’40 del secolo scorso, ancora non era stata inventata.

Può essere anche questo il romanzo autobiografico “1948” di Yoram Kaniuk (1930 – 2013), scrittore, critico teatrale, giornalista e pittore israeliano.

«Ero uno sbarbatello che andava a fare il soldato per suonarle al nemico. Ecco quello che ero. Mi ero arruolato così presto, a diciassette anni e mezzo perché ero un eroe o perché avevo paura e fuggivo da qualcosa?», così scrive Kaniuk nelle prime pagine del libro, rievocando l’inizio di quel percorso idealizzato - ma che si rivelerà un’impietosa incognita - che l’autore decide di intraprendere nel novembre del 1947, a soli diciassette anni e mezzo, rinunciando di punto in bianco a terminare gli studi al liceo. Arruolatosi come volontario nel Palmach - la forza ebraica di combattimento regolare istituita nel 1941 in Palestina dall’esercito britannico e dalla formazione paramilitare ebraica Haganah – si ritrova a combattere nel primo conflitto arabo-israeliano: la Guerra di Indipendenza.

«[…] insomma, un giorno qualunque avevo mollato quell’amabile scuola con una dichiarazione che non convinceva neanche me, e cioè che con la radice di tre non avremmo mai cacciato via gli inglesi dal paese, e mi ero arruolato nel Palmach, perché avevo detto che avrei portato i sopravvissuti sulle coste del paese senza pensare sul serio dove sarebbero approdate le navi con i profughi.»

Yoram Kaniuk sarà catapultato nella crudezza e nella barbarie del conflitto e insieme a lui moltissimi suoi coetanei, impreparati e male equipaggiati, che, ogni giorno, rimarranno sul campo.

«Durante quei mesi amari, sino alla prima tregua, eravamo soli, affamati e assetati.»

La guerra si fa sempre più aspra e le battaglie si trasformano in massacri. Yoram Kaniuk, dopo un anno di combattimenti, viene gravemente ferito e trasportato in un ospedale della città di Gerusalemme, sotto assedio. Inizialmente i medici, date le sue condizioni, temono di dovergli amputare una gamba, ma poi, grazie al coraggio dei dottori e ai lanci aerei di medicinali e penicillina avvenuti con successo, Kaniuk riuscirà a salvarsi. Ormai inabile per combattere in prima linea, una volta dimesso dall’ospedale, opererà sulle navi di profughi che, scampati all’Olocausto, approdano in Israele.

Ma il romanzo di Kaniuk non è solo questo. Anzi, forse, non è affatto questo. E’ il ricordo di quegli avvenimenti, vissuti da un’intera generazione nella carne e nel sangue. Ricordo che spoglia di qualsiasi retorica ed eroismo la guerra, quella guerra, qualsiasi guerra: le istantanee trattenute per sempre dalla memoria di Yoram Kaniuk poco più che diciassettenne che, pur imbracciando un mitra Sten, è ancora capace, nonostante tutto, di ricordare i suoni, i colori, gli odori del suo paese e della sua età prima del conflitto. Di chiedere ancora ai suoi commilitoni cosa è giusto e cosa no. Un’innocenza trattenuta a stento, ma poi persa, un’amarezza e un dolore da percorrere, incubi con cui convivere. Quei terribili fotogrammi ripresi coraggiosamente in età adulta e, a distanza di sessant’anni, narrati da un Kaniuk ormai maturo che non ha dimenticato le immagini incalzanti del “teleobiettivo e della steadycam” che si portava nell’anima, con i quali è riuscito a riproporre (e a riproporsi) un pezzo di storia fatto di uomini, donne, interi popoli.

“1948” è stato pubblicato nel 2010 e nel 2011 ha vinto, del tutto inaspettatamente persino per lo stesso Kaniuk, il premio letterario israeliano “Mifal Hapais – Sapir Prize for Literature”.

In un’intervista rilasciata al TG1 nel 2012, Yoram Kaniuk racconta come è nato “1948”. Nel 2005, in seguito a un cancro, Kaniuk entrò in coma e vi rimase per 3 settimane. I medici disperavano di poterlo ormai salvare. «Invece», racconta Kaniuk, «in un modo o nell’altro ne sono uscito. E quando ne sono uscito è stato come un nuovo inizio. Mi ero svegliato dalla morte che quasi mi aveva preso durante la guerra e che tentava di prendermi ora che ero vecchio. E questo mi ha permesso di tornare alla mia storia. E ho scritto un libro “dalla” guerra

Un generale dell’esercito che lesse “1948” dopo la sua pubblicazione, ebbe modo di dire a Kaniuk che gli era capitato di leggere molti libri “sulla” guerra, ma “1948” era stato scritto “dallo stomaco” della guerra.

«Ci sono libri. Ci sono film. Dotti saggi sulle battaglie cui ho partecipato eppure non riconosco quello che sta scritto lì. Pitturano il passato in modo che ci si ricordi. I combattenti, che ormai non sono più il Palmach, i combattenti superstiti sono ancora oggi occupati a sanare le loro ferite, a fuggire dagli incubi rimasti dentro di loro dopo la guerra. Ben pochi hanno fatto qualcosa che qualcuno sappia o si sono fatti un nome. Noi siamo una goccia fetida in un mare di ricordi degli eroi del Palmach. Quei grandi soldati sono diventati autisti, marinai, minatori nel Neghev e nei porti. Il loro ricordo s’è cancellato ma solo i ricordi restano loro.»

«Sessant’anni fa, dal dicembre del 1947 fino alla fine del 1948, eravamo di “bella chioma e bell’aspetto”, così siamo stati per davvero. Giuro che eravamo davvero così.», questo scrive Yoram Kaniuk nel suo romanzo “1948”, un caleidoscopio di immagini e sorti tragiche che si intrecciano. Cosmologie di umanità che vogliono vivere e sopravvivere e una giovane vita che pretende di essere vissuta fino in fondo e ricordare.

Personalmente, una volta terminato il libro, ho ricordato altre pagine di guerra, quelle descritte da Beppe Fenoglio, da Curzio Malaparte e dal film di Mario Monicelli “La grande guerra”. Un accostamento che potrà sembrare a prima vista azzardato, privo di qualsiasi coerenza storica. Per quanto mi riguarda, invece, non è così.

In tutte queste opere, così come in “1948”, è descritto il salto mortale compiuto nel secolo scorso dall’umanità nelle trincee e sui campi di battaglia. Sorti scagliate alla rinfusa nell’orrore dalla fionda invisibile degli avvenimenti storici. E dietro alle sorti, persone, immagini, vissuti, sensibilità che hanno tentato di sopravvivere. Epoche nelle quali l’umanità ha condannato se stessa a riflettere la propria immagine in specchi deformanti. Arrivando addirittura, in certi casi, a pensare, come scrive Yoram Kaniuk, che «di Dio a quell’epoca ci si fidava solo con una pistola in mano.»

Patrizia Bruggi

Fonti consultate:

“The Jewish Sabra” di Rochelle Furstenberg - The Jerusalem Post Arts And Culture, 7.10.2011

Intervista di Claudio Pagliara a Yoram Kaniuk del 7.10.2012 per TG1 Billy, reperibile su YouTube

“Yoram Kaniuk: Ich war ein Abenteurer”, di Frauke Meyer-Gosau – Cicero, 10.6.2013

Nella foto: Yoram Kaniuk (secondo da destra) insieme ad alcuni commilitoni nel 1948 – foto reperita nell’articolo pubblicato dalla rivista online “Cicero” - www.cicero.de

Nella foto: Yoram Kaniuk (secondo da destra) insieme ad alcuni commilitoni nel 1948 – foto reperita nell’articolo pubblicato dalla rivista online “Cicero” - www.cicero.de

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