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Tramonto in montagna

4 Febbraio 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini

Tramonto in montagna

Ancora un pezzo inviatoci da Quirino Riccitelli

Tramonto in montagna: lo sfrutto per ricaricare le pile di una nuova giornata spesa nel solito di paese. Raggiungo il lago, farò una foto al crepuscolo e scriverò qualcosa sul paese, dove soffia un forte vento… clima natalizio, freddo e scialbo nei vichi, mentre attorno sbiadiscono pian piano le nitidezze… riflessione finale sulla politica e poi torno a casa. Ricopio senza modificare nulla, col vento fuori che pretende ascolto e spunti…

<< Ogni sera un tramonto avanza al cielo. Dura poco, quindi approfitterò di quel breve, stasera. Quel cielo sta per fare la muta, immerso nell’imbrunirsi, e io, addentrato nell’apatico sopravvivere, lo osservo con un briciolo di stupore; superstite unico, e un po’ frastornato, della tormenta che mi rimescola, poi scombina, gli stimoli. Imbrunisco di crepuscolo e mi brunisco pure le sopportazioni più arcuate, limandomi l’istinto prioritario di piangermi addosso, almeno una parte, dell’insoddisfazione provata. La provo e, senza approvarne l’esistenza, provato, riesco a eluderla… nonostante sussista incessante. Quella sensazione maligna mi cavalca l’istinto. Un uccello imita il suo rumore di zoccoli galoppanti, e picchia forte sulla corteccia della conifera. Sbatte alle mie spalle, mentre attorno sbiadisce il paesaggio e ne perdo gradualmente particolari. Poc'anzi, il canneto pareva più giallo e, dentro, ci contavo gli steli agilmente. Disperato di giornata vacua, stasera tengo fuori quel solito sentire e avvertire ogni giorno. Insoddisfatto in cerca di prove, di stimoli in questo lento spegnersi del giorno. Lascia poco d’immortale la disillusione che colora giornate di un’impropria gioia incolore. Resto qui, a godermi solo, il rossastro sfumato di nuvole rosse adesso, ma ancora per poco… a breve subentrerà la notte, col buio a pittare paesi e natura. Freddo pungente e penna che graffia su un foglio che stride reazioni. Un quadro negli occhi miei, alterati da un rosso divino, assuefatti come di vino, e barcollanti sul viola d’un cielo incantante. A me, tremola la mano, ma se vado via, poi perdo sfumature e frangenti. Ora v’imprimo un nuovo rumore, là dietro la frasca… cela e preserva un animale quel ciuffo a sei metri, ma pare esitante d’identità; mi sforzo ad attribuirgliene una consona, poi nudo sporge e mi rivela una familiare sembianza nel soma. La logica batte nei set lo spavento, poi sospira vittoriosa nei setti, e lo riconduce, senza sforzi, al “Mus Musculus”. Voglio restare solo, qui dove c’è tanto spazio… ma non per la confusione. Natura pretende ascolto e ribadisce la forza che usa per strapparmi attenzione. Perde il nome questa realtà antropica, nel ciclo che detta l’avvento del buio più vero. Si veste di freddo l’aria e i pipistrelli accalappiano insetti distratti. Ne schivo uno d’istinto, ma non mi avrebbe preso comunque: scartandomi all’ultimo. Un po’ come fa l’Italia con me, che ne ha di paradisi suggestivi. T’illude per poco di farne parte ma è passeggera quella sensazione di benessere. Tipo questo tramonto in montagna… il difettato son io, se mi mancano quei santi, incollocati nei miei paradisi. Appartenenze a risonanti parentele non ne posseggo, ma quei santi di prima, stupido, li ricordo spesso. Blasfemo, quando invoco il loro nome per rafforzare uno sfogo. Me ne sto lontano dal paese, rinnegandone temporaneamente l’appartenenza. Ruba attenzione l’efferatezza con cui, spietata, subentra la notte. Qui, io escludo l’asfalto grigio, perché attorno s’è fatto scuro… tutto quel verde, dettame di vita, cede pezzi di speranza alla notte ingorda. Mi sento piccolo nel solitario oscurare, come quando in aereo scavalchi le Alpi e sei minuscolo, vulnerabile. Come quando hai dinanzi l’orizzonte piatto del mare, col sole a sormontarlo, dove cauto entrerai per salarti la pelle d’estate. Qui da me, non c’è mare, ma male… l’inficiare gratuito, deturpa sovente l’udente nel vico, cinico nel favellare i fatti d’ogni civico. Inevitabile quell’affiorarmi della gente, in mente distratta da un inalienabile imbrunire, ma ripeto: son solo! Poco fa ho mollato il paese, dove folate improvvise scoperchiavano contatori, mentre gli infissi applaudivano. Carnevale in provincia da me, c’è un po’ tutto l’anno, soprattutto a Natale, quando s’indossano vesti sfarzose d’apparenza. Torna a casa il paesano con l’accento ammaccato e l’ego pompato; rincasa anche lo straniero da poco, che pavoneggia, fuori al bar, conquiste nelle disparate zone umide dei “porti varcati”. I Porci casertani, più di lui, lo stanno a sentire, io a dissentire… ritorna in paese il coetaneo esausto, come l’olio di gomito che spreca per costruirsi un futuro difficile, lontano da qui. Io vivo vicino Caserta, laddove s’erge la rinomatissima Reggia. Ogni paese è famoso per qualcosa, il mio no. Sopravvivo come altri sotto ai monti, ed è questa l’unica nostra caratterizzazione. Per il resto, beh, prevale l’utopico al tipico… indosso un velo eludente, cosicché possa esser io, schivo. Schifo taluni paesani, eppur concedo tregua e parola a disparati conoscenti; disperati nei vichi, mentre è sulle basole che scivolano i tacchi delle “milf”. Poco attrito, come il mio, a muovere passi instabili su saponette di sogni. Il paese cosparge le strade strette del centro storico, con mestolate di gente. Le rimescola, a mo’ di riso in una paella, e lascia stupire i chicchi che là dentro s’insaporiscono. E’ una pentola ‘sto buco, in cui si mette sempre troppo sale nell’altrui sfera privata. In tutti i tempi, da che esiste memoria, a ribollirci dentro, ci sono i mai cotti cazzi altrui... c’è chi cucina il “quinto quarto”, poi noi, che nemmeno con la crisi odierna risparmiamo sui cazzi di terzi. Ubiqui nel proferire calunnia, cospargiamo di falso faccende riportate da vicinanze prossime alla fonte. Farsi i fatti? Farsi di fatti, strafarsi… strafatti! Estrometto fiero commenti, in cui mi spingono taluni… centellino pareri e viro su altri discorsi: questa la tattica elusiva vincente. Sfuggente alle storie riportate, resto attendista e sto sulle mie. Non conto poi tanto e prevale, un po’ in tutti i paeselli d’Italia, quella fregola d’arsura d’indiscrezioni. Nelle piazze si fanno scorpacciate di etica e perbenismo, s’etichetta e affibbia l’appartenenza di un tale e, in fine, non sussiste alcuna lietezza nel condannare gesta di ciascuno. Mi capita di scambiare mezza “chiacchiera” con alcune persone, ma, in quel Carnevale di paese prima menzionato, non accetto dolcetti, né scherzetti. Oggi, scontro e cozzo su nervosi disillusi di tutte le età: dall’infante neonato al pensionato duro a morire. Ognuno ha da sputare lo sdegno che infiamma quel covo di velenose serpi; ovviamente, semmai l’interlocutore dovesse pure degnarti d’una manciata di secondi d’apparenza forzata. Si fa finta di non vedere, ma il seguito è un inevitabile parlarne… quando, poi saremmo veramente più buoni anche fuori Natale, se solo evitassimo di sparlarne. Omertosi di un frustrante “sentito dire”, tutti spiattellano e puntano al target dello “spettegolezzo perpetrato”. Spetta un tanfo e non “olezzo” a quel rinnovarsi indiscrezioni, conseguentemente al saluto. Indiscreti di tutte le fratrie per strada, dal sangue blu alla “creme” delle multiple famiglie, col nomignolo distintivo. Certi sono brave persone, semplicemente imbastarditi dall’Italia, un po’ come fanno certi bastardi veri coi cani in gabbia. L’Italia li invecchia e m’invecchia… io, all’alba della trentesima primavera, è in ciò che prima v’era, ch’io compia stasera, una mia “prima e vera realtà”… lontano e assorto nella notte ora giunta, appurandomi al ritorno in auto come distante, da un resto dispari di paesani al crepuscolo. Ben più di quello appena trascorso… ho provato a mangiare di passioni, ma i talenti muoiono di fame. Deprezzato e fuorimoda resistetti ai “resi stretti”, allorquando realizzai che un sogno costa troppo. Taglierò un traguardo forse, o forse mai. Scapperò, questo è certo, da una mentalità chiusa a doppia mandata… perché un po’ ti esilia la politica e, di quel che resta, se ne occupa il sottoscritto. Volerò consapevole via da qui e lo farò presto. Esiste una ricetta per me e ci condirò le giornate, non appena avrò il coraggio per leggerla. E’ già scritta, come il destino che mai t’ostini a seguire. Lo costruirai da te, e su quella strada ci passerà una persona mandata dallo stesso cielo spento di poco fa. Dev’esserci un futuro per ciascuno, ed aspetta sotto un cielo diverso e una sagra bizzarra la sua metà. A me basterà una meta, perché di accenti ho quelli delle mie orgogliose radici. E mai li sradicherò. Porterò nel cuore l’infanzia, i ricordi, la famiglia, gli amici e gli attimi dalla puzza d’eterno. Avrò fierezza nel dichiararmi italiano, nonostante sia stata proprio l’Italia, da conformazione a stivale, a darmi un calcio ben assestato. A se, Stato, proprio uno Stato a sé sul futuro dei giovani. Qui in provincia, sorde le orecchie dirigenziali e reticenti, nel non degnarmi di risposta. Indegno di nota, io che manco quelle sui registri beccavo. Rigavo e rigo dritto ancora, eppure farsi mantenere in prigione parrebbe una soluzione conveniente. Ti versano i contributi, poi avrai la famosa “seconda chance”, quella che non si nega a nessuno… è con le prime che abbiamo difficoltà, soprattutto quando sui curricula le traducono in inesperienza. Per loro, dovresti forse inventartene una, ma ho provato pure a percorrere questa elementare soluzione… poi è come alle elementari: dove t’erudiscono all’insussistenza di prove… riprova che il risultato non cambia! Se ne sbattono di concedere uno straccio d’opportunità, e si lavano quelli sporchi con cui ci inquinano. Io antipolitico, v’auguro egregi politicanti, d’ingozzarvi di “Belpaese” fino al punto di rimettere. Scellerati, Voi, poi, che cosa ci rimettereste? Nulla, impuniti e, pure se condannati, immuni, pertanto indenni, alla pena da scontare. Poi noi, a mantenere i nervi, anzi a mantenervi le doppie scorte: di privilegi, più quelle affollate, a proteggere proprio voi “privi in ligio”… poi mettiamo in cella il pensionato che ruba il pacco di pasta perché gli manca l’euro, mentre le vostre falle mai verranno a galla. Buona vita all’Italia, da parte di uno che ha provato a restarci. Sono appena arrivato a casa, giusto il tempo di ricopiare lo scritto… Eolo fischietta sotto l’infisso e smuove le chiome di piante e passanti. Non voglio rileggere i pensieri che vanno dal tramonto a questo momento, sarebbe come privare d’autentico il puro istinto. Vorrei solo che a qualcuno arrivassero, perché non c’è dialetto alle richieste e non c’è lingua all’amore. E’ un po’ come dare del venduto a ciò che è inestimabile. Sono solo uno dei tanti, sull’orlo di una crisi di inermi, coi nervi a fior di pelle. Ma pronto a disegnare un futuro… discosto da qui. Disposto da qui in avanti a realizzare senza rimpiangere, abolendo la piaga di un fastidioso e protratto piangermi addosso… Spengo qui il mio scritto. Qui, spengo in prima persona, è “astuto”… non credo d’esserlo chissà quanto, ma chiudo cauto, con l’augurio spassionato che giunga a qualcuno arguto,

Quirino Riccitelli
(disoccupato trentenne di provincia. E non per scelta… con la penna in fiamme, mentre fuori l’inverno esige freddo.) >>.

Questo è il mio inutile e lo scrivo quotidianamente

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