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Laboratorio di Narrativa: Sergio Cena

25 Febbraio 2015 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #racconto

Laboratorio di Narrativa: Sergio Cena

Ha il tono di una vecchia ballata, “Leggenda di periferia”, di Sergio Cena. Un uomo, una donna, la vita di strada, l’aggressione da parte di tre naziskin. Lui tratta male la compagna, la insolentisce, ma quando è il momento di difenderla non si tira indietro. Due persone ai limiti della società, libere e prive di legami, se non la solidarietà che unisce l’una all’altra e che si rinnova ogni giorno, come se si riscegliessero ogni volta, di là da ogni convenzione. Personaggi che si muovono in una periferia degradata come nel vecchio West, oppure sul palcoscenico di un teatro beckettiano.

L’iniziale descrizione d’ambiente è davvero molto efficace e anche lirica. Un po’ meno lo sono i dialoghi, dove la volgarità un po’ insistita appare di maniera.

La continua ripetizione di "l'uomo disse" ,"la donna disse", con l'aggiunta di "con voce lamentosa, con voce piagnucolosa etc etc", rende poco agile e moderna la narrazione. (Patrizia Poli)

Inviate i vostri racconti a ppoli61@tiscali.it specificando in oggetto: "Laboratorio di Narrativa"

LEGGENDA DI PERIFERIA

Era un vecchio angolo di periferia di città, un grigio suburbio cadente e inselvatichito. Anche i muri di scuri mattoni, al limitare dei deserti complessi industriali, parevano grigi alla luce dei fiochi, rari lampioni che costeggiavano la strada che s’allungava sino ai campi di grano. Fosche, nere e inquietanti erano invece le costruzioni che si potevano intravedere al di là dei muri, con le vetrate spezzate, simili a voraci bocche sdentate; le ciminiere inerti che ancora conservavano il ricordo di fumi avvelenati; i tralicci di ferro contorti e i gasometri sfiatati. Sui marciapiedi di cemento crepato, lungo i muri, e sul bordo della strada, unico segno di vita, vegetavano stantie e secche erbacce, giallastre alla luce del sole, ma ora simili a cenere. Una cicoria, testarda e disperata aveva bucato il catrame della strada e, trionfante, era fiorita con un unico misero fiore di un celeste slavato. Da un lato la strada si perdeva nel buio della campagna, dall’altro sfociava nella luce stantia, opaca, polverosa di una piazza, ultima propaggine abitata della città dove una rossa insegna luminosa lampeggiava come un richiamo sbiadito dal tempo.

Fu da quel lato che ad un tratto cominciarono ad udirsi delle voci. Voci lontane che echeggiavano incomprensibili e aliene lungo i muri della strada deserta. Erano la voce di un uomo cui rispondeva una voce femminile, a passo lento, dolente, avevano preso a risalire la strada. Man mano che i due si inoltravano nella cupa zona industriale le loro parole si facevano più intelligibili sino a esprimere frasi sensate.

“Miché, piagnucolò ad un tratto la donna. Non ho più gambe, fermiamoci.”

“Mica possiamo fermarci in mezzo alla strada, rispose l’uomo con voce spazientita. Non hai visto i lampi che ci sono? Dagli mezz’ora e verrà giù che dio la manda.”

“Non mi sento più i piedi”, si lamentò ancora la donna.

“Cristo di un dio schifoso”, bestemmiò l’uomo. “Guarda te se mi devo trascinare dietro sta vecchia baldracca.”

“Ma qui ci sono soltanto muri, che riparo vuoi che ci diano!?” Si lamentò la donna.

“Sto cercando una guardiola, disse l’uomo esasperato. Ci sarà pure un cazzo di guardiola con tutte queste vecchie fabbriche, no!?”

“Non dovevi lasciare che ci cacciassero da dove si era, disse la donna. Va a sapere dove andremo a finire adesso.”

“In culo al diavolo andremo, ma dammi il tempo di arrivarci.

“Si stava così bene in quel capanno”, riprese a lamentarsi la donna. “Ci hanno messo fuori come due cani rabbiosi. Non avresti dovuto permetterlo.”

“Non avrei non avrei... cosa avrei dovuto fare secondo te, eh!? Erano quattro contro me solo. Ma un posticino finiremo per trovarlo, te lo dico io, cristo di un dio!”

“Non sappiamo nemmeno dove stiamo andando, lamentò la donna. È da stamattina che camminiamo e non siamo arrivati in nessun posto.”

“Qui siamo arrivati, disse l’uomo indicando una guardiola dalla larga vetrata sfasciata.”

La donna osservò dubbiosa il gabbiotto e sospirò: “Se si mette a piovere a tempesta non servirà a molto come riparo.”

“Sempre meglio che stare sotto la pioggia battente”, rispose l’uomo deponendo il sacco che si trascinava appresso all’interno della guardiola.

Scavalcò la vetrina e con un piede accumulò in un canto le schegge di vetro frantumato, poi aiutò la donna a passare all’interno.

La donna ascoltò il raschiare dei vetri sparsi che l’uomo continuava ad accumulare e si guardò intorno. Era nero ma si poteva scorgere la sagoma di un sedile. Ne tastò la resistenza e vi si lasciò cadere con un sospiro.

“Mica sarà facile dormire qui dentro con tutti questi vetri rotti”, disse osservando il luccichio sinistro delle schegge appuntite. “Abbiamo solo una coperta.”

“Prendila te, disse l’uomo. Io mi aggiusterò comunque.”

“Ho fame, si lamentò la donna. È da ieri che non mangio nulla.”

“Anch’io non ho mangiato niente, ma mi lamento io, vecchia baldracca?”

“Ho fame lo stesso”, insistette la donna.

“Cristo di una madonna puttana!” Bestemmiò l’uomo scavalcando il vuoto della vetrata. “Proprio a me doveva capitare sta lurida vecchiaccia che non la finisce mai di lamentarsi.”

Si cacciò le mani in tasca e si allontanò verso la piazza blasfemando tra i denti.

La donna disfece il fagotto che l’uomo aveva con sé, ne uscì una vecchia coperta militare, strusciò col piede lungo la parete di fondo del gabbiotto per assicurarsi che non vi fossero schegge di vetro, poi depose a terra la coperta e vi si allungò sopra poggiando il capo su quello che era rimasto del fagotto. Era così stanca che si sarebbe addormentata subito, ma le faceva paura restare sola in quel luogo sconosciuto, cosicché chiuse gli occhi, ma restò con le orecchie tese, in attesa che a Miché sbollisse l’ira e tornasse da lei.

I passi dell’uomo si fecero udire dopo una mezz’ora. Camminava con calma e fischiettava.

“Eccomi vecchia baldracca”, disse con voce allegra scavalcando il vuoto della vetrina. “Eccomi con due belle pizze Margherita tutte per noi.”

La donna si mise di scatto a sedere. Alle sue narici era giunto l’odore grato del cibo che le diceva che Miché non si stava prendendo gioco di lei.

“Attenta che è bollente”, disse l’uomo porgendole una scatola.

L’uomo estrasse dalla scatola la seconda pizza e la piegò in due, ne addentò un pezzo e strillò: “Cazzo se scotta, attenta vecchia che se mordi, calda com’è, ti cascano tutti i denti.”

“Ho troppo fame per lasciare che si raffreddi”, disse la donna a bocca piena.

Per un po’ masticarono in silenzio, poi la donna chiese: “Miché, come le hai pagate le pizze?”

“Trovato macchina aperta con borsello dentro”, spiegò l’uomo. “ Ho potuto comprare anche una birra e un’aranciata e mi è rimasta ancora un po’ di moneta.”

“L’aranciata!” Sospirò la donna. Mi è sempre piaciuta l’aranciata, sin da quando ero piccola.

“Le baldracche come te non nascono piccole, disse l’uomo. Nascono vecchie e baldracche.”

“Fa niente, disse la donna. Mi è sempre piaciuta lo stesso.”

Terminata la pizza, l’uomo tese la lattina alla donna e restarono a bere lui birra, lei aranciata.

“Mi ha fatto venir voglia di fare pipì”, disse la donna con voce lamentosa.

“Non aprire le cataratte del Niagara qui dentro!” Scattò l’uomo.

“Dammi una mano a uscire, va’”, disse la donna avvicinandosi alla vetrata.

La donna era appena uscita che l’uomo sentì provenire dall’esterno uno strano rumore come di pietrisco scosso dentro un sacco. Anche un gemito gli sembrò di udire, ma di questo non era sicuro.

“Cosa diavolo stai facendo baldraccona!?” Chiese sporgendosi oltre il bordo vuoto della vetrata.

Vedendo che la donna non rispondeva, scavalcò la vetrata, ma, fatto qualche passo, si arrestò. Subito subito pensò fossero poliziotti, poi guardie notturne, poi vide gli stemmi nazisti che brillavano cupamente sulle nere giacche attillate e capì. Si pulì le mani sul retro dei pantaloni e li osservò. Erano tre e lo stavano fissando con biechi sorrisi osceni. Gli sembravano proprio teste di morto. In mano tenevano catene da motocicletta che luccicavano sinistramente alla luce di un lampione. L’uomo capì che erano quelle ad aver fatto il rumore di pietrisco, allora il suo sguardo si posò al suolo e vide la donna giacere a terra.

Un urlo profondo gli scaturì dalle viscere e si dilatò nell’aria notturna squarciandola come un sipario di tela. Senza segno di preavviso si voltò di scatto e si precipitò addosso al teppista che stava alle sue spalle. Quello, preso di sorpresa, non ebbe il tempo di reagire. Trascinato sin contro la vetrata della guardiola, perse l’equilibrio e cadde all’interno la testa per prima.

Cadendo, il teppista si era lasciato sfuggire la catena che stringeva in pugno. L’uomo la raccattò d’un balzo e si voltò per affrontare gli altri due teppisti, ma la strada era tornata a essere deserta. Piegato leggermente sulle gambe, il volto trasformato da una diabolica maschera truce, l’uomo calmò l’ansito che lo asfissiava e si guardò attorno facendo roteare lentamente la catena, ma dei due non c’era più traccia.

“Miché”, chiamò flebile la donna. “Miché m’hanno schiantata.”

L’uomo si inginocchiò accanto alla donna e le sollevò il capo. “Cosa ti hanno fatto quei bastardi?”.

“Non lo so”, piagnucolò la donna. “Stavo per mettermi a fare pipì quando mi è precipitato addosso, sulla testa, sulla faccia e sulle spalle un fracco di botte. Dio santo, Miché, sono tutta un bruciore.”

“Vieni, vecchia mia”, disse l’uomo aiutandola a rimettersi in piedi. La osservò alla luce del lampione, ma si accorse solo di un segno rosso, da cui si affacciavano regolari gocciole di sangue, che le attraversava una guancia.

“Non è niente, vecchia baldracca”, disse l’uomo, tamponandole il volto con uno sporco pezzo di stoffa che gli serviva da fazzoletto. “Domani sarà tutto passato.”

Impaurita, la donna prese lo straccio e se lo tenne sulla guancia guardandosi intorno. “Quanti erano Miché? Dio santo che fracco me ne han fatto.”

“Erano tre, ma questa volta non mi sono lasciato fare, vecchia mia.”

La donna si guardò attorno con occhi dilatati. “Andiamocene di qui prima che quelli tornino”, disse con voce lamentosa.

Mentre parlava, la donna era indietreggiata sino alla guardiola, si voltò e cacciò un urlo. Si precipitò accanto all’uomo, lo afferrò per le braccia e balbettò: “Ce n’è uno là dentro che mi sta guardando!”

L’uomo improvvisamente si ricordò del teppista che aveva spinto all’interno della guardiola. Tornò a far ruotare la catena e si avvicinò cauto alla vetrata.

Il teppista era steso a terra. Il suo corpo era disarticolato, ma, col capo appoggiato su un grosso ciottolo, lo guardava con occhi fissi, maligni. L’uomo lo osservò attentamente per capire se fosse veramente stecchito, ma il teppista era davvero afflosciato. Pensò al loro misero bagaglio rimasto all’interno della guardiola e rabbrividì. Non gli andava proprio per niente di tornare là dentro, ma la donna lo guardava e non avrebbe accettato di partire senza il poco che avevano.

“Recupero la nostra roba e ce ne andiamo”, Scavalcò il buco della vetrata di lato, in modo da tenersi il più possibile lontano dal cadavere. I suoi piedi scricchiolarono sul mucchio di schegge vetro che aveva accumulato. Al rumore l’uomo rabbrividì tanto gli parve rumore di ossa infrante. Senza perdere d’occhio il cadavere, raccolse la coperta, si impose di prendere il tempo di piegarla per sistemarla nel fagotto, lo chiuse con un nodo e lo lanciò fuori dalla vetrata proprio mentre la donna gli diceva di affrettarsi.

Scavalcata la vetrata, l’uomo prese sottobraccio la donna e si avviarono verso il nero bucato a tratti da lampi lontani.

“Ne hai steso uno, Miché”, disse la donna.

“Cristo, non permetto a nessuno di toccare la mia vecchia baldracca”, disse l’uomo.

“Ma erano tre...!” Fece la donna con una punta di fierezza nella voce.

“Tranquilla, vecchia mia”, disse l’uomo. “Ne voglio cento di quei miserabili. Se uno solo cerca di toccarti, io faccio un macello, faccio.”

Le due figure oltrepassarono l’ultimo lampione e furono ingoiate dalla notte.

Rimase solo la voce della donna che lamentosa chiedeva: “Dove andiamo a sbattere Miché? Guarda che lampi! Hai idea di dove si possa andare a sbattere Miché?”

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