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Russa o Rumena?

28 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Russa o Rumena?

Saltuariamente, senza quella cadenza regolare che mi consenta approssimativamente di prevederne il ritorno, come per la gran parte dei clienti abituali, una bella signora di mezza età viene a mangiare un trancio di pizza, sempre la stessa varietà e la stessa quantità, e a bere una mezza minerale naturale nella mia pizzeria. I tratti somatici e le poche parole che le sento pronunciare la qualificano d’acchito come straniera. Compattamente bionda, di certo, vista l’età presunta, con l’ausilio di tinture o coloranti o, magari, semplicemente di acqua ossigenata, minuta, aggraziata, colpisce per l’eleganza naturale dei movimenti, per la riservatezza dello sguardo, per l’economia di parole, per il sorriso gentile, non manierato, per il viso armonico, abbronzato, sobriamente truccato. Tutto il suo aspetto non dice nulla di più di ciò che si vede, anzi sembra voler dire qualcosa di meno, come volesse sottrarre una parte di sé allo sguardo altrui. E veste fuori moda: camicette coi gugni, o con le mezze maniche a sbuffo, infilate, ben sopra il bacino, in gonne svasate sotto il ginocchio o in pantaloni semiscampanati su scarpe a mezzo tacco, colori uniformi, vivaci talvolta, ma mai festaioli. Un’immagina nitida di cura di sé e di pulizia, senza la pastosità dell’ostentazione o della civetteria.

Gentile, e bellissima, Signora,

Mi rivolgo a Lei per lettera non per timidezza o perché non sia in grado di creare l’occasione di incontrarla falsamente per caso, ma perché, come Lei e i Suoi modi, i Suoi abiti, le Sue scarne parole, il Suo sorriso trattenuto, i Suoi gesti sottovoce, i Suoi sguardi retrivi, la lettera è fuori moda.

Straniera, di sicuro. Mi piace immaginarle il destino di una nobile russa decaduta, travolta e scacciata dalla Rivoluzione, ospitata in casa di qualche ricco borghese ad insegnare francese, canto e pianoforte ad una fanciulla in attesa di maritarsi, nascondendole l’orrore, lo sgomento, il lutto. Ma non siamo all’inizio del secolo delle rivoluzioni. E allora potrebbe essere una rumena: pulizie ad ore, coi mariti fuori casa e le mogli ad insegnare ciò che non sanno fare.

Una lettera anche perché, eventualmente, l’incontro non sia casuale. La nostra età – no, non si offenda, qualunque sia la Sua non giovane età, Lei ne è più giovane e più bella – la nostra età dovrebbe consentirci di essere franchi. Lei mi piace, mi piacerebbe parlarLe e sentirLa parlare, guardarLa negl’occhi, senza essere maleducato o importuno. Sì, certo, se poi, dopo, chissà, potessi anche carezzarLe la guancia, lisciarLe i capelli, sistemandoglieli dietro l’orecchio, tenere il palmo della mano sulla Sua nuca, poggiare le labbra alle Sue, intrufolare la lingua nella Sua bocca, sentirmene ricambiato… Ma non è solo questo, o non è, innanzitutto, questo.

La vedo entrare e avvicinarsi alla casa e continuo a guardarla mentre paga e aspetta, poi continuo a guardarle la schiena, seduta sullo sgabello di fronte al bancone, davanti alla piccola mensola dove poggia con gesti misurati e attenti l’involucro della pizza e la bottiglietta di plastica. La guardo non come un pizzaiolo guarda una cliente, ma come un uomo guarda una donna. Indossa un vestitino trasparente, di cotone chiaro, a fiorellini, simili a quelli con cui le militanti dei collettivi studenteschi ricoprivano il loro corpo acerbo, arrabbiato e fremente. Quella trasparenza, che in altri tempi e altri luoghi, la bella signora avrebbe attenuato o del tutto nascosto, è una piccola concessione alla disinvoltura delle mode attuali. Ne approfitta, forse, per liberarsi del fastidio estivo di una sottoveste. Avevo acquisito una certa esperienza. Ero esercitato e conoscevo bene l’incrocio di traiettorie che mi avrebbe permesso di accentuare quella trasparenza fino a vedere il più possibile. Mi sono appostato nel punto del bancone che l’ora e la stagione mi suggerivano: un raggio di sole tra un attimo l’avrebbe trafitta sulla soglia. Tra poco avrei visto, di più, quasi tutto. Un imbecille, dall’altro lato del bancone, pretendendo di scaldare un po’ di più il suo trancio già morso, nota che indugio e pensa di gratificarmi con un’espressione complice per la quale la risposta più giusta sarebbe un manrovescio.

Mi decido a scriverle la lettera.

Davvero, innanzitutto vorrei dare un contenuto empirico alla Sua forma, alla Sua bellezza che è una promessa. E tanto più struggente perché è una bellezza anche retrospettiva. Quanto dev’essere stata bella da giovane! No, non si sorprenda o non mi schernisca perché un pizzaiolo possa usare l’espressione “contenuto empirico”. Chi, meglio di Lei, Russa o Rumena, può tollerare l’imprevedibilità della vita? Avrebbe mai pensato, da bambina, che il futuro sarebbe stato fatica in un paese straniero?

La faccio tradurre in russo e in rumeno, in corsivo e ne ricopio a mano entrambe le versioni, imbrogliandomi un po’ coi caratteri cirillici, sforzandomi di mantenerli intellegibili. Piego i tre fogli e li infilo in una busta sulla quale scrivo

Per ЉАЯ Pentru.

Ne aspetto il ritorno.

Vede, la Sua grazia naturale, il Suo viso così ossuto che la pelle sembra stentare a ricoprire, la Sua bocca tanto restia a dischiudersi, i Suoi occhi che, ricorderà, quel giorno ho sorpreso torcersi verso di me, sono una promessa di delizie che basterebbe a se stessa, se non volessimo sempre di più, se non sentissimo il bisogno di riempire quella forma di un contenuto che quasi sempre la involgarisce, ma non dobbiamo farne a meno, dobbiamo rischiare. Le sembro troppo impegnativo? La vita Le sembra già abbastanza tribolata per aggiungervi le farneticazioni di uno che in fondo vuole quello che vogliono tutti? Allora, sarà stato comunque bello averLa non conosciuta.

Eccola. La raggiungo mentre mangia. Le sorrido, le porgo la lettera. “Signora, mi farebbe la cortesia di scrivere il suo nome, qui” punto il dito sotto la triplice versione del “per”, porgendole la penna. Pensa, credo, ad una specie di concorso, ad un gioco a premi per clienti. Scrive. Riprendo la busta. Leggo: “Mara”. “No, Signora, non il nome che usa in Italia, ma il nome con cui la chiamava Sua madre”. Mi guarda infuriata, pensa, credo, “ma come si permette questo di intromettersi nella mia intimità”. Tengo duro, continuo a guardarla negli occhi, senza implorare, senza ironizzare, senza deflettere. Non so perché, ma riscrive il suo vero nome sulla lettera a lei indirizzata.

“Mara Rossi”

“Italiana?”

“Sì, italiana. Perché le sembra strano?”

“No, no, per carità!” Non so se si potesse percepire anche dall’esterno, ma dentro vibravo, e, mentre stavo pronunciando la domanda, sentivo che stavo giocando un tutto per tutto, “non si sarà mica offesa che l’abbia scambiata per una straniera?”

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