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Aggrappati alle recinzioni

18 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni

Aggrappati alle recinzioni

Anch’io ho fatto parte di quel popolo di genitori che, tra il sabato pomeriggio e la domenica mattina, aggrappati alle recinzioni, prendono d’assedio i campetti di periferia e guardano il proprio figlio disputare la partita che corona una settimana di allenamenti, d’impegni per accompagnarlo e andarlo a riprendere, incastrando turni, orari e percorsi, accumulando fatica da lavoro e dovere di genitore. Una settimana ripagata anche dalla piccola soddisfazione che proviene dagli ammaestramenti fatti di consigli tecnico-atletici e di giudizi sui compagni e sui metodi e le scelte del mister. Un popolo, nella gran parte dei casi, sommesso e disponibile, che talvolta ha travalicato il confine che ne certifica l’invisibile esistenza finendo sulle pagine di cronaca dei giornali per le maleparole, le baruffe, le violenze vere e proprie che hanno provocato la sacrosanta indignazione della comunità visibile, quella che può parlare, perché ne ha i mezzi materiali e perché dispone della strumentazione analitica, culturale, linguistica e retorica necessaria. Denunce e sdegni che hanno condannato, genericamente, superficialmente, e presto dimenticato, quelle escrescenze tumorali di un’epidermide, per il resto, tutto sommato, sana. Un popolo di genitori che ha dentro di sé un magma di valori civili, etici e sociali che si scontra, nelle occasioni delle partitelle e spessissimo in tutte le altre occasioni della vita quotidiana, con un fuori che li nega, talvolta addirittura li disprezza, rendendoli inservibili e inapplicabili. Un magma, bisogna ammetterlo, scarsamente coltivato dall’interno e quasi mai irrorato dall’esterno. Dunque, più che delle escrescenze tumorali, bisognerebbe sorprendersi della loro relativa rarità.

Sono stato uno di quei genitori e lo sono stato in diverse versioni, in momenti diversi e secondo stati d’animo diversi, contradditori e complessi. Dalla linea cronologica che tiene insieme quest’esperienza, posso estrarre tre o quattro situazioni privilegiate, a mio modo di vedere, particolarmente significative, senza però dimenticare che fanno parte di una linea per lo più piatta e opaca, semi-cancellata dalla memoria.

Ho rivissuto, empaticamente, le emozioni primordiali del piccolo calciatore che ero stato, ho trattenuto il respiro insieme a quello del piccolo calciatore attuale, separato da lui da qualche metro e da un monte di anni, prima del rigore decisivo, assieme a lui ho fatto istintivamente partire la gamba uscendo dall’apnea.

Ho dapprima subito silenziosamente e poi reagito collericamente per i comportamenti aggressivi di alcuni genitori di parte avversa. E ho visto trasformarsi la collera in rabbia, l’ho vista separarsi dal suo motivo attuale e contingente, una partitella tra ragazzini condizionata surrettiziamente dal vocio esacerbato dei troppo interessati spettatori, per unirsi a principi superiori, giustizia, correttezza, tolleranza, ma l’ho vista esprimersi, però, nelle stesse forme e nello stesso linguaggio del loro esatto contrario.

E me lo sono ricordato quando, in un’altra versione, alle prime avvisaglie, prima che l’aggressione verbale altrui e la rabbia mia montassero, ho difeso il giovanissimo arbitro gridando frasi come “ma lasciatelo in pace! Dovreste ringraziarlo di sacrificarci le domeniche per farci divertire!” Ridicolizzando, in un incongruo afflato sentimentalistico, me stesso, l’arbitro, le domeniche e il campetto tutto.

In un'altra versione ho avuto paura: le parole, le posture, le facce livide di quelli che avrei dovuto provare a far ragionare non promettevano nulla di recuperabile. Ho taciuto esattamente come quelli pretendevano che facessi. Ho avuto paura della mia incolumità fisica? O ho avuto paura di finire sui giornali come un bell’esempio diseducativo?

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