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IL DIARIO dei GONCOURT

11 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni

IL DIARIO dei GONCOURT

Il diario (o Journal) dei fratelli Jules e Edmond Goncourt, si apre il 2 dicembre 1851, lo stesso giorno in cui Luigi Napoleone attua il colpo di stato che lo porterà a diventare Napoleone III. I due fratelli hanno la possibilità di vedere da vicino e frequentare tutti i grandi letterati della Parigi del tempo di cui lasciano ritratti, immagini e spesso caricature. Dal 1870 il diario è portato avanti dal solo Edmond, dopo la prematura e dolorosa scomparsa di Jules.

I Goncourt mostrano una visibile consonanza spirituale, come viene sottolineato: “Io ero a una delle estremità del grande tavolo. Edmond, all’altro capo, parlava con Thérèse. Non sentivo nulla, ma quando sorrideva, sorridevo involontariamente e con la stessa posa del capo”.

I due diaristi sono impegnati in attività di collezionismo di antichità e di libri; hanno inoltre progetti di scrittura da portare avanti in comune, condotti con la serietà di un apostolato: “Durante tutto l’inverno, lavoro rabbioso per la nostra Histoire de la Societè pendant la revolution (…) Niente donne, niente piaceri, niente distrazioni”. L’orientamento seguito è quello del naturalismo; chi scrive, dicono, deve essere dappertutto, ma non mostrarsi mai nell’opera.

I giganti della letteratura sono straordinariamente concentrati nella capitale francese; Flaubert, Zola, Saint-Beuve, Gautier, Turgenev. Edmond ci parla anche del pittore De Nittis, del politico Clemenceau, di Rimbaud, Verlaine, Maupassant. A tratti troviamo schizzi alla Svetonio, con riferimenti a manie e vizi di questo o quel collega. Sono particolarmente maltrattati l’autore di Madame Bovary e Zola, accusati di rozzezza e di vanità. Dello scrittore Saint-Beuve scrivono: “Saint-Beuve ha visto una volta Napoleone I: era a Boulogne e stava pisciando. Ed è un po’ la stessa posizione in cui più tardi ha visto e giudicato tutti i grandi uomini”.

Da notare che i fratelli, nonostante l’impegno, non riescono mai a entrare nell’Olimpo della letteratura. Il successo arride a molti di quelli con cui cenano o si intrattengono in quegli anni; da qui si può in parte spiegare un certo livore. Nel Journal, si racconta come esempio della difficoltà ad affermarsi, di uno spettacolo teatrale tratto da una loro opera che viene pesantemente fischiato, causando un grande scoramento nella coppia.

Dopo la morte del più giovane, la penna rimane in mano a Edmond; con lui la scrittura in parte diventa più ariosa, più curata, con descrizioni pittoriche efficaci. L’autore, rimasto solo, si occupa non solo di letteratura, ma anche del suo giardino, si muove nelle campagne intorno alla città e mostra un caldo lato umano. Sta scoppiando la tragedia che porterà a durissime repressioni a Parigi; la città è dapprima assediata dai Prussiani, vive poi l’esperimento politico e sociale della Comune e quindi il ritorno all’ordine per opera dell’esercito mandato dal governo di Thiers.

Questa parte rappresenta un interessante documento storico: “Inizia la fame, e la carestia è all’orizzonte. Le parigine eleganti cominciano a trasformare i loro stanzini da toeletta in pollai”. La città soffre. Sono giornate buie e difficili: “Essere preso da un amore stupido per degli arbusti (…) Passare delle ore a togliere con un potatoio i ramicelli morti delle vecchie edere, tutto questo mentre i cannoni Krupp minacciano di distruggere la mia casa e il mio giardino: Che sciocchezza!”.

Nel dramma di quelle settimane torna il ricordo del fratello. Edmond si rimprovera di essere in parte responsabile della sua fine, avendolo caricato di troppo lavoro letterario. In particolare scrive: “Oggi, siccome non ho il coraggio di andare a Parigi e non ho nulla da mangiare, uccido un merlo nel mio giardino (…) E’ scivolata in me allora come la superstizione che qualcosa di mio fratello fosse passato in questo animale alato, in questo uccello di lutto”.

Il diarista assiste al passaggio di tante donne e uomini della Comune catturati e destinati alla fucilazione; ne tratteggia con rispetto l’orgoglio e la sofferenza, pur considerando gli operai come “agenti della dissoluzione”.

Parigi torna alla normalità e Edmond riprende le sue attività. Scrive ancora, cura le sue collezioni, frequenta gli amici. La notizia della morte improvvisa di Flaubert lo lascia sgomento: “Ho sentito che un legame, a volte allentato ma indissolubile , ci univa segretamente. In fondo, eravamo i due vecchi campioni della nuova scuola, oggi, io, mi sento molto solo”.

Lo scrittore è considerato un caposcuola negli ambienti culturali, più per anzianità di servizio che per meriti. Ha scritto molto, ma in fatto di qualità ha sempre avuto pochi elogi. L’età lo rende scontroso e severo; alcuni suoi giudizi appaiono come minimo frettolosi. Stronca il pittore Manet e vede nell’apparire sulla scena francese di un autore come D’Annunzio un segno di decadimento e di servilismo verso le letterature straniere.

Si lega ad Alphonse Daudet, in cui probabilmente vede una controfigura dell’amato fratello. Proprio in casa di Daudet, Edmond morirà il 15 luglio 1896. Nonostante alcune sue parti riportino pettegolezzi e commenti malevoli, l’opera resta un importante documento, capace di regalare considerazioni in parte attuali come questa, in merito alla scomparsa delle sedie dai marciapiedi davanti alle librerie: “Ora i libri si comprano in piedi (…) Una domanda e un prezzo: ecco a che punto la divorante attività del momento ha portato la vendita dei libri che un tempo comportava una passeggiata, un abbandono all’ozio, e a una conversazione, fitta e famigliare, sfogliando i volumi”.

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