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Un pesce fuor d'acqua

30 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Un pesce fuor d'acqua

Grigliata a casa di parenti stretti. Non ho mai partecipato ma insistono e mi dispiace dire di no. Mia madre e mio fratello, anche se dicono che io “sono imbarazzante”, vogliono che vada. Mio marito ama questo genere di vita sociale.
Ansia anticipatoria da giorni, paura che tutto non sia in ordine. Passo ore e ore a pulire per non far fare brutta figura alla nostra famiglia, ma sto in ambascia per ogni granello di polvere, ogni ragnatela, ogni filo d’erba troppo cresciuto. Se vivessi in un palazzo, mi vergognerei degli affreschi sbiaditi.
La sera prima prendo un tranquillante, sperando di cavarmela. Arrivo sul luogo del delitto e sto sempre peggio a ogni istante che passa. Poi sento suonare il campanello e capisco che stanno arrivando i primi ospiti (in tutto sono ventuno persone). Mi bagno di sudore, le ginocchia tremano, lo stomaco fa un tonfo come sulle montagne russe. Mia madre dice: “Ma non vuoi nemmeno che ti presenti?”
No, non voglio nulla, non voglio vedere quelle facce di gente “normale”, non voglio parlare con nessuno, non voglio fare complimenti a bambini sconosciuti, non voglio invischiarmi in discorsi di circostanza e convenevoli. Mentre le persone entrano io sfuggo, giro da una stanza all’altra per evitarle, per non dover nemmeno salutare. Se c’è un ospite in soggiorno, io svicolo in cucina, se intravedo qualcuno nel portico, mi ficco in bagno. Cerco qualcosa per tenere le mani occupate, sbuccio l’aglio, salo il pesce a testa bassa.
Poi arriva il momento di mangiare, nella confusione della grigliata dove ognuno cucina quello che si è portato da casa, non trovo una collocazione, non so dove sedermi, ho lo stomaco chiuso, la nausea, mi gira la testa, butto giù bicchieri di vino per placare un’ansia che non si placa, che ingigantisce. Non ho rotto il ghiaccio subito e quindi non lo rompo più, non mi sono introdotta nel gruppo, nella conversazione, e quindi non riesco più a farlo quando ormai tutti sono lì che scherzano e mangiano dolci che per me sanno di cartone. Metto su una faccia da sfottò, da antipatica, prendo per il culo tutto e tutti, apertamente, parlotto con mio marito rendendomi odiosa. È quello che so fare meglio, è l’unica cosa che mi viene bene. Non sopporto il vocio, i rumori, le giovani mamme che parlano dei loro bambini, tutto mi si confonde nella mente come un’onda di marea che mi travolge. Fuggire fuggire fuggire.
Sgattaiolo in una camera al piano di sopra e ci rimango tutto il giorno, fino al momento di salutare, raggomitolata sul letto a dormire, a lasciare che le voci si allontanino, non invadano il mio spazio vitale, non mi blocchino il respiro sul diaframma. Che si accorgano della mia assenza o meno, non m’interessa.
Provo un senso di sconfitta e una rabbia violenta, verso tutti quelli che sono giù, e ai quali cose come queste, le grigliate, gli inviti, il ritrovarsi a tavola fra amici, sembrano normali. Li odio tutti, dal primo all’ultimo, perché non capiscono e non capiranno mai, perché per loro è facile. È sempre stato tutto facile: lavorare, frequentare, vivere. E odio mia madre che mi intima: “Vai da uno psichiatra”, quando è lei ad avermi plasmata così, quando era proibito aprire la porta al suono del campanello o portare a casa un’amichetta, e ora, invece, da mio fratello accetta tutto e si fa in quattro per aiutarlo con le sue feste. E odio mio fratello che dice: "Tu non hai una vita sociale”, e grazie al cazzo, e sai che scoperta, ci vuole Freud per capirlo. E lo odio ancor più quando mi dice: “Anche quando c’è soltanto una persona in più, si vede che stai lì e non sai cosa dire.” Ecco, meno male me lo ha detto, così ora mi sentirò più a mio agio.
Beato te, vorrei dirgli, beati tutti quelli che sanno sempre cosa dire. Beati i giusti, quelli che hanno un indirizzo, uno scopo, un ruolo nella società. Beati quelli che camminano e sanno dove andare.
Risbuco fuori solo al momento di accomiatarsi, mi guardano un po’ straniti, come a dire: “E questa dov’è stata tutto il giorno, da dove salta fuori?” Li saluto come niente fosse, come se ci avessi parlato tutto il giorno, invece di starmene rintanata al piano di sopra.
L’unico pensiero che mi tiene a galla in quei momenti siete voi, sapere che esistete, che anche voi, ovunque siate, vi state sentendo esattamente come me: pesci fuor d’acqua.
Certi giorni proprio non me la sento di elargire consigli da guru della fs, non me la sento di riderci su. Capita che tutto imploda dentro, collassi come un buco nero.

Poi passa, poi si respira, si rialza la testa, si riparte controvento.

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