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La resa dei conti

11 Settembre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

La resa dei conti

Rieccomi qui per dirvi che, alla fine, non cambia mai niente, che la fs ti ammazza a venti anni come a cinquanta.

Nonostante la segnalazione dell'anno passato al XXVI premio Calvino, con il mio ultimo romanzo "L'uomo del sorriso" , non arrivo a niente sempre e solo per come sono fatta, per le paure, gli handicap e i limiti che ho.

C'è un editore abbastanza conosciuto al quale i miei racconti piacciono. Ho trovato il coraggio di proporglieli, anche se mi è costato in termini di orgoglio e pudore.

La sua risposta è stata questa:

"Patrizia, tu scrivi molto bene e per me sarebbe motivo di onore e di orgoglio pubblicare i tuoi racconti. Ma per vendere una raccolta di racconti l'autore deve darsi molto da fare. Ti prendo come esempio XXX che ha già venduto 150 copie di un libro molto ben scritto, ma soprattutto ben pubblicizzato. Mercoledì, lo presentiamo per la terza volta. A ogni serata abbiamo venduto 20 copie. Lei è sempre con noi al banco quando vendiamo. Infine, sta organizzando un tour di presentazioni italiano per andare a parlare del libro ovunque. Tu faresti questo?"

Sa benissimo che non lo farei, sa benissimo che è una domanda retorica, sa benissimo che l'idea di vendere il libro sul banchetto mi fa anche un po' senso.

Quando l'anno scorso mi è arrivata la notizia della segnalazione al Calvino, ho pensato subito due cose:

1. che qualcuno mi avesse raccomandato a mia insaputa

2. che avessi fatto pena ai giurati del premio

L'idea che il mio potesse essere davvero un buon testo non mi ha nemmeno sfiorata.

Questa è la sinossi. Per la solita vergogna, il solito pudore e il solito blocco a parlare delle cose scritte da me, io che passo la vita a recensire roba altrui, ho dovuto farmi aiutare a buttarla giù dalla mia amica Ida Verrei.

"Maria di Migdal non è soltanto la prostituta che gli uomini cercano e le donne fuggono, o la cestaia che intreccia foglie di palma per il mercato sul mar di Galilea, Maria è anche la donna che di notte, nel silenzio, di nascosto, prega la dea Ashera, che la madre le ha insegnato a venerare, ma alla quale non sa più se credere o meno. La Legge del Dio del Tempio non le piace, ma non le piacciono neanche le regole del Dio degli Esseni, sebbene la comunità nascosta nel deserto la affascini. Li spia di nascosto, li osserva, ascolta le loro parole; avida di conoscenza, cerca risposte che non trova, e si chiede se il Dio di cui parlano gli uomini vestiti di bianco, quello del Tempio, ed Ashera, non siano in fondo un’unica entità. Neanche le risposte di Giovanni, tenero amico d’infanzia, sembrano placare la sua voglia di sapere; la sua esistenza miserevole non l’appaga, sente di essere la più reietta delle creature, quella a cui la vita ha negato tutto: famiglia, amore, maternità. Sua unica compagnia, Astaroth, lo scemo del villaggio, il figlio che non crescerà, il bambino vecchio che ha per lei una fedeltà canina.

Il giorno che Giovanni abbandona gli Esseni per ritirarsi nel deserto a battezzare la gente nel Giordano, Maria trema, sa che questo lo condurrà alla morte, le sue invettive contro i vizi di Erode sono ormai di dominio pubblico. Vorrebbe fermarlo, avvertirlo di essere prudente, ma Giovanni sembra invasato, non ascolta nessuno; occhi e orecchie sono soltanto per Yeshua, il profeta, “L’Agnello di Dio”.

Quando vede l’uomo del destino immerso nelle acque del Giordano, Maria riconosce in lui il figlio del falegname di Nazareth, e stenta a credere che quel giovane genuflesso e rapito sia proprio colui che Giovanni attendeva come il Messia.

Questa è la storia del loro incontro, che porterà alla decisione finale di trafugare il corpo di Yeshua’ e dare inizio alla voce di una resurrezione. Questa è anche la storia di tanti altri personaggi, di Maria di Nazareth e del suo amore bruciante per il figlio, di Giovanni, il discepolo più amato, di Kefa, di Bar Abba, di Ponzio Pilato, di Bar Kayafa, di Yosef il falegname. È uno studio sulla verità che uccide, sul perché della vita e della morte."

E questo è un assaggio tratto dal capitolo 9:

Dopo aver percorso tutto il giorno strade secondarie e sentieri, Maria di Migdal si dispose a trascorrere una notte inquieta fuori dalla tenda. Aveva rifiutato la compagnia delle altre donne, si era accoccolata vicino al corpulento Astaroth, per assorbirne il calore.

Non riusciva a uscire da se stessa, dalla prigione della sua mente, per raggiungere gli altri, per unirsi a loro. Solo il cane dell’indemoniato si era accucciato ai suoi piedi, leccandoli debolmente ma con insistenza. Quel contatto non la infastidiva ma, anzi, la confortava. Il cane aveva sollevato il suo muso intelligente, l’aveva fissata. Sembrava capire che, adesso, era lei ad aver bisogno di aiuto, più del suo antico padrone. Maria affondò una mano nel pelo ispido, ne tenne stretto un ciuffo fra le dita, quasi a volerlo strappare. Aspirò l’odore di bestia misto al sudore di Astaroth e al proprio sentore acuto. Le sue mani erano sporche, le vesti impolverate, i capelli aggrovigliati dal troppo camminare nel vento, il cane aveva la cute gonfia di zecche, il pelo pungente, pulcioso. Era la vita, pensò, come era vita ciò che gli uomini le facevano, ciò che lei faceva a loro, il grido che emettevano alla fine, liberatorio, vittorioso, quando li portava là dove solo lei era capace di condurli.

Non potendo dormire, guardava le stelle, che erano vive, ammassate nel cielo nero. Certe tremavano fino a confondersi, altre sembravano ferme, indifferenti. Aveva tanti pensieri, Maria, quante erano le stelle in cielo. Alcuni simili a una stella tremula, altri duri come pietre spente. Si chiedeva cosa fosse il livore che la rodeva. Dopo tutta la predicazione di Yeshua’ sull’amore - la sua continua richiesta che tutti loro fossero disposti a dare senza aspettarsi nulla in cambio, ad amare oltre l’ostinazione di chi non li amava - lei non riusciva che a trovare sentimenti aspri dentro di sé. Si guardava intorno chiedendosi a chi riuscisse davvero a volere bene. La risposta era a nessuno, neppure, e meno che mai, a se stessa. Ogni volta che qualcuno si avvicinava a lei, mostrandole affetto, come facevano Marta e Giovanni, lei provava un moto di rifiuto. Era una mano che la stringeva alla gola, che la soffocava. Non voleva che le persone si accostassero troppo, che la vedessero per quello che era, che scoprissero le sue debolezze. Aveva dimestichezza solo con i toni bruschi che le riservava Kefa, a quelli era abituata e non la intimorivano. Vivere in comunità la turbava, la faceva sentire più nuda di quando si spogliava, allargava le cosce e si offriva alle mani, alle bocche, agli umori acri degli uomini.

Pur tenendosi ai margini e parlando poco, intuiva molte cose dei compagni. Non provava amicizia per la madre di Yeshua’, solo il grande rispetto dovuto a una donna fragile, aggraziata ma forte come una radice profonda. Osservandola, le erano venute in mente le parole della propria madre, quando modellava con mani screpolate figurine d’argilla dal ventre gonfio e la testa rotonda: “Questa è la dea Madre. È fatta con la terra ed è Terra.” Maria di Nazareth era della stessa pasta, era il vaso che aveva concepito la vita, sacra di per sé, ma ancor più sacra perché suo figlio era Yeshua’. Anche quando era sola, la madre di Yeshua’ manteneva un legame col figlio, lo seguiva con gli occhi, lo ricordava nelle movenze, ne ripeteva le parole. Aveva capelli e occhi scuri, mani arrossate, piedi svelti, voce tenue e gentile. Era come protetta, avvolta da un alone di deferenza che si guadagnava allo stesso modo del figlio, senza protervia, senza grida, solo con la sua presenza, la fermezza dello sguardo.

Pensò anche a Lazzaro e al ruvido Kefa, pensò a Marta, sorella di Lazzaro, la persona più vicina a un’amica che avesse mai avuto nella vita. Marta era laboriosa e sbrigativa. Forse, fra tutti loro, era quella che più aveva confidenza col maestro, che lo trattava come se fosse un parente. Esprimeva la sua ammirazione cucinandogli i cibi che amava, scacciando gli insetti dal suo giaciglio, spazzando la polvere dove lui posava i piedi. Sua sorella, la piccola Maria, si stava innamorando di Yeshua’ in modo infantile, gli girava intorno, gli sorrideva, si accoccolava ai suoi piedi. Un giorno si era impadronita della sua veste per lavarla, ma lei gliela aveva strappata di mano, senza una spiegazione, senza curarsi se le gote della ragazza erano diventate rosse, se gli occhi si erano assottigliati per la rabbia, aveva stretto a sé la veste e l’aveva portata al fiume, si era inginocchiata e l’aveva distesa per terra, osservandone la tela grezza, ricercandovi l’odore, l’impronta del corpo dentro le pieghe, nelle macchie. Poi una vertigine l’aveva colta, come la prima volta al pozzo, le era parso che quella che teneva fra le mani non fosse una veste ma un sudario, che ci fosse impresso il volto di Yeshua’, il suo corpo piagato.

Distesa sul nudo terreno, ricordava ogni gesto di Yeshua’, lo ricreava, lo riassaporava: come quel giorno aveva parlato all’indemoniato, come si era rivolto a loro col tono pacato ma fermo cui nessuno osava disubbidire. Yeshua’ amava il lavoro che compivano insieme, era felice quando poteva guarire gli ammalati o alleviare i loro patimenti. “La sofferenza”, diceva, “mi spaventa perché non so come arginarla, come confortarla, come prenderla su di me e condividerla. È difficile, Maria, è così difficile! Non pensare che due parole di benevolenza o un sorriso distratto siano sufficienti per amare gli altri. Mi struggo perché non vi so amare come vorrei, con quell’amore privilegiato che ciascuno di voi pretende e merita.” Poi abbassava lo sguardo, si torceva le mani, lei vedeva le unghie spezzate, e il suo cuore si crepava, si schiantava come quelle unghie, perché amare è impossibile, perché lei, che aveva avuto tutti gli uomini che non voleva, non poteva avere l’unico che desiderava. Pensava a tutti, Maria, quella notte, e sentiva di non amare nessuno, al di fuori di Yeshua’, che non sarebbe mai stato suo. (P.P.)

Eccolo qui, è del tutto inedito, se qualcuno fosse interessato a pubblicarlo senza poi costringere la sottoscritta a venderselo sul banchetto.

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