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Sasso assassino

1 Agosto 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

Sasso assassino

Era stato un sasso, solo un maledetto sasso. Non particolarmente grande, affusolato, biancastro; se non avesse avuto un paio di irregolarità, lo si sarebbe quasi scambiato per un uovo. Era l’ideale, come forma, per venire lanciato con una fionda. Ancora però non si sapeva come si fossero svolti i fatti. Ora il sasso si trovava in un contenitore trasparente, posto sulla scrivania del gerarca Steiner che si tastava di tanto in tanto la testa, zeppa di pensieri e di dolori; una benda gli cingeva la fronte, da cui aveva smesso di fuoriuscire il sangue che aveva lasciato qualche traccia rossastra anche su quella pietra. A diverse ore dai fatti, il gerarca e ufficiale non cessava di ruminare intorno a quell’episodio che aveva rovinato la sua investitura a governatore della città, evento per il quale molto si era impegnato. Aveva organizzato una parata per il corso principale, delimitato da due grandi archi romani; le macerie erano state occultate alla meglio e i simpatizzanti delle truppe di occupazione erano stati mobilitati in gran numero, mentre la piazza dove il corteo sarebbe giunto per la solenne cerimonia avrebbe offerto uno scenario ideale. Là, accanto al grande anfiteatro romano, il gerarca si sarebbe richiamato alla grandezza degli antichi imperatori; a poche decine di metri c’era ancora un tratto delle mura fatte costruire dall’imperatore Gallieno. Poi era accaduto ciò che ancora angustiava tremendamente il povero Steiner. Proprio quando si era alzato in piedi sulla macchina scoperta, come aveva visto fare in tanti cinegiornali, offrendo lo statuario corpo con marziale posa alla folla, un sasso lo aveva centrato alla tempia sinistra. Un colpo netto, non fortissimo, ma sufficiente a farlo cadere sul sedile. Era stato soccorso ed era giunto un medico, mentre i soldati avevano reagito scioccamente sparando a caso tutto intorno. Proprio lui aveva interrotto la sparatoria urlando: “E’ solo un sasso! Basta!”.

Mentre nel suo studio si stava riprendendo dalla ferita, sentì profondamente la vergogna per essere stato abbattuto in quel modo. Non si sapeva che cosa fosse accaduto precisamente. Forse un altro automezzo in movimento aveva fatto schizzare quel sasso, oppure il lancio faceva parte del gioco avventato di qualche gruppo di ragazzini. Davanti a migliaia di persone, l’ufficiale era stato messo fuori combattimento da una pietruzza. Questo solo contava per lui, ora che seguitava a osservare il sasso. Chissà cosa avrebbero detto a Berlino! Un gerarca steso da quel coso a forma di uovo! Il nemico più grande per un ufficiale serio e quadrato era il ridicolo. Che cosa si poteva fare contro il ridicolo? Tirare raffiche come avevano fatto i suoi uomini? Impossibile liberarsene. Ogni tanto entrava nella stanza qualche subordinato che lo ragguagliava sulle indagini avviate; si scomodavano parole come attentato, arresti, rappresaglie. Una reazione energica e sproporzionata avrebbe solo peggiorato le cose, dando forza ai fatti accaduti. Steiner lo sapeva, ma ascoltava poco. Premette invece perché venissero dei geologi da Berlino; voleva far esaminare l’arma del delitto da loro. Bisognava capire scientificamente quanto era accaduto; mentre passeggiava nella stanza con le braccia dietro la schiena, cominciò a dettare alcune disposizioni al suo segretario, senza distogliere gli occhi dal recipiente e dal suo contenuto. Si doveva provvedere a fotografarlo, mandare le foto da qualche specialista, possibilmente far venire qualche esperto a esaminarlo direttamente. Steiner voleva capire come fosse accaduto che quel sasso si fosse frapposto fra lui e la sua apoteosi. Era arrabbiato e mortificato; non avevano preparato una bomba contro di lui, nemmeno gli avevano sparato. Si era usata un’arma rudimentale, semplice, da monelli di strada. Si ricordò di quel re che era andato su tutte le furie, dopo che uno squilibrato gli aveva sparato con un fucile di piccolo calibro, buono per tirare ai passerotti. La sua ira, si raccontò, non era legata all’attentato in sé; infatti, ogni autentica autorità dotata di fierezza e consapevolezza del proprio ruolo di argine contro il disordine, auspica quasi di subire almeno un tentativo di omicidio. Erano le modalità usate a essere francamente inaccettabili. Il re si era sentito umiliato davanti a un’arma così modesta e infatti rifiutò ogni clemenza all’attentatore.

Steiner, invece, nemmeno sapeva da chi fosse stato lanciato il sasso e se qualcuno effettivamente lo avesse tirato. Continuò a dettare le sue richieste al segretario che non osava commentare. Voleva che si scoprisse da dove veniva, quale fosse la sua storia, da quale mare o fiume fosse stato sballottato e levigato nel corso dei millenni, come fosse arrivato su quella strada, quando e soprattutto perché. Essere vittima del puro caso era doloroso, perciò voleva raccogliere ogni elemento possibile per capire se ci fosse una logica. Farsi classificare come ufficiale sfortunato avrebbe aggiunto compatimento al ridicolo che già sentiva graffiargli direttamente la carne.

Il segretario, con qualche imbarazzo, si permise di chiedergli se l’indomani desiderava farsi visitare nuovamente, ma non ricevette risposta. Il gerarca sollevò il recipiente per osservare meglio, poi ordinò di mandare a Berlino la richiesta di avere subito un geologo ben qualificato.

“Chissà che pietra sarà” disse con un sospiro. Poi ripensò a quando era in servizio vicino al Mar Baltico. Anche là gli era capitato un episodio particolare. Due soldati della sua unità erano stai trovati morti sulla riva di un fiume. Non si erano capite le cause della loro fine. Nessun segno di arma da fuoco o da taglio era stato trovato sui corpi, quindi non erano i partigiani i colpevoli. Un autentico enigma. Poco prima di venire trasferito, Steiner aveva avuto un interessante colloquio con un vecchio pescatore che gli aveva offerto questa spiegazione: “Vede signore, i suoi uomini sono stati trovati vicino a un fiume molto pescoso. Sembra che ogni tanto, tirassero qualche piccola bomba nel fiume e poi raccogliessero i pesci ammazzati che arrivavano a riva. Non è decoroso pescare così dalle nostre parti. Direi antisportivo. Qui i pesci sono patriottici e questo non stupisce nessuno, ma soprattutto sono amanti della lealtà. Si metta nei panni, o nelle pinne, di un pesce attento alle forme, tutto d’un pezzo, orgoglioso, retto da un’etica da cavaliere medievale. Se lei fosse un pesce simile, tollererebbe di essere cacciato con sistemi rudi e sleali? Ci vuole rispetto, un pesce non è una gallina. Perciò ritengo che i nostri amici dei fiumi si siano vendicati. Sono stati loro”.

Questo discorso aveva impressionato il gerarca a tal punto che con ingenuità ne aveva poi parlato a un collega, senza fargli capire che considerava quella spiegazione solo una curiosa storiella. Il prevedibile risultato era stato che tra i commilitoni le risatine solevano accompagnare la pronuncia del suo nome. Adesso, dopo quel precedente, rischiava di subire un’altra ondata di ridicolo. Dopo la storia dei pesci che ammazzavano i suoi uomini, ecco i sassi che da soli si scagliavano contro di lui. Era tutto un caso? Aspettava dei responsi scientifici per capire meglio. I medici nel frattempo giudicavano la sua ferita lieve, ma lui preferiva passare le giornate nel suo studio a guardare il sasso, senza riprendere le normali attività. Attendeva con impazienza l’arrivo del geologo che aveva richiesto. Dopo una settimana, gli giunsero invece alcune voci sui commenti fatti a Berlino. Sembrava che una vignetta lo rappresentasse qualche istante dopo il ferimento. Accanto a lui avevano disegnato Cristo che gli diceva: “Alzati e cammina”. Il governatore resse ancora per una decina di giorni, poi il disonore e lo scoramento prevalsero. Fu ritrovato con la testa appoggiata sulla scrivania, accanto all’oggetto della sua morbosa attenzione.

L’ufficiale che per primo lo vide in quello stato era venuto ad aggiornarlo sulle indagini; avevano arrestato un giovane di nome David. Chissà che cosa avrebbe pensato Steiner a riguardo. Sentendo quella notizia, forse anche da morto si sarebbe sollevato e poi avrebbe afferrato il recipiente; quindi avrebbe probabilmente preteso di accertare se fosse plausibile che quella pietra avesse già avuto un uso simile nell’antichità. Forse, in effetti, c’era una possibilità su un milione che quel sasso, viaggiando per millenni, tra infinite peripezie, subendo e partecipando ai giochi sconosciuti della natura e della terra, fosse lo stesso usato molto tempo prima da un pastorello per abbattere il più temuto dei nemici del suo popolo.

Questo è il primo racconto della raccolta PIETRE, la cui anteprima è visibile sul sito ilmiolibro.it.

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