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“EVA SE VA”

7 Agosto 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

“EVA SE VA”

Quella che vorrei scrivere non è l'ennesima biografia di Eva Duarte Peron, troppe ce ne sono e tutti, a grandi linee, sappiamo chi fu e come divenne la donna più amata di Argentina. Ciò che vorrei riuscire brevemente a raccontare è, invece, l'essenza di Evita, moglie che amò il suo uomo, madre che amò il suo popolo, che si dedicò alla gente comune, ai diseredati, donna che è rimasta nel cuore dell'Argentina e a cui il tempo e la storia non hanno offuscato il prestigio conquistato, né tolto l'amore di un'intera nazione. Eva scrisse nella sua autobiografia “Razòn de mi vida”: “Ho scoperto nel mio cuore un sentimento fondamentale che mi domina completamente lo spirito e la volontà: questo sentimento è l’indignazione dinanzi all’ingiustizia. Da che io lo ricordi, ogni ingiustizia mi fa dolere l’anima come se mi conficcassero dentro qualcosa. Di ogni età conservo il ricordo di qualche ingiustizia che mi fece indignare, dilaniando il mio intimo”.

Evita si portò dentro gli stenti e la miseria che conobbe fin da bambina, i sacrifici le forgiarono un carattere forte e volitivo e seppe non arrendersi mai, le sue origini illegittime e modeste la portarono ad affrontare i pregiudizi dei paesani prima, dell'alta borghesia argentina poi, e a schierarsi sempre dalla parte delle classi meno abbienti.

Eva era una bambina piccola di statura, una brunetta pallida e magrolina, i capelli castano scuri erano tagliati corti, aveva gli occhi nocciola e le labbra rosse. Di carnagione scura, ma con una venatura pallida e una pelle trasparente del colore e della dolcezza della magnolia, era l'immagine stessa dell'innocenza, soffriva della sua povertà, ma si riteneva fortunata rispetto a qualcuno che era ancora più povero di lei: gli indios ad esempio. Erano pochi quelli rimasti dopo le varie “epurazioni “ susseguitesi nel corso del tempo e qualcuno si era stabilito nella pampa. Facevano i carrettieri per vivere, erano Coliqueo originari del Cile e a scuola lei non aveva mai sentito parlare della loro storia, dei villaggi distrutti, i libri di testo sorvolavano su questi argomenti e liquidavano la partita con poche parole sulle tradizionali decorazioni del loro vasellame. Solo gli occhi di una bambina sensibile come Evita potevano notarli per le strade, ignorati da tutti, e scorgere disegnata sui loro corpi la fame, gli stenti, la stessa miseria che più tardi seppe scorgere nella gente del suo popolo e che cercò in ogni modo di lenire.

Intorno al 1930 l'Argentina era cambiata, dicono i biografi Navarro e Fraser ché, una distesa di terra vasta come il Belgio, la Svizzera e i Paesi Bassi messi insieme, si trovava nelle mani di 1804 proprietari soltanto, terre che avevano ricevuto in eredità dai loro antenati. Arrivate per successione da quei conquistatori che le avevano sottratte agli indios o guadagnate nel corso di guerre civili. Così per diritto di nascita quei 1804 oligarchi vivevano agiatamente fra Argentina e Europa arricchendosi con la vendita della carne. Gli altri argentini, quelli che non possedevano la terra, vagavano in cerca di lavoro, di cibo, transumanti , emigranti nella loro stessa patria ed erano poverissimi e affamati, così per la maggior parte si concentrarono lungo la costa e intorno a Buenos Aires dove si trovavano i primi insediamenti industriali. Eva stessa scriverà, ancora, nella “Razòn de mi vida”: “La ricchezza della nostra terra non è che una vecchia menzogna per i suoi figli. Durante un secolo nelle campagne e nelle città argentine sono state seminate la miseria e la povertà. Il grano argentino non serviva che ad appagare i desideri di pochi privilegiati … ma i peones che seminavano e raccoglievano questo grano non avevano pane per i loro figli”.

Eva crescendo cercò riscatto dalla miseria della sua infanzia nel mondo dello spettacolo e non si arrese alle prime difficoltà, studiò recitazione e dizione e ottenne qualche particina a teatro. Furono anni duri, di sacrifici e ancora privazioni, ma lei resisteva e viveva al ritmo del suo cuore fiero e testardo. I suoi progressi in ambito artistico furono determinati dal suo grande impegno personale e da un orgoglio fuori dal comune e col tempo riuscì a ottenere un po' di successo. Era divenuta la voce della radio, conosciuta e amata dagli ascoltatori che la chiamavano “senorita radio”. Recitava con voce acuta e rotta, dolorosa e candida, senza affettazione, una voce qualunque, simile a quella delle donne che l'ascoltavano rapite. Nella vita tutto è già segnato e predisposto dal destino, tutto è come un'eco che risponde: i suoni, la luce, i profumi, i colori e anche gli amori, fu poco dopo che Eva conobbe l'uomo della sua vita. Quando nel gennaio del 1944 un forte e terribile terremoto distrusse la città di San Juan, causando oltre diecimila vittime, l'Associazione radiofonica argentina promosse un festival per raccogliere fondi a favore dei senzatetto. Gli attori, per organizzare la raccolta delle offerte, si riunirono nell'ufficio del colonnello Juan Domingo Peron, segretario del Lavoro e degli affari sociali, lui stringeva la mano e sorrideva a ognuno di loro. Le spalle larghe, il passo elastico, quando Evita se lo vide venire incontro si sentì colpita dal calore del suo sguardo e sentì scorrere nel palmo della sua mano la vibrazione di un'energia che sembrava essere diretta a lei soltanto. Era alto, massiccio, vitale. Indossava l'uniforme bianca con berretto e stivali neri. Quando si tolse per un attimo il cappello, lei potè scorgere una folta chioma di capelli neri cosparsi di brillantina che li teneva perfettamente in ordine. Il suo sorriso era smagliante, aperto come il suo cuore e illuminava un viso rude e virile. Eva vide da subito in lui l'uomo argentino per eccellenza: muscoloso, dal portamento fiero, un uomo chiaro, onesto, facile da capire. Un uomo vero. Ammaliata dai suoi modi e dal suo discorso rispose alla sua stretta di mano dicendogli “Se è vostro desiderio il bene del popolo io vi starò accanto fino alla morte” profetiche parole. Evita si innamorò dell'affascinante colonnello, vedovo, aveva 48 anni, era dunque molto più grande di lei in età che ne aveva appena compiuti 26, ma da allora si schierò al suo fianco in ogni battaglia, in ogni situazione. Anche Peron aveva notato quella bella ragazza pallida ed emozionata e più tardi ebbe a raccontare nella sua biografia “aveva la pelle bianca, ma quando parlava il volto le si infiammava, le mani diventavano rosse a furia di intrecciarsi le dita. Quella donna aveva del nerbo...non era stato il suo fisico ad attrarmi ma la sua bontà.” La stessa sera, al festival, Evita si trovò seduta vicina a Peron e da quel momento tutti poterono constatare che il colonnello non si interessò minimamente allo spettacolo in scena, sembrava rapito dallo sguardo dalla donna che gli stava accanto e gli parlava. Eva evidentemente parlò al suo cuore e cosa disse per far sì che Peron socchiudesse quella porta cigolante, dai cardini arrugginiti non ci è dato saperlo, però da quella sera non si lasciarono più. Fu amore travolgente dal primo istante, Eva indossava un vestito nero, guanti neri lunghi fino al gomito e un cappello nero con la piuma bianca, Peron ne fu ammaliato, dopo la festa disertò l'invito degli organizzatori del festival e se ne andò con lei verso un destino che non ha ancora finito di far parlare e sognare.

Insieme hanno formato una coppia felice e affiatata. Peron rideva con Eva, si divertiva, è conosciuto l'episodio in cui, quando abitarono al palazzo dei presidenti, Peron e la moglie scesero il maestoso scalone scivolando e ridendo ciascuno sulla sua ringhiera come bambini. Evita lo aveva conquistato col suo carattere irruente e focoso, lo aspettava sotto casa di notte, lo riempiva di sfuriate ed era molto gelosa. Una volta, durante una tournée elettorale, abbandonò impettita la sala gremita di gente, perchè un gruppo musicale cantava davanti a Peron la samba preferita dalla sua povera moglie defunta. Lui non temeva le sue esplosioni di collera, perchè poi nell'intimità Evita ritornava a essere docile e innamorata. L'amò perché al di là delle carezze che sapeva fargli, faceva assegnamento su di lei, Eva possedeva un'esperienza umana che al colonnello, vissuto sempre nel bozzolo dell'esercito, mancava. Eva conosceva la gente, la capiva e sapeva sempre dirgli a chi credere e a chi no. Si fidò di lei, della sua tenerezza, della sua lealtà e del suo fiuto politico. Lei lo amava sopra ogni cosa, in maniera estrema, e Peron ricambiava pienamente l'amore di Evita, per lei affrontò il peggiore degli scandali, quello di portarla in pubblico, di non trattarla come un'amante clandestina e l'esercito, che non era mai riuscito a digerirla, gli si rivoltò contro. L' 8 ottobre 1945, proprio il giorno del suo cinquantesimo compleanno, in una riunione tenutasi al ministero, nel corso di confuse trattative che nascondevano losche manovre, a Peron vennero revocati i mandati e fu praticamente costretto a dimettersi e poco dopo venne arrestato con il progetto di ucciderlo. In quei giorni pioveva, così come pioverà in ogni attimo triste della loro vita. Eva pianse, piangeva singhiozzando, senza curarsi dei presenti e quando glielo portano via gli si aggrappò a un braccio finché un poliziotto non la staccò con la forza. Evita non potè vedere Peron pregare il suo accompagnatore di prendersi cura di lei, non poté nemmeno vedere il marinaio che scorgendolo salire a bordo della cannoniera Independencia pianse a sua volta come un bambino, perché tutti avrebbe voluto sapere imprigionato ma non il leader del popolo. Terminate le lacrime, Eva tirò fuori di nuovo la sua grinta e si dedicò anima e corpo a parlare con il popolo per le strade e la gente l'ascoltava, scendeva nelle piazze a protestare e il coro delle voci acclamanti Peron aumentava: “Oligarcas a otra parte viva el macho de Eva Duarte”. Eva stava diventando lo stendardo della rivolta. In realtà lei scrisse poi nella “Razon de mi vida” come in quei giorni si fosse sentita “ben piccola cosa”, lei voleva con tutto il cuore salvare soltanto la vita del suo uomo e non aveva intenzioni velleitarie. Ciononostante il 17 ottobre fin dal mattino presto attraversò in macchina i quartieri popolari chiamando gli operai allo sciopero e verso mezzogiorno non si contavano più le migliaia di lavoratori che si aggiravano per la città, al porto, alla Casa Rosada, all'ospedale a cercare Peron. Era piena di vita, di forza, trasmetteva coraggio a chi la ascoltava. Non si era mai visto un simile assembramento in tutta la storia dell'Argentina. Un mare umano o meglio un Rio de la Plata che dilagava per le strade: tutti gli operai, ma proprio tutti, erano scesi in strada dalla capitale e dalla periferia, alcuni suonavano dei tamburi dando al corteo un ritmo inquietante. Faceva caldo e i dimostranti si erano tolti le camicie, fu così che il giornale “La Prensa” per descriverli coniò il termine dispregiativo “descamisados” ma che da quel giorno servì a designare in maniera inequivocabile il popolo peronista e in quel mare di corpi Evita nasceva come la venere di Peron e Peron aveva vinto, fu rilasciato e si candidò alle elezioni.

Pochissimo tempo dopo si sposarono e, terminata la campagna elettorale, Peron fu eletto presidente ed Evita divenne la sua ombra. Due passi sempre dietro di lui, discreta ma determinante, iniziò l'opera che la rese la madonna dei poveri. Timida nei gesti e nelle parole ascoltava e, quando aveva capito, all'improvviso suggeriva una soluzione inaspettata, piccola, concreta ed efficace a cui semplicemente nessuno aveva pensato. Eva si rivelò un'ottima intermediaria tra gli operai e il presidente, le richieste dei sindacati arrivavano a lui attraverso lei di cui si fidavano e da cui ottenevano risultati che andavano ben oltre le loro aspettative. Occupò il posto che era stato del marito alla Secretaria del Lavoro e contribuì in modo determinante alla linea politica del marito, gestendone l’immagine e con la sua stessa attività verso la classe operaia e il mondo femminile. Nel 1947, grazie anche alla sua mediazione, in Argentina il voto fu esteso alle donne . Tradizionalmente, alla moglie del presidente era riservata la gestione della “Sociedad de beneficencia”, l’oligarchia borghese si rifiutò di concederle il ruolo di presidentessa con la giustificazione che fosse troppo giovane e inesperta. L'ente fu chiuso con un atto governativo e venne istituita, nel 1948, la “ Fundación María Eva Duarte de Perón”. La Fondazione distribuiva ogni anno enormi quantità di macchine per cucire, per favorire l’occupazione femminile, memore della madre che cuciva i vestiti per la sua famiglia Eva volle rendere ogni donna capace di pensare ai propri figli e all'uopo fece istituire scuole professionali di taglio e cucito. L'attività principale della Fondazione fu quella di sostenere le famiglie più bisognose, trovare e creare alloggi per anziani e donne, ospitare nelle case-scuola moltissimi bambini che venivano tolti dalla strada. Le casse traboccavano di donazioni e i lavoratori stessi si autotassavano volentieri rinunciando a un giorno di paga l'anno ben sapendo che i loro soldi nelle mani di Evita avrebbero portato il bene alla nazione. In meno di due anni furono spesi per opere sociali oltre 50 milioni di dollari. Evita si occupava di tutto in prima persona, riceveva e ascoltava chiunque si rivolgesse a lei, fece costruire scuole, ospedali, asili per l'infanzia, case di riposo, e alloggi per i lavoratori con affitto basso nelle vicinanze dei siti industriali. Nel 1948 nacque Evita city: 4000 abitazioni furono messe a disposizione delle famiglie più povere, persone abituate a vivere in tuguri malsani, incredule, si videro assegnare alloggi nuovi, completamente arredati, tavoli, letti, scarpe, medicine, vestiario e tutto quanto necessitasse loro. Evita non era più soltanto la voce gentile delle trasmissioni radiofoniche, diventò la signora dei miracoli, la “madona de america”. Riceveva in media dodicimila lettere al giorno, venivano lette e classificate dai suoi assistenti che avrebbero potuto anche rispondere, ma lei si interessava personalmente di ogni richiesta e convocava chi le aveva scritto. A volte, addirittura, per compiacere una bambina che le aveva richiesto semplicemente una bambola si recava direttamente a casa, bussava alla porta e consegnando il pacco, contenente il biondo oggetto dei desideri, diceva sorridendo “buongiorno signorina, è questo che mi hai chiesto?” Iniziava a lavorare alle sette del mattino e i primi a essere convocati erano i ministri, i funzionari, per costringerli ad alzarsi e spesso li aveva lasciati solo poche ore prima. Lavorava per giornate intere senza risparmiarsi, non si muoveva dalla sua scrivania, riceveva centinaia, migliaia di persone, venute da lontano che puzzavano per il viaggio, ognuno aveva l'odore della sua terra, odore di bestiame, di vino, di sudore di sporcizia, di malattia. Nella sua stanza c'erano sempre pronti bollitori con biberon pieni di latte per i bambini. Niente cipria, niente trucco per gli occhi che brillavano di emozione o di gioia mentre ascoltava i racconti e le richieste dei suoi poveri. Costretta dentro i suoi semplici tailleurs, Eva attraversava l'ufficio con passo rapido e sicuro, risplendeva di una luce irradiata dai suoi capelli, dal pallore del suo viso ogni giorno più magro, non aveva bisogno di nulla per apparire, perché finalmente era se stessa e si sentiva certa di essere al suo posto, di stare facendo il suo lavoro e ogni gesto le veniva spontaneo. Nelle fotografie non la si vede mai in posa, è sempre con lo sguardo diretto all'interlocutore, ma i bambini no, loro la guardano con occhi spalancati e vedono una donna giovane che alle tre del pomeriggio ancora non ha pranzato che dimentica di bere il bicchiere di latte che le hanno posato sulla scrivania, una donna stanca ma che non una volta si è alzata dalla sedia per andare in bagno, ci dovrà andare più spesso solo quando sarà costretta dalle perdite di sangue abbondanti segno della sua malattia oramai avanzata. E le donne venute dalla pampa la vedevano dimagrire, impallidire e si domandavano perché di tanto in tanto si alzasse dalla sedia, e, poggiandovi un ginocchio sopra, si piegasse in due Si guardavano incredule ”si ammazza di lavoro, si direbbe che soffra” dicevano. Lei non si dava tregua e trascurava la sua salute. Eva rispondeva a ogni richiesta donando sempre di più, sapeva bene che i poveri chiedono meno di ciò che abbisogna loro e non lo faceva semplicemente per farsi amare, ma perché guidata dalla sua profonda sensibilità. Era in grado di cogliere al volo una situazione, una reale necessità e cercava di risolvere una vicenda umana nel suo complesso: se una donna chiedeva un letto, si informava di quanti figli avesse e donava anche per loro, se una moglie chiedeva lavoro per il marito e la vedeva circondata di cinque sei figli, voleva sapere dove abitassero e le prometteva una casa popolare e proprio mentre la donna se ne andava contenta, pensando che finalmente non avrebbero più dormito in una capanna, la fermava e le diceva “ma ce li hai i soldi per l'autobus?” una preoccupazione che solo chi si è trovato senza soldi per tornare a casa può avere e così Evita rivelava la sua antica povertà. Molti bambini malati di scabbia venivano ricoverati nella casa presidenziale ricca di stanze e di bagni per una notte o per qualche giorno, il tempo necessario affinchè il medico potesse provvedere a farli lavare, disinfettare e potesse curarli. Entravano cenciosi e malaticci e uscivano curati e profumati con la certezza che migliorare la propria condizione si può e si deve lottare per questo. La Fondazione continuerà a lavorare e a distribuire aiuti ai poveri anche quando Evita non ci sarà più. Una donna addetta alla liquidazione della fondazione, Adela Caprile, racconterà di aver visto montagne di masserizie accatastate su scaffali alti fino al soffitto, pentole e tegami ma anche pantaloni per bambini, scarpe e medicinali. E dichiarerà ”Mai si è potuto imputare a Eva di essersi intascata un solo peso. Mi piacerebbe poter dire la stessa cosa delle persone che con me hanno collaborato alla liquidazione di quell'organismo.” Hanno provato in tanti a criticare l'opera di Evita, a strumentalizzarla per demonizzare il peronismo, ad additarla negativamente di fare della politica un uso demagogico allo scopo di asservire il popolo. In realtà anche i peggiori detrattori non sono riusciti a distruggere il valore umano e sociale delle opere di Eva Peron. Hanno dovuto ammettere che, se è vero che la Fondazione ha stretto un grande numero di argentini attorno a Evita,e di conseguenza a Peron, è altrettanto vero che innumerevoli furono le famiglie argentine sottratte alla miseria, all'ignoranza, alla fame, alla malvivenza, dalla bionda ragazzina venuta pochi anni prima da un piccolo paese di provincia.

Quando finalmente, nel 1951, Evita avrebbe potuto raccogliere i frutti del suo lavoro, acclamata dal popolo, dalle donne che avevano costituito un partito e candidarsi alla vice presidenza per sedersi a fianco al marito, ben altri furono i problemi reali da affrontare. Evita aveva trascurato molto la sua salute per dedicarsi anima e corpo alla Fondazione, aveva ignorato i dolori sempre più forti di cui soffriva all'addome, segnali che il suo corpo le aveva inviato, oramai occhiaie profonde le cerchiavano gli occhi, era vistosamente dimagrita così quando decise di farsi visitare, la diagnosi fu terribile, aveva un cancro che non le lasciava speranze di vita. Ancora una volta però Eva non si arrese e la malattia, anche se ormai in uno stadio avanzato, non le impedì di essere a fianco al marito durante la campagna elettorale con la stessa passione e l'impegno di sempre fino a crollare esausta fra le sue braccia durante un comizio. Evita votò per il marito dal suo letto di malattia e quando Peron, grazie a un plebiscito popolare, fu proclamato presidente per un secondo mandato riuscì con un ultimo immane sforzo fisico a essergli accanto il giorno della nomina e si sedette per una volta nella poltrona del vice presidente che avrebbe dovuto essere sua come richiesto a furor di popolo. Volle anche partecipare alla sfilata della vittoria: una folla oceanica fece ala al corteo che attraversava le vie di Buenos Aires verso la Casa Rosada, i lavoratori, gli emarginati in festa che l'acclamavano non potevano immaginare che non l'avrebbero mai più rivista viva. Era il suo addio, sorrideva e mandava baci ai suoi descamidsados dalla macchina, la malattia aveva avuto il sopravvento, il 26 luglio 1952 Evita morì, all'età di 33 anni. Chiuse gli occhi per sempre e non potè vedere l'immenso dolore dell'intera Argentina. Un dolore autentico, vera disperazione, per le strade la povera gente sentiva di aver perso la sua madona de america, non si trovava un fiore per tutta Buenos Aires, la camera ardente allestita al Ministero del lavoro dove lei era solita ricevere i suoi poveri, fu inondata e sommersa di mazzi colorati, la folla afflitta e silenziosa in una processione che raggiunse i tre km, per 13 giorni continuò a sfilare sotto una pioggia incessante , quella stessa solita pioggia dei loro giorni più tristi. Davanti alla bara donne, uomini e bambini in lacrime, si straziavano rappresentando la sofferenza di un'intera nazione. L'Argentina era stata colpita al cuore e faticava a riprendersi. La morte di Evita ebbe ripercussioni anche sul potere di Peron che di lì a poco fu costretto da un colpo di stato a lasciare il paese. La salma imbalsamata di Eva venne portata in Italia e, per diverso tempo, riposò sotto falso nome in un cimitero di Milano. Solo dopo vent'anni il suo corpo fece ritorno in Argentina, ma il dolore del popolo era ancora vivo e ora riposa finalmente nella sua terra, fra la sua gente nel cimitero della Recoleta. Il peronismo però non morì con lei, visse ancora per molto tempo, negli anni 70 i militari furono costretti a richiamare Peron e oggi a distanza di tanto tempo, di nuovo una peronista è al governo, per un secondo mandato.

Onesta, diretta, dal cuore ardente, Evita è la donna più importante nella storia del secolo scorso, era stata peronista molto prima dello stesso Peron per una questione di sentimenti, di sensibilità e per il profondo rifiuto verso le ingiustizie sociali. Durante l'ultimo accorato appello fatto dal balcone della Casa Rosada al suo popolo aveva chiesto “prendetevi cura del generale”, così nel suo ultimo colloquio privato col marito aveva chiesto “ non dimenticarti degli umili”e ancora le sue ultime parole furono per la madre” pobre vieja... Eva se va” non un pensiero per se se stessa, pensò sempre agli altri fino all'ultimo dei suoi respiri. “Eva se va” …. Eva ora appartiene alla storia.

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