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IL SORRISO DELL’OBICE di WALTER GIORELLI

11 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

IL SORRISO DELL’OBICE di WALTER GIORELLI

Va a Dario Malini il merito di aver recuperato questo diario e di averne curato l’edizione per Mursia. L’opera era già apparsa nel 1917, edita in forma privata e a cura della famiglia del soldato Walter Giorelli. Prima dell’arruolamento, fu allievo del pittore Aristide Sartorio, anch’egli poi impegnato nella Grande Guerra. Nel marzo 1917 ci fu una mostra postuma dedicata ai dipinti del giovane, apprezzata dalla critica.

Questo è uno dei diari più emozionanti e lirici tra quelli che abbiamo letto. Il pittore Walter Giorelli ha appena terminato gli studi e si è già segnalato a livello artistico, pur in età molto verde, quando deve arruolarsi.

Il diario si compone di note e umori diversi: ci sono l’esuberanza giovanile insofferente delle gerarchie, l’ironia del dotto umanista e la viva sensazione di un destino cupo cui non si può sfuggire. Siamo nella seconda parte del 1915; ormai è chiaro che il conflitto sarà lungo e sanguinoso. Giorelli è impegnato nell’addestramento a Bologna e mostra già di avere gli anticorpi verso ogni tipo di retorica. Viene da sorridere quando un tenente, rivolto ai futuri fanti che dovranno attaccare le mitragliatrici nemiche, dà questo consiglio: “Facite ‘a faccia feroce”.

Al fronte il giovane deve portare rifornimenti verso le prime linee, compiendo ogni notte lo stesso tragitto sugli stretti sentieri intorno al Sabotino. In questa fase, nonostante i pericoli, si mostra abbastanza sereno; il paesaggio lo stimola, può parlare di filosofia con alcuni compagni, è contento di saper governare bene il mulo carico che deve condurre verso le trincee. Gli piace ritrarre i commilitoni; un suo superiore ne nota il talento e gli affida l’incarico di disegnare le difese avversarie.

A Cividale ha la possibilità di affrontare un corso per entrare nel Genio; dopo una severa selezione, viene promosso e diventa quindi ufficiale. Da questo momento lavora in una compagnia di Zappatori in servizio a Plava. Ora ha il compito di sistemare ricoveri e camminamenti che le intemperie e i colpi dell’artiglieria austriaca danneggiano. Vede gli attacchi dei fanti, gli uomini impazziti dai bombardamenti che corrono a casaccio contro il nemico, assiste alla fucilazione di due anziani soldati. Intanto Gorizia è stata presa, ma la guerra di logoramento prosegue come prima. Il suo lavoro ricorda le fatiche di Sisifo; aggiustare e sistemare ciò che verrà comunque nuovamente distrutto. L’umore di Giorelli settimana dopo settimana cambia; è come se nel suo spirito si spezzasse per sempre qualcosa, a fronte di una guerra sempre più dura e ingorda di sangue. Interrompe la corrispondenza con una coetanea che insisteva nel parlargli della vivace e frivola mondanità romana. Prosegue a ritrarre i compagni che glielo chiedono, ma la sua arte è mutata, è diventata realistica. Infatti rappresenta i commilitoni come sono, senza nascondere sui volti i segni della fatica, della sofferenza, delle ore di sonno che mancano. L’Isonzo si ingrossa e l’artiglieria nemica è sempre più precisa. Giorelli nota che la sua capacità di guardare, di cogliere con un colpo d’occhio l’essenza del paesaggio è venuta meno: “Dovrei forse descrivere meglio ciò che mi circonda, ma non posso. Guardo tutto di sfuggita e non riesco a fermarmi su niente”. Il pittore si sente disarmato, quasi cieco.

Qualcosa in lui non è più come prima. La guerra sembra avergli tolto tutto. Eppure, anche nella trincea allagata o in mezzo ai camminamenti da risistemare, il giovane trova fino all’ultimo giorno una pausa per scrivere e per lasciare le sue memorie. Il suo diario, così fresco e vivace, è una bellissima vittoria sul tempo, sulla morte, sulla guerra.

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