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Francesco Gungui, "Inferno"

16 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Francesco Gungui, "Inferno"

Canti delle terre divise:

Inferno

Francesco Gungui

Fabbri editori, 2013

pp 430

Non c’è via per la felicita, la felicità è la via.”

Possono gli “Hunger Games” di Susanne Collins confluire nella prima Cantica della Divina Commedia? Sì, nel caso di “Inferno” di Francesco Gungui.

Lo scenario ucronico e distopico di questo romanzo, edito da Fabbri, è un’Europa futura, unita al punto di non distinguere più le varie nazionalità fra loro, basata sulla netta separazione delle classi sociali e guidata da un’Oligarchia totalitaria. Ci sono i lavoranti, che vivono arrangiandosi nei bassifondi o nelle città grattacielo e coloro che, al contrario, stanno in Paradiso, in colonie mediterranee molto somiglianti ai villaggi turistici del nostro Mar Rosso, fra laghetti, piscine e feste di compleanno. Il Paradiso è un luogo in cui si può avere una vita alla Beverly Hills 90210, dove tutto è bello e falso come nel film “La donna perfetta” di Frank Oz, dove non manca nulla se non la libertà e la consapevolezza della verità. E poi, in fondo alla scala sociale, ci sono i con - dannati, coloro che marciscono all’Inferno a causa di un reato o di un’infrazione alle regole, anche solo l’aver familiarizzato con appartenenti ad una classe sociale diversa o essersi posti delle domande su cosa c’è al di fuori, oltre la muraglia e le guardie armate. Insomma, un po’ come se il protagonista di The Truman show fosse internato ad Alcatraz perché ha scoperto che di là dai confini del suo mondo c’è la realtà.

Gungui aveva già citato Dante nel romanzo “Mi piaci così” del 2008 e qui ne fa il cardine del suo macrocosmo. L'Inferno è un’isola vulcanica progettata come colonia penale e modellata a immagine e somiglianza della prima cantica dantesca. La montagna infernale contempla la Selva Oscura, il fiume Acheronte, la Palude Stigia, la città di Dite, i cerberi, le arpie, i minotauri e i centauri frutto di manipolazione genetica, le guardie vestite di rosso in guisa di diavoli. Tutto rispecchia l’opera di Alighieri, dai gironi al contrappasso, dalle scritte sui muri che richiamano le terzine, ai tormenti inflitti ai dannati. Interessante la rielaborazione del primo canto, con la selva oscura infestata dalle tre fiere che altro non sono se non allucinazioni venefiche prodotto del vulcanesimo (come accadeva anticamente nell’antro della Pizia). E il “mi ritrovai per una selva oscura” si materializza in “s’immaginò il buio che scivolava come un liquido scuro dentro la sua bocca, tingendo di nero la gola, lo stomaco, poi tutti gli organi vitali fino a raggiungere la superficie del suo corpo, che era come un vaso di coccio che improvvisamente si sbriciolava e scompariva.” (pag 175)

Anche qui, come negli Hunger Games – ma, possiamo dire pure nel probabile sviluppo del nostro futuro di sempre connessi e social ad ogni costo – tutto è ripreso dalle telecamere. I dannati sono continuamente visibili su maxischermi montati nelle cattedrali d’Europa, dove non si pratica più il culto ma si assiste raggelati alla punizione dei colpevoli come deterrente al crimine.

Alec e Maj sono i due giovani protagonisti. Figlio inconsapevole del costruttore dell’Inferno lui, figlia di un Oligarca lei, in questo’universo orrido e violento combatteranno per rimanere in vita, per non perdere la ragione e per mantenere la loro umanità. Pur vividi, avrebbero beneficiato, a nostro avviso, di una maggiore sottigliezza psicologica. Anche il cambiamento di Maj, da ragazza del Paradiso ad amazzone battagliera, è più un trapasso che un’evoluzione, e poteva essere maggiormente approfondito.

In quei giorni trascorsi all’interno della rete Maj aveva costruito la sua nuova pelle, un intreccio di dolore e adrenalina. Quella pelle era diventata una spessa corteccia che aveva imprigionato dentro la ragazza del paradiso che era stata.” (pag 342)

Non è sufficientemente sviscerata, ad esempio, la sua paura al risveglio sulla nave che la porta verso la condanna definitiva. Sembra quasi una spettatrice asettica di se stessa.

In “Game of Thrones”, di George Martin - per rimanere nell’ambito di un paradigma contemporaneo e non andare a toccare Tolkien o altri mostri sacri - ogni personaggio, anche il peggiore, è talmente contraddistinto da suscitare comunque empatia e partecipazione, ogni personaggio è dato una volta per tutte e rimane nel cuore dei lettori.

Se da una parte il tessuto narrativo può far rientrare il testo di Gungui in un ben preciso filone di genere, l’italianizzazione magnifica il tutto tramite l’azzeccato riferimento a Dante e alla sua Commedia, considerata “il principio di ogni cosa”. Lasciandoci trasportare dalle libere associazioni (esercizio forse criticamente sterile ma emotivamente appagante), ci viene in mente un libercolo letto e riletto negli anni sessanta, di cui Gungui, nato nel 1980, non può avere contezza: “La Divina Commedia spiegata ai ragazzi”. Ecco, questa è, invece, la Divina Commedia spiegata agli young adults del terzo millennio, ai nativi digitali, alla generazione social. L’universo dell’immortale Alighieri si trasforma in un videogioco, dove giovani di bella presenza (con attitudini romantiche) sfidano la morte in un’atmosfera postatomica alla Mad Max.

Ma, oltre all’azione, c’è anche un sottile intento filosofico, il sospetto - tutto adolescenziale ma non solo - che, comunque, la vita abbia poco senso, persino con la libertà conquistata e con la verità rivelata. Il tema della morte è insistito e doloroso.

“Ma che senso ha allora? Sopravviviamo per cosa?”“Per uscire di qui, per tornare libere.” “E poi? Cosa ci aspetta dopo? L’Inferno è anche lì fuori, impieghi più tempo a morire, ma è tutto uguale! (pag 298)

“Avevo paura di morire, ma l’ho capito solo adesso. La morte mi faceva paura, non esserci più, prima ci sei e poi non ci sei, e con te scompare tutto, l’universo finisce.” (pag 319)

“Ho paura che tutto potrebbe finire da un momento all’altro e se fosse così la nostra vita sarebbe veramente niente. A me va bene morire, non mi importa di vivere, solo vorrei tenere gli occhi aperti sul mondo anche quando non ci sarò più, vorrei essere certa che qualcosa continui ad accadere, perché altrimenti che senso avrebbe tutto?” (pag 332)

Sono le domande che ci poniamo tutti, la sottile, pervasiva paura (termine ripetuto) che la nostra vita possa interrompersi da un momento all’altro, senza preavviso e senza che le abbiamo saputo dare un orientamento e uno scopo, senza concludere nulla, insomma.

La trama comprende un grande viaggio alla ricerca dell’amore, della salvezza, della via di uscita. Ma è anche, sottilmente, simbolo di vita, bisogno di sopravvivere che non si esaurisce in se stesso ma è investigazione, vertigine dell’effimero, necessità di riaffermare il proprio peso nel ciclo della natura. E c’è quel gesto di “togliersi l’anima”, sfilarsi il microchip dal petto, che indica perdita di identità, caduta dei punti di riferimento e, non a caso, è una lacerazione dolorosa, uno strappo che, però, innesca anche il rinnovamento, l’apertura delle possibilità, la fuga dalla menzogna verso una realtà più autentica, verso la libertà di pensiero. Il viaggio all’inferno è, come in Dante stesso, anche discesa nell’inconscio, recupero del proprio io più vero, ritorno a casa. E, se c’è un messaggio, è che “non possiamo stare al mondo solo per sopravvivere. Dobbiamo vivere”, forse perché, direbbe Dante, fatti non fummo a viver come bruti.

È presente anche, in modo delicato, il tema dell’omosessualità femminile, nella figura di Cloe e nel gruppo delle libere amazzoni che ci ricordano tanto le eroine di Marion Zimmer Bradley.

Lo stile di Inferno è funzionale al genere e al target giovanile, standard nel senso positivo del termine, cioè non particolarmente originale ma pulito, corretto, garbato, scorrevole.

E ora, aspettiamo il seguito, aspettiamo il Purgatorio, consapevoli che “bisogna morire per poter rinascere.”

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