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Le avventure di Richard - episodio 2

23 Maggio 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #racconto

Le avventure di Richard - episodio 2

Mi presento. Sono Richard e conoscendomi so che non posso negare niente a me stesso, perché se lo facessi (e l’ho già fatto, tante di quelle volte) potrei tormentare l’anima fino all’esasperazione. In fondo, oltre l’inquietudine, ho deciso di andare ad abitare sull’isola perché questo mondo dà tanto. Arriva una mattina in cui il mondo ti consegna un baule pieno di oggetti smarriti e tu devi sentirti in dovere di andare a ricollegare le coordinate, come un puzzle. All’inizio sembra tutto facile, ma in realtà, con il trascorrere dei giorni, la tua volontà, le tue passioni, le tue facoltà mentali, perdono linfa vitale. E ti metti a frugare tra quegli oggetti. Vorresti essere uno scopritore, potresti trovare il tesoro che hai dentro, ma in quei momenti è praticamente impossibile, quasi non riesci a respirare, e guardi la fessura di una finestra con tono rosso. Trovi che il tempo debba regalarti gli istanti persi. Diventi silenzioso davanti ad una porta. Ho deciso di abitare in un’utopia quando mi concepirono. Il mondo mi è stretto. Tutta la linfa che è, attorno a me e certamente dentro me, è piccola cosa riguardo la grandezza di questo universo. Ogni flusso di energia inganna la persona. Riprendi a frugare, incessantemente e senza sbadigliare. Poi c’è un premio. Ti dicono che sei bravo, ma la tua felicità non durerà molto e riprenderai a commiserare una statua d’oro. Di tanto in tanto cerchi di porti delle domande, come: Sono giusto? Sono giusto con me stesso? Frugando troverai una non-ricerca. Ogni ricerca parte dallo scoprire uno spazio. Ritornerai a te stesso e fisserai il tuo passato su carta semplice. Una frase non può descrivere un maremoto e ti vorresti illudere che possa incidere quantomeno le iniziali della tua vita. Uno inizia ad “utopizzarsi” quando perdendo il senso e la calma, ne acquista volentieri un’altra, di calma. Ma non trova collocazione di senso ad un ragionamento monotono. Ogni virtù è sbagliata se conclamata. Vincere il senso di colpa sarà una delle maggiori battaglie che potrai constatare su te stesso, il residuo è ovvietà. Accigliarsi per una luce monotona non è apprezzabile in una persona, ricordati che nemmeno la tristezza è bella se è spenta. Quando parlo di grandezza intendo la quantità di un oggetto o di un elemento, poiché questo mondo (e modo) di intendere le cose, ha trasformato il mio assetto cerebrale, rendendomi automa, vittima di concezioni scientifiche che aiutano ad indebolire la fantasia, creare frustrazioni, sviluppare sentimenti poco apprezzabili di onnipotenza e non fanno guardare più il cielo come una volta. Migliaia di anni fa il cielo lo si poteva guardare con più facilità e l’ossigeno era respirabile, annusabile anche con l’orecchio. Adesso l’azzurro che ci sovrasta non è mirabile e si lascia ammirare dalle formiche. Non voglio perdere questo dono. Se non vivo in un’utopia, non esiste il “me stesso”. La mia personalità, la mia esistenza, è vincolata alla conoscenza di una consapevolezza. Il cielo non può tradirmi, gli uomini, le persone, si. L’utopia che vivo è più reale della vostra realtà. Nella mia utopia c’è un punto interrogativo ogni fine verso. Tante volte ho provato (e continuo a farlo) ad ingannare me stesso, ma non ci sono riuscito. Accontentarsi di una morte lenta e dolorosa, con un’agonia da patibolo, questo è il destino di chi non vive un’utopia. È anche vero che la società non è gran cosa se il risultato del mondo come è oggi deriva essenzialmente e paradossalmente da lei, o quantomeno dalla sua condotta e dalle decisioni mancate, forzate o issate dall’alto. Chi invece dovrebbe spaventarsi è il Potere. Le sue innumerevoli forme acquistano consenso in un modo subdolo, non molto chiaro, ma comunque accettato, reso luce della divinità sociale. Matematicamente si dice che quando si arriva a compiere il mezzo secolo di età si son passati all’incirca tredici anni e mezzo stesi su un letto a dormire. Il tempo, quando i giorni passano, trova la sua perfetta deriva. Il tronco del discorso naufraga. Poi, tenti di ritrattare, come fossi in letto di morte, con la tua coscienza ma lei ti accarezza pugnalando la tua sordità infantile. C’è un ricovero. Non dentro te, dentro gli altri. Vorresti abbandonare gli attimi, ritrovare le sedie per tornare a parlare attorno ad un tavolino, ma ogni tentativo è una rincorsa verso la perdita di significato. I gesti traballano, gli occhi stridono, le braccia miagolano. Aspetti che arrivi un temporale.

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