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Henry Rider Haggard, ovvero chi viene prima di Wilbur Smith?

7 Aprile 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Le miniere di re Salomone

Henry Rider Haggard, 1985

Edizione di riferimento

Donzelli editore, 2004

pp 230

21, 80

Sappiamo tutti che Henry Rider Haggard (1856 – 1925) è considerato a pieno titolo, grazie al ciclo di Ayesha - in particolare al best seller “She”, ma anche a racconti gotico avventurosi come “La signora di Blossome” - il precursore del fantasy e della letteratura d’immaginazione, alla stregua di Lovecraft, Poe, Verne e Stevenson.

Ma ci siamo mai chiesti chi c’era prima di Wilbur Smith, delle cacce, delle savane infuocate, delle lotte tribali fra zulu, del romanzo d’avventura per eccellenza? Ancora lui, Henry Rider Haggard, con la sua famosissima opera “Le miniere di re Salomone”, e il personaggio leggendario di Allan Quatermain.

Sia in “She”, che ne “Le miniere di re Salomone”, l’avventura trova il suo nucleo centrale nel rapporto con la natura selvaggia, incontaminata e vergine ma, soprattutto, nell’esplorazione e nella scoperta di mondi nascosti, “perduti”, in gran voga nel periodo vittoriano, ripresa da Kipling, Conan Doyle, Rice Burroughs, e amplificata in seguito da Holliwood (si pensi a film come “Il mondo perduto: Jurassic Park”). In Haggard si tratta di caverne, contenenti segreti e misteri rimasti sconosciuti ai più (come non pensare alle miniere di Moria?) fin troppo ovvi simboli di discesa nell’inconscio. Non stupisce che il ciclo di Ayesha abbia attirato l’attenzione di Freud e Jung.

I tòpoi della letteratura fantastica sono molti, come l’invecchiamento improvviso di Ayesha in “She”, che ci ricorda quello di Morgana in Excalibur, o lo Spirito della Fiamma che riporta alla scena finale di “Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta”. Anche qui è l’abuso di magia che corrompe e distrugge invece di vivificare e rafforzare. Altro topos è l’agnizione, con il riconoscimento di Umbopa /Ignosi come legittimo re dei Kukuana ne “Le miniere di re Salomone”.

Henry Rider Haggard nasce nei pressi di Norfolk, dove trascorre un‘infanzia poco felice a causa della salute malferma e delle difficoltà di apprendimento. Frequenta circoli parapsicologici e si convince di essere egli stesso dotato di facoltà straordinarie. Parte per il Natal dove verrà catturato dal fascino dell’Africa meridionale. Scrive “Le miniere di re Salomone” per dimostrare di saper inventare una storia alla pari con “L’isola del tesoro” di Stevenson, dopo che alcune sue novelle non hanno incontrato il successo da lui sperato. Il romanzo è dell’85 e diventa subito un best seller, seguito da “She”, nell’87.

Rider Haggard viaggia per il mondo, visita l’Egitto, come Wilbur Smith, e il Messico, traendo spunti per nuovi libri e imparando a confezionare velocemente romanzi d’intrattenimento e di successo. Il personaggio di Quatermain dà vita ad altre narrazioni, per la maggior parte inedite in italiano.

Quatermain, detto “Macumazahn”, colui che scruta nella notte, è il modello de “il grande cacciatore bianco”, non anticolonialista ma comunque giusto e buono con gli indigeni. Predatore infallibile ma non sanguinario, si definisce sempre “un uomo mite”, addirittura “un po’ vile”, e trova l’eccesso di massacro vagamente “nauseante.”

Haggard è un colonialista convinto, sente la supremazia bianca come indiscutibile e sono sgraditi per il nostro palato moderno certi suoi atteggiamenti di superiorità verso gli indigeni e certe scene di caccia che hanno la spietatezza di quelle di Hemingway senza averne la bellezza ma, almeno, senza il compiacimento cruento dell’autore di “Verdi colline d’Africa”.

Avventura, poca sottigliezza psicologica, nessun conflitto interiore, grandi scene di caccia e di guerra come si addice alla più tipica letteratura d’evasione. E, tuttavia, a tratti, è presente un’insolita riflessione filosofica sull’uomo, sul suo posto nel ciclo della vita e sulla sua caducità.

Eppure l’uomo non muore finché il mondo, allo stesso tempo sua madre e sua tomba, resta. Il suo nome è certo dimenticato, ma il suo respiro agita ancora le cime dei pini sulle montagne, il suono delle sue parole riecheggia ancora nell’aria; i pensieri nati dalla sua mente li ereditiamo oggi; le sue passioni sono la nostra ragione di vita; le sue gioie e i suoi dolori sono nostri amici… la fine, dalla quale fuggiva atterrito, sarà di certo anche la nostra! Certo l’universo è pieno di spiriti, non velati spettri da cimitero, bensì gli inestinguibili e immortali elementi della vita, che, nati una volta, non possono mai morire.” (pag 143)

Da ricordare che il nostro Emilio Salgari pubblicò con lo pseudonimo di Enrico Bartolini un adattamento del romanzo, dal titolo “Le caverne dei diamanti” nel 1899. Memorabile anche il film del 1950 con Stewart Granger nei panni di Quatermain, e Debora Kerr, sebbene, a detta dello stesso narratore, “non c’è una sola sottana in tutta la storia.”

We all know that Henry Rider Haggard (1856 - 1925) is fully considered, thanks to Ayesha's cycle - in particular to the best seller "She", but also to adventurous Gothic tales such as "The Lady of Blossome" - the precursor of fantasy and imaginative literature, like Lovecraft, Poe, Verne and Stevenson.

But have we ever wondered who was there before Wilbur Smith, the hunts, the savannahs, the tribal struggles between Zulu, the adventure novel par excellence? He,  Henry Rider Haggard, with his famous work "King Solomon’s Mines", and the legendary character of Allan Quatermain.

Both in "She" and in "King Solomon’s Mines", adventure finds its central core in the relationship with wild, uncontaminated and virgin nature but, above all, in the exploration and discovery of hidden "lost ” worlds, In vogue in the Victorian period, created by Kipling, Conan Doyle, Rice Burroughs, and later amplified by Hollywood (think of films like" The Lost World: Jurassic Park "). In Haggard these are caves, containing secrets and mysteries remained unknown to most (how can we not think of the mines of Moria?) All too obvious symbols of descent into the unconscious. It is not surprising that Ayesha's cycle attracted the attention of Freud and Jung.

There are many topoi of fantastic literature, such as Ayesha's sudden aging in "She", which reminds us of Morgana's in “Excalibur”, or the Spirit of the Flame that brings us back to the final scene of "Indiana Jones and the Raiders of the Lost Ark" . Here too it is the abuse of magic that corrupts and destroys instead of vivifying and strengthening. Another topos is agnition, with the recognition of Umbopa / Ignosi as the legitimate king of the Kukuana in "King Solomon’s Mines".

Henry Rider Haggard was born near Norfolk, where he spent an unhappy childhood because of poor health and learning difficulties. He attended parapsychological circles and was convinced that he himself had extraordinary faculties. He leaves for Natal where he is captured by the charm of southern Africa. He writes "King Solomon’s Mines" to show that he can invent a story on par with Stevenson's "Treasure Island", after some of his short stories have not met the success he hoped for. The novel is from 1985 and immediately became a best seller, followed by "She" in 87.

Rider Haggard travels the world, visits Egypt, like Wilbur Smith, and Mexico, drawing inspiration for new books and learning how to quickly make entertainment and hit novels. Quatermain's character gives life to other narratives, mostly unpublished in Italian.

Quatermain, called "Macumazahn", the one who peers into the night, is the model of "the great white hunter", not anti-colonial but still fair and good with the natives. Infallible but not bloody predator, he always defines himself as "a mild man", even "a little cowardly", and finds the excess of massacre vaguely "sickening."

Haggard is a convinced colonialist, he feels white supremacy as unquestionable and has certain attitudes of superiority towards the natives. Some hunting scenes have the ruthlessness of those of Hemingway without having their beauty but, at least, without the bloody complacency of the author of "Green Hills of Africa".

Adventure, little psychological subtlety, no internal conflict, great hunting and war scenes as befits the most typical escape literature. And, however, at times, there is an unusual philosophical reflection on man, on his place in the cycle of life and on his transience.

 

"Yet man does not die as long as the world, at the same time as his mother and grave, remains. His name is certainly forgotten, but his breath still agitates the tops of the pines on the mountains, the sound of his words still echoes in the air; we inherit the thoughts born from his mind today; his passions are our reason for living; his joys and sorrows are our friends ... the end, from which he fled, terrified, will certainly be ours too! Of course, the universe is full of spirits, not veiled cemetery ghosts, but the inextinguishable and immortal elements of life, which, once born, can never die. "

Emilio Salgari published with the pseudonym of Enrico Bartolini an adaptation of the novel, entitled "The caves of diamonds" in 1899. Also memorable is the 1950 film with Stewart Granger as Quatermain, and Debora Kerr, although, according to the narrator himself, "there is not a single skirt in the whole story."

Henry Rider Haggard, ovvero chi viene prima di Wilbur Smith?
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