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PARTONO I BASTIMENTI PARTE SECONDA

22 Marzo 2014 , Scritto da Marcello De Santis Con tag #cultura, #marcello de santis

PARTONO I BASTIMENTI PARTE SECONDA

Qualcuno aveva l'opportunità di appuntare su pezzi di carta con un mozzicone di matita le impressioni e le paure che si sentivano e si subivano sul piroscafo, uno scriveva alla famiglia con tutti gli errori dovuti alla sua ignoranza:
... appena partì la nave cominciano a darci manciare... da grandi signori, pasta bianca come la schiuma che in Italia si trivava a cinquecento lire il chilo, carne di tutte le qualità, burro che all'Italia non si conosceva, caffè, zucchero, frutta e marmellata, insoma tutte cose che manciavano le signori, che all'Italia non si potevano manciare perché per manciare quei pasti doveva pagare a peso d'oro...

Nei momenti più brutti a gruppi si tenevano stretti, specie se il mare era arrabbiato, e si facevano coraggio cantando la canzone mamma mia dammi cento lire/ che in america voglio andar... era il costo del viaggio? non ha importanza, è la canzone in sé che conta. Una canzone riadattata da una ballata di tutt'altro argomento risalente all'anno1850 per gli emigranti del nord dell'Italia della seconda metà dell'ottocento; questi andavano nelle Americhe del sud. Adesso invece a partire per l'America (del Nord) sono i contadini meridionali, napoletani in particolare, siamo, come detto, nei primi decenni del '900, e la canzone opera di un autore di cui non si conosce il nome è diventata di tutti, sussurrata nelle lunghe giornate e nottate sui bastimenti.

Mamma mia, dammi cento lire
che in America voglio andar

Cento lire io te le do
ma in America no no no

Pena giunti in a
lto mare
bastimento si ribaltò



Questo era il succo della triste ballata dell'emigrante che è costretto ad andare per sopravvivere, ma anche col miraggio, nato chissà come, che laggiù si sarebbe diventati ricchi.

Mentre qui nel paese natio, ci sono altri poveracci ad aspettare la lettera dall'America, che poteva contenere denaro necessario - anche qui per sopravvivere; perché emigrare significava il più delle volte anche questo:separazione dalla moglie, dal padre anziano, dalla madre vecchia, dall'innamorato/a, dai figli; ma anche dalla terra dal paese dove si è nati, dagli odori di casa, dai sapori delle minestre a pranzo riscaldate la sera.

Voglio riportare qui delle note che mi ha comunicato il mio amico Salvatore Marchionne, un medico chirurgo napoletano ora in pensione, che vive a Napoli. Dopo aver letto la prima parte del mio saggio ha scritto sotto il saggio questo commento:

... la storia, quella vera ci ricorda che il popolo napoletano nel 1861 ebbe due sole possibilità: o diventare brigante, o emigrante. Nel 1860 era suddito di un regno ricco di opifici di fabbriche metal meccaniche di cultura e d'arte, poi però a causa di un vile re piemontese e del mercenario Garibaldi e della massoneria inglese, diventò l'anno successivo povero e senza beni che erano stati razziati dal vincitore. Molti furono trucidati e sciolti nella calce viva, centinaia di paesi rasi al suolo... e fu cosi che iniziò l'emigrazione verso l'America. Se non ci fosse stata l'unità d'Italia, sarebbe stato il Regno delle due Sicilie ad accogliere emigranti... Le canzoni avevano per argomento questo triste fenomeno che assumeva anno dopo anno proporzioni bibliche, ne nascevano una dopo l'altra, come vedremo appresso.

Poi dopo il viaggio faticoso pericoloso e pauroso, finalmente, l'America. New York e la Statua della Libertà che già si vedeva all'orizzonte... datemi i vostri poveri; eccoci, dicevano in cuore, siamo arrivati. Ma una volta giunti laggiù non sempre si trovava l'oro dei sogni; come dice un'altra canzone popolare, anche questa canticchiata sulle navi,

... trenta giorni di nave a vapore/ fino in America noi siamo arrivati/ fino in America noi siamo arrivati/ abbiam trovato né paglia né fieno/ abbiam dormito sul nudo e terreno/ come le bestie abbiam riposà... ma anche l'orgoglio di aver contribuito a qualcosa di positivo di cui andare fieri: ... e l'America l'è lunga e l'è larga/ l'è circondata da monti e da piani/ e con l'industria dei nostri italiani/ abbiam formato paesi e città/ e con l'industria dei nostri italiani/ abbiam formato paesi e città.


Melania Mazzucco, Roma, 6 ottobre 1966, autrice del libro Vita che descrive le vicende del nonno emigrato in America nel 1903, ma anche le misere disastrose condizioni degli italiani che sbarcavano a New York e che erano oggetto - almeno per quei primi anni del secolo - dello sfruttamento sistematico delle maestranze locali. Per chi volesse approfondire notizie sul fenomeno, ma anche godersi la lettura di uno splendido libro d'amore,consiglio il libro Vita di Melania Mazzucco, che è uno dei più belli che ho letto, semplice nella scrittura,appassionante nell'argomento, doloroso nelle situazioni descritte.
Si può trovare a soli 10,90 euro nelle edizioni Rizzoli,
BUR biblioteca universale Rizzoli, 2010

Voglio riportare il pezzo in cui Melania Mazzucco descrive le visite mediche cui si viene sottoposti non appena si arriva, e la tassa da pagare per sbarcare, e la vergogna di denudarsi davanti a quegli sguardi talvolta e spesso irrisori...

... la prima cosa che gli tocca fare in America è calarsi le brache.... gli tocca mostrare i gioiellini penzolanti e l'inguine... lui nudo, in piedi, desolato e offeso... (e) quelli che soffocano risolini imbarazzati, tossicchiano, e aspettano...
... le brache di suo padre, gigantesche, antiquate e logore, tanto brutte che non se le metterebbe neanche un prete...
... il problema è che i dieci dollari necessari a sbarcare sua madre gli li ha cuciti proprio nelle mutande, perché non glieli rubassero di notte nel dormitori
o del piroscafo...

E' una delle fasi dell'avventura del ragazzo Diamante, che non si trova più i soldi, glieli hanno rubati, e allora con un segno sulla schiena lo spingono in un angolo tra quelli che con la prossima nave saranno rimpatriati; gli rimarrà negli occhi solo l'immagine di quei fabbricati - che vede dalla finestra aperta - che sfiorano il cielo; e quel mare; e quel sogno che svanisce appena nato. Ma poi il giovane riesce a passare, e allora non gli importa più della vergogna, del dolore, della paura di tornare dai suoi. E' finalmente in America.
Andiamo avanti.

... si trova in una stanza dalle pareti cieche, uno sgabuzzino ingombro di oggetti come il deposito di un rigattiere...
... mentre dilaga in lui una fame prepotente realizza di non essere a casa sua...
... neanche il puzzo che gli mozza il respiro... puzzo di scarpe vino e piscio stantio... lo investe una fetola puzzolentissima...

Diamante è partito dall'Italia per ritrovare una bambina che aveva viaggiato sullo stessa nave ma ora l'aveva perduta di vista, la bambina di nome Vita con la quale nel corso del romanzo il ragazzo intreccerà una tenera storia d'amore; ma lui adesso è qui in una
... casa tutta nera, fatiscente, decrepita, che sembra dover cadere da un momento all'altro... questa è l'America... canottiere lenzuola e pedalini umidi penzolanti da precari fili di ferro che tagliano il locale in due e gli schiaffeggiano il viso.

Ve lo racconterei tutto il libro, ma non mi è concesso in questa sede, mi resta solo consigliarvi la lettura; ché andrà a integrare in maniera massiccia questo molto breve saggio,
E' ora di tornare all'argomento del titolo, per chiudere il mio scritto.

partono 'e bastimenti
pe' terra assai luntane...
cantano a buodo
so' n
apulitane...

http://www.youtube.com/watch?v=mRtpc0qDg2g

Ma prima vorrei ricordare che E.A.Mario, molto colpito dal fenomeno dell'emigrazione, ne scrisse altre di canzoni sull'argomento, forse non poi famose come Santa Lucia luntana, ma importanti quanto quella; ad esempio la Mandulinta 'e ll'emigrante che dice tra l'altro: Quanta miglia ha fatto 'o bastimento!/ Sóngo giá tante ca nisciune 'e cconta./ Ma n'arpeggio doce porta 'o viento,/ na canzone, mentre 'a luna sponta. è la città dei mandolini che canta per loro, è Napoli che da buona mamma invia le sue canzoni col suo strumento principe; Si' tu ca t'avvicine/ a nuje, triste e luntane,/ quanno 'e ccanzone/ce parlano 'e te!

Faranno i soldi questi poveri emigranti? diventeranno ricchi? E famosi?
Se pensiamo che troviamo laggiù lontani dagli affetti più cari e dalla terra che per un meridionale è più preziosa della mamma- la nostalgia è tantissima e talvolta fa morire - più di un milione di nostri paesani; e non sempre e non tutti trovano l'oro che speravano, anzi per molti si parlava, nelle lettere che scrivevano, o nelle righe storte e piene di errori dei diari improvvisati, di "scannatoio".

Ma la storia ci dice che sì moltissimi dei nostri conterranei hanno dato lustro a quella terra assai luntana, in contrapposizione a quelli, e non sono stati pochi, che vennero rispediti al mittente per malattie e/o per altri motivi; molti dicevo, sono diventati sindaci di città, poliziotti in gamba, imprenditori importanti, cantanti famosi. Intanto in attesa di ciò lavoravano duramente per guadagnare soldi per tirare avanti la barca; ma anche soldi da mandare, in parte, ai parenti in Italia.
Scrivevano lettere piene di una nostalgia tutta napulitana; nostalgia che strappa le lacrime e stringe il cuore.
Ecco qualche una lettera scritta da New York piena di errori ma anche di tanta nostalgia.

“Caro Padre e Madre vi scrivo queste due righe per farvi sapere che io sto bene come pure la moglie e figli come spero che sara (senza accento) di voi due vi fascio (faccio) sapere che vi avevo scritto per natale ma poi mi sono cambiato (ha cambiato idea?, ha cambiato paese?). Sono tornato a stare a Novio’chi. Vi facio (con una c - faccio) sapere che qua in america va molto male perché non ci sta lavori io pure lavoro tre giorni la setimana (con una t - settimana) ce (c'è) da fare andare avanti perche e tutto cara (c'è da fare molòto per andare avanti ché qui è tutto caro). Vi faccio sapere che il 14 magio fano (con una n - fanno) la comugnione (comunione) anche due figli Ugo e Dante quando mi scrivete mi farete sapere come stano quelle de sunde america (forse parenti femmine emigrate in Sudamerica) e come gliva (e come se la passano - gli va) ma sento dala (con una l - dalla) gente che va male anche la (la senza accento -là). Tanti saluti a tutti i parenti e a quelli che domandano di me, tanti saluti la famiglia di mia moglie”

Nascono, come ho detto più sopra - altre canzoni che descrivono tutto questo.
I figli di Napoli partono, e il poeta assiste alle scene piene di lacrime e dolore sulle banchine del porto.

Molte sono le canzoni che accompagnarono quella povera gente che si imbarcava in cerca di fortuna, o quanto meno di un lavoro, che potesse permettere una vita migliore di quella che avevano nel loro paese. Sono talmente tante che richiederebbero una trattazione tutta e solo per esse, in un saggi a parte. Ma non possiamo non ricordare un'artista nata in un povero affollatissimo quartiere di Napoli, la Duchesca alla fine dell'ottocento (1996), una ragazza semplice che si chiamava Griselda Andreatini; ma a noi nota col nome d'arte Gilda Mignonnette. Si recò in Argentina una prima volta nel 1911 e poi di lì a quattro anni (1915) una seconda volta fino a che si trasferì definitivamente a New York nel 1924 (di là veniva in Italia per esibirsi di tanto in tanto)...



Gli emigrati d'America la ribattezzarono la regina degli emigranti, per la vicinanza della cantante ad essi, e per le molte canzoni che trattavano 'argomento dell'emigrazione; laggiù divenne in poco tempo la cantante napoletana più famosa degli Stati Uniti d'America. Cantava "E l'emigrante piange", "'A cartulina 'e Napule", "Mandulinata e l'emigrante", "Connola senza mamma", "Santa Lucia luntana".
Voglio qui riportare alcuni versi di una di esse "Connola senza mamma" scritta nel 1930 da Giuseppe Esposito e musicata da Gennaro Ciaravolo, musicista autodidatta, il cui primo, grande successo, fu, nel 1922, Mandulinata a Sorrento composta con la collaborazione di E.A.Mario.

Comm' 'e vapure scostano,
lassanno 'sta banchina,
turmiente e pene portano
luntano 'a Margellina'.
Nterr'â banchina chiagnono
'e mmamme'e ll'emigrante,
pe' chesto, 'nterr'a 'America,
só' triste tutte quante.

Meglio nu juorno ccá, Napulitano,
ca tutt' 'a vita p
rincepe luntano.
ll'America ch' 'e cchiamma,
luntana sta,
cònnola senza mamma,
ca nun po' d
à
felicità.

Traduciamo per che non è troppo addentro al dialetto napoletano: l'America che chiama questi figli di Napoli, sta lontana; ed è una culla senza mamma, che non potrà mai dare alcuna felicità.
Appena le navi partono, / lasciando questa banchina,/ tormenti e pene portano / lontano da Mergellina./ Sulla banchina piangono /le mamme degli emigranti, / per questo, in terra di America, / sono tristi tutti quanti.
Meglio un giorno qui, Napoletano,/ che tutta la vita principe lontano. / L'America che li chiama, / lontano sta, / Culla senza mamma, / che non può dare /felicità.
E più avanti il poeta prega, invoca quest'America lontana, dicendole, ti prego, America, culla senza mamma,. se Napoli li chiamo questi suoi figli, falli tornare... falli tornare... (connola senza mamma, falli turna', falli turna')

Eccola la canzone per la voce di Massimo Ranieri

http://www.youtube.com/watch?v=ZL4B7LJ3-e0

Nel 1927 Giuseppe De Luca scrive dei versi bellissimi musicati da Francesco Bongiovanni; e nasce la canzone 'A cartulina ìe napule: un emigrato riceve una cartolina di Napoli e piangendoci sopra lacrime amare non può non paragonarla all'America dei sogni di lui stesso e di tanti suoi compagni di avventura.



Vediamone alcuni versi:

Mm'è arrivata, stammatina,/ na cartulina:/ E' na veduta 'e Napule/ che mm'ha mannato mámmema... Se vede tutto Vommero,/ se vede Margellina,/ nu poco 'e cielo 'e Napule.../ 'ncopp'a 'sta cartulina!
E se vede pure 'o mare/ cu Marechiaro:/ Mme parla cchiù 'e na lettera/ 'sta cartulina 'e Napule!
Che gioja, stu Pusilleco,/ 'sta villa quant'è fina.../ Comm'è bello 'o Vesuvio.../ che bella cartulina!
E soffro mille spáseme,/'ncore tengo na spina/ quanno cunfronto 'Ameri
ca/ cu chesta cartulina!...

(m'è arriavata stamattina una cartolina, è una veduta di Napoli che mi ha mandato mamma, si vede il Vomero, Margellina... e un poco di cielo di Napoli... Si vede anche il mare con Marechiaro, mi dice più cose essa che una lettera... Che gioia vedere Posillippo, che bella villa... che bello il Vesuvio... che bella cartolina. E io soffro, ho in cuore una spina quando confronto questa america con la cartolina...)

Ma è' ancora Libero Bovio a commuoverci con i suoi versi che sempre il musicista Francesco Bongiovanni vestirà di una musica immortale.
Sta per arrivare Natale e stare lontani, specialmente in questi momenti è ancora più triste e chi scrive alla mamma a Napoli vorrebbe tanto sentire uno zampognaro. Prega la mamma di mettere a tavola anche il suo piatto, quando apparecchierà per il cenone, e facite, quann'è 'a sera d''a Vigilia, / comme si 'mmiez'a vuje stesse pur'io... come se con voi ci stessi anch'io.
Racconta e chiede tante cose, alla madre, che questa leggendo bagnerà con le sue lacrime: ché sì ha fatto i soldi, ma che non contano niente rispetto al paese che è stato costretto a lasciare, è vero, mo tengo quacche dollaro, e mme pare ca nun só' stato maje tanto pezzente...
Mia cara Madre, a vuje ve sonno comm'a na "Maria"./ cu 'e spade 'mpietto, 'nnanz'ô figlio 'nc
roce!

E infine i versi dell'invocazione finale - che è un pianto dell'anima tutto napoletano - e che io credo siano tra i più belli della poesia napoletana, degni di quel grande poeta che risponde al nome di Libero Bovio:

Io no, nun torno...mme ne resto fore
e resto a faticá pe' tuttuquante.
I', ch'aggio perzo patria, casa e onore,
i' só' carne 'e maciello: Só' emigrante!

E nce ne costa lacreme st'America
a nuje Napulitane!...
Pe' nuje ca ce chiagnimmo 'o cielo '
e Napule,
comm'è amaro stu ppane!

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