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L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

30 Marzo 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #storia

L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

Edizioni Settimo Sigillo Europa – 2009

Giacchetti Boico Gulia- Vignoli Giulio

II libro è scritto a quattro mani da Giulia Giacchetti Boico e Giulio Vignoli. Giulia è nipote di deportati e vive e opera a Kerc in Crimea. Giulio Vignoli è docente all'Università di Genova. Scrive Giulia: "Tutta la strada da Kerc al Kazakistan è irrigata dalle lacrime e dal sangue dei deportati o costellata dai nostri morti, non hanno ne tombe, né croci". In questo libro si narra dell’olocausto dimenticato di una minoranza di Italiani che si era stabilita in Crimea fin da tempi antichissimi. Le prime presenze risalgono addirittura all’Impero Romano, per arrivare alla Repubblica di Genova e Venezia, ma è in epoca moderna che si ebbe il più importante flusso migratorio, si trattava di circa duemila persone provenienti soprattutto dalla Puglia. Erano italiani poveri dediti principalmente all’agricoltura. Partivano verso quello che per loro appariva come un nuovo Eldorado: clima mite, terre fertili, mari pescosi. La comunità si inserì perfettamente nel tessuto locale, si stabilì principalmente nei pressi della città di Kerc e, in pochi decenni, divenne una delle più ricche e ammirate grazie alle sue grandi capacità imprenditoriali e commerciali. I problemi cominciarono con la Rivoluzione d’Ottobre. “Espropriati della terra e privati della possibilità di professare la propria fede” molti italiani ritornarono in Patria. A quelli che rimasero fu imposta la “russificazione” : era loro vietato parlare italiano e furono costretti a cambiare i cognomi. La storia della piccola comunità in Crimea si intrecciò con la complessa tragedia del comunismo sovietico. Nell’ambito del piano di collettivizzazione delle campagne, le autorità sovietiche promossero nei pressi di Kerch la costituzione di un colcos italiano dal suggestivo nome “Sacco e Vanzetti”. I nostri connazionali, piccoli proprietari terrieri, provarono a resistere e continuarono a lavorare alacremente la terra come sapevano fare loro, senza adeguarsi troppo alle restrittive regole di quella che era una specie di cooperativa agricola di produzione. Accadde così che nel fallimentare deserto della collettivizzazione sovietica, il colcos italiano primeggiò e superò tutti gli obiettivi pianificati risultando, grazie all’efficienza dei nostri agricoltori, il più produttivo di tutta la Crimea. Questa prerogativa fu causa, insieme alla relativa agiatezza dei coloni e alla religione professata, di invidie e sospetti. Furono proprio i dirigenti italiani del Comintern che cominciarono a tenere sotto stretto controllo la comunità di Kerch, in quanto le qualità degli italiani, la loro capacità produttiva, la relativa indipendenza dai nuovi dettami che riuscivano a conservare nel lavoro, risultava essere poco consona alla disciplina del partito. Proprio per educarli ai nuovi metodi, fu inviata a Kerch una delegazione speciale di controllo. Capo della missione rieducativa, che poi si rivelò punitiva, fu Paolo Robotti, cognato di Togliatti, presidente del “club degli emigrati” a Mosca e responsabile delle innumerevoli sparizioni di connazionali, avvenute durante le purghe staliniane grazie ai suoi verbali delatori consegnati a chi di dovere. Di ritorno a Mosca, dopo l’importante incarico avuto, scrisse nel suo resoconto di aver sistemato al meglio la situazione al colcos italiano, di aver dato la giusta impronta in modo che avrebbe ripreso nuova vita e prosperità, di aver chiuso la scuola religiosa e rispedito il prete in patria. In realtà la visita di Robotti rappresentò il primo atto della tragedia degli italiani in Crimea. La “pulizia”, da lui guidata con l’ausilio degli agenti del NKVD, condusse alla deportazione di intere famiglie, alla divisione e lacerazione di altre e alla sommaria esecuzione di molti innocenti. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale la situazione precipitò. Gli italiani di Crimea furono considerati automaticamente nemici e fascisti, vennero deportati nei gulag in Siberia e in Kazakistan. Intere famiglie dovettero sostenere prima viaggi allucinanti nei vagoni piombati poi lunghe marce nelle steppe congelate dell'Asia, ridotti alla fame, soggetti a privazioni e stenti che condussero alla morte di molti, in particolare di quasi tutti i piccoli. Una volta giunti a destinazione, i deportati vennero collocati in baracche sperdute e nutriti con erbe e radici. In tali condizioni i decessi nelle località d’arrivo, dopo quelli avvenuti durante il viaggio, furono numerosissimi e la comunità di Kerch fu cancellata. Oggi sono in tutto meno di 400 gli Italiani rimasti, hanno costituito il circolo culturale “Il Cerchio”, dove la infaticabile presidente Giulia Giacchetti Boico tiene vivo il lume delle origini. Predispone corsi di lingua italiana, intrattiene rapporti culturali col nostro Paese, organizza scambi di studio per i ragazzi di Kerch, perché anche visitare la Penisola, seppur solo per un breve soggiorno, non è facile per i figli e i nipoti dei sopravvissuti ai gulag. Giulia si batte per ottenere il riconoscimento alla cittadinanza italiana e lo status di minoranza deportata all’intera comunità, poichè con i documenti distrutti e i nomi cambiati, tornare ad essere cittadini italiani è diventato “un sogno”. Da qualche anno l’associazione, il 29 gennaio, per non dimenticare gli Italiani uccisi o scomparsi, tiene a Kerch la “Giornata del Ricordo Italiano”, organizzando una toccante cerimonia col rito dei garofani rossi gettati nel Mar Nero congelato. È a dir poco commovente l’adesione conservata e rinnovata alle tradizioni di origine e a un Paese che, almeno finora, non si è meritato tanto attaccamento, visto che che l’Italia ufficiale non si è ancora fatta viva per riconoscere e ricordarsi di questi Italiani prima perseguitati e poi ignorati. “Molti di noi non sono mai stati in Italia, eppure se glielo chiedi ti risponderanno che quella è la loro Patria,” dice Giulia Giacchetti Boico “La deportazione degli italiani non è stata ancora riconosciuta ufficialmente dall’Ucraina e in Italia non se ne sa quasi niente” La pubblicazione, arricchita da importantissimi documenti e da testimonianze inedite, vuole far conoscere i terribili eventi patiti dagli Italiani e sensibilizzare l'opinione pubblica e la classe politica dell'Italia e dell'Ucraina. Per questo il libro è scritto in italiano, russo e ucraino: “perché tutti intendano, anche chi non vuole intendere.” II volume vuole essere dunque “un grido di aiuto dei superstiti, dopo tanti anni passati dalla strage, perché venga riconosciuto il loro olocausto, un grido che squarci il velo di indifferenza e di oblio”.

La cerimonia dei garofani

La cerimonia dei garofani

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