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Sezione primavera: Giulia Pacella

6 Gennaio 2015 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #racconto, #sezione primavera

Sezione primavera: Giulia Pacella

Anche noi abbiamo appeso al caminetto del nostro blog la calza. E quest’anno la Befana ha voluto farci una sorpresa: un gioiellino inatteso. Giulia, già frequentatrice della #sezione primavera, ci ha regalato un delizioso racconto sul bullismo, croce dolorosa degli adolescenti.

Immagina di essere una liceale alle prese col “branco”, e riesce a delineare caratteri, personaggi, atmosfere, utilizzando il dialogo, descrizioni, riflessioni personali, con abilità e disinvoltura. Tra la marea di scrittori, talvolta sciatti e improvvisati, questa ragazzina non ancora tredicenne, ci fa ben sperare per il futuro della nostra letteratura" (Ida Verrei)

Di Giulia Pacella, 12 anni

L’omertà è un comportamento che vieta di denunciare i colpevoli di reati ed è tipico della mafia e della camorra. In questi giorni, la nostra professoressa di lettere, ha dato da leggere a tutte le terze del liceo classico Alessandro Manzoni “Il Pannello”, un racconto dello scrittore napoletano Erri De Luca. È ambientato nel 1967-1968 e parla di alcuni ragazzi di un liceo napoletano che, per poter vedere le gambe di una giovane supplente, svitano il pannello che si trova davanti alla cattedra. Tutti i professori li rimproverano e minacciano di sospendere tutta la classe, i ragazzi allora si sentono vittime di un’ingiustizia e decidono di coprire i due colpevoli, nonostante i rischi. Solo il loro professore di latino e greco, invece di sgridarli, spiega la differenza tra omertà e solidarietà, facendo loro capire la violenza che avevano usato su quella giovane ragazza al suo primo incarico. A quel punto la classe decide di scusarsi pubblicamente e alla morte di questo grande professore si ricorderanno di quella lezione come il passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta.

Non ho ancora finito di leggerlo, anche se le mie amiche dicono che è inutile, io vorrei finirlo perché mi piace molto leggere. A Chiara e a Beatrice non piace lo studio. Loro due sono stupende, Chiara ha due occhi azzurri da mozzare il fiato e Beatrice ha i capelli rossi, sono i più belli della scuola! Nonostante io sia molto diversa da loro faccio finta di essere cosi. A parte per l’aspetto fisico. Per quello non ci posso fare niente. I miei occhi sono marroni e i miei capelli color caramello. Non sono nulla di così speciale. E poi con il nome che mi ritrovo … Caterina, non riesco nemmeno a pronunciarlo, fortuna che tutti mi chiamano Cate…

La mia storia inizia una mattina di ottobre, ero con le mie amiche, io stavo chiacchierando con Chiara, e Beatrice stava finendo una sigaretta, quando si fermò a fissare una ragazzina del primo. Aveva i capelli a caschetto ed era un po’ cicciottella. Beatrice buttò la cicca a terra e ci fece cenno con la testa, io e Chiara ci lanciammo un’occhiata, una cosa era sicura: lei a differenza di me sapeva cosa voleva fare Beatrice…

Ci fermammo davanti alla ragazzina ma lei ma non ci notò finché Chiara non le tolse l’i phone di mano. A quel punto alzo la testa disorientata e Beatrice fece un ghigno divertito. Io la imitai. “Cosa stai facendo?” chiese la tredicenne, “oh … niente volevo solo attirare la tua attenzione…” poi Chiara fece cadere l’i phone a terra, rompendo cosi lo schermo. “Ops …” disse Beatrice. Io e Chiara ridemmo divertite. Cosa stavo facendo? “Dacci la tua merenda…” disse Bea. La ragazzina prese la merenda dallo zaino e la porse a Chiara. “Come ti chiami?” continuò Chiara. Uffa, non si erano già divertite abbastanza?! “Alice…” neanche lei, come me, capiva dove voleva arrivare Chiara. “Bene ALICE … torneremo” , si girarono per andarsene e prima di farlo anche’io, la guardai negli occhi per un breve istante. In quegli occhietti non c’era rabbia … ma paura. Per un secondo anche io ebbi paura. Di me stessa.

Questo episodio si ripeté periodicamente tutti i giorni. Poi, un giorno, all’uscita, le mie amiche si spinsero troppo oltre.

Alice era da sola all’ingresso, quando Beatrice si avvicino a lei e le fumò in faccia. La ragazzina tossì e Beatrice sorrise. Un sorriso pieno di cattiveria…

“Hai mai fumato tesoro?”

“No …” rispose Alice un po’ turbata.

“Bene. C’è sempre una prima volta …” disse porgendole la sigaretta. Appena disse quelle parole la raggiunsi.

“Non voglio …” disse lei schifata.

“Non ti conviene far arrabbiare Bea tesoro …” disse Chiara, che era appena arrivata dietro di me.

Alice prese la sigaretta e fece un tiro. Appena ebbe buttato il fumo fuori, tossì.

“Ti è piaciuto?” chiese Beatrice sarcastica. Chiara rise.

“Basta, vi prego …” disse quasi in lacrime.

“Okay … adesso mangiatela …” disse Chiara. A quel punto persi le staffe e mi misi in mezzo.

“Basta ragazze! Avrà tredici anni. Andiamocene.” Beatrice mi mandò uno sguardo di ghiaccio, ma Chiara fece una faccia turbata, come se si fosse resa conto adesso di ciò che aveva detto e fatto.

“Sì, dai Bea, andiamocene …”

Beatrice buttò la sigaretta addosso ad Alice, si voltò e ci seguì. Mi sembrò che Alice avesse detto “grazie” ma non ne ero sicura così, non mi voltai.

La sera di Halloween però successe qualcosa di grosso.

Alla festa c’erano le prime, le seconde e le terze. Stavamo ballando quando Beatrice strattonò me e Chiara fuori dalla discoteca e indicò la ragazzina che camminava, suppongo verso casa, tutta sola, Alice. Quando fummo a due passi dalla sua schiena Beatrice disse: “Ehi Alice, come va?” lei si girò e Chiara le lanciò un schiaffo. Lei cadde a terra. Beatrice le tirò un calcio nello stomaco.

“Basta! Basta!” gridai, ma Chiara mi fece gesto di sloggiare e Beatrice mi ignorò continuando a tirare calci nello stomaco di Alice.

Corsi dentro la discoteca e cercai Fabrizio, il fidanzato di Beatrice nonché mio migliore amico.

Mi aggrappai al suo braccio e lui, vedendo la mia espressione preoccupata, chiese: “Cosa succede Cate!?”

“Non c’è tempo per spiegare ….”

Quando io e Fabrizio fummo fuori, Beatrice la stava tirando per i capelli. Fabrizio corse e la spinse via, cosi lei si ritrovò a terra. “Cosa fai!?” urlò Beatrice furiosa. lui alzò Alice e le tolse i capelli dalla faccia mostrando il suo visetto pieno di lacrime, rosso e sporco di terra. Poi mi porse la sua manina grassottella e disse. “ Portala a casa … io parlo con loro …” Feci cenno di sì con la testa e misi un braccio intorno alle spalle di Alice.

“Grazie di tutto …” disse mentre camminavamo, “scommetto che mi avrebbero ucciso se tu non le avessi fermate …” Mi sentii un mostro. Io non l’avevo salvata. Io ero esattamente come loro. Tuttavia dissi altro. “Tranquilla non ti toccheranno più”. Sorrise.

Davanti a casa sua l’abbracciai e lei entrò nel palazzo, cosi me ne tornai a casa con il senso di colpa fin dentro le ossa.

Non riuscivo a dormire. Mi sentivo male, avevo già vomitato due volte da quando ero tornata a casa. Cosi decisi di mettermi sul divano a leggere “Il Pannello”. Arrivai alla parte in cui il professore fa il discorso. Mi fece pensare. Io stando zitta per ciò che avevano fatto quelle due ragazze, che io definisco “amiche”, non ero solidale. Facevo come fanno le persone quando, per esempio assistono alla morte di una persona uccisa da mafiosi, e non dicono nulla. Ma ci sono molte persone che dedicano la loro vita per il loro ideale: un mondo senza mafia. Qual è il mio ideale? Io ce l’ho un ideale? Forse sì, forse avevo trovato il MIO di ideale.

Il giorno dopo non salutai le mie due “amiche”. Salutai solo Alice che mi rispose con un sorriso e un gesto della mano. Entrai a gran passo in sala professori, finché non vidi la mia prof. di lettere. “Caterina! Cosa ci fai in sala professori?!”

“Prof devo parlarle … in privato …” dissi, vedendo che altri professori ci guardavano.

“Okay …” Ci chiudemmo in una piccola stanza. “… dai su raccontami …”

Le raccontai tutto, dal semplice furto della merenda, poi l’episodio della sigaretta e poi il pestaggio di Halloween.

“… Ho deciso di dirlo a lei perché ieri sera ho finito di leggere “Il pannello”. Mi ha fatto riflettere su quale fosse il mio ideale, la mia battaglia da combattere… forse la mia battaglia è contro il bullismo… chi lo sa? Ma vorrei che lei mi aiutasse. Perché per quanto questa battaglia possa sembrare piccola, è troppo grande per chiunque…”.

Ci furono dieci secondi di silenzio.

“Caterina, se tu pensi che questa sia la tua battaglia, combattere il bullismo, vincila.

Le battaglie o si vincono o si perdono. Sii te stessa e la gente ti ascolterà. Vuoi essere una grande persona? Puoi ancora esserlo. Cambia strada, Caterina. Tutti possono farlo. E tu ne hai il diritto.”

Uscii dalla sala-professori un po’ confusa sul da farsi, ma quando mi ritrovai faccia a faccia con Beatrice, non ebbi dubbi: “Tocca un'altra volta una ragazzina e racconto a tua madre chi sei veramente… non credo sarà molto contenta…” Feci un sorrisetto soddisfatto e incrociai le braccia al petto per sfidarla. Dopo un po’ lei abbassò lo sguardo, girò sui tacchi e se ne andò.

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