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Bram Stoker, "Dracula"

3 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Forse se Abraham (Bram) Stoker (1847 – 1912) non avesse sofferto di un’infermità che lo costrinse a letto fino agli otto anni, i temi del sonno senza fine e della resurrezione dal mondo dei morti non avrebbero tanto infiammato la sua fantasia. La guarigione miracolosa, la ripresa fisica di cui fu protagonista, capace di trasformare un infermo in un atleta, ha molto in comune col mito del vampiro che, attraverso il sangue, ringiovanisce, rigenera i propri tessuti, inverte il corso della natura.

Nato a Clontarf, in Irlanda - già terra di folletti e di banshee –Bram Stoker si laureò in matematica al Trinity College e fu critico teatrale per The Evening Mail. Sposò Florence Balcombe, per qualche tempo corteggiata anche da Oscar Wilde, dalla quale ebbe un unico figlio. Coltivò amicizie importanti con Arthur Conan Doyle, con il pittore preraffaellita Whistler, ed una, strettissima, con l’attore Henry Irving di cui fu segretario. Fin troppo facili le allusioni, certo è che il mito del vampiro si è sempre collocato in quell’aura di sessualità deviata, che va dalla pedofilia - si pensi ai bambini di cui si nutre Lucy Westenra e alla vampirizzazione di Claudia in Intervista col Vampiro - alla necrofilia, ma sempre in una prospettiva di decolpevolizzazione, depenalizzazione dell’atto erotico. Da Bram Stoker ad Anne Rice, giù giù fino a buona parte della saga di Stephenie Meyer, il sesso diventa orale, si fa dalla cintola in su, in una voluttà che, oltre al piacere estremo, sovrumano, fornisce conoscenza, vita eterna, sapienza, bellezza. Almeno fino a quando Bella Swan e Edward Cullen non decidono che si può provare anche a consumare il matrimonio, generando una piccola ibrida umana - vampira.

Il manoscritto di “Dracula” circolava già fra la cerchia degli amici di Stoker nel 1890 ma fu pubblicato solo nel 1897, dopo sette anni di studi approfonditi sulla cultura e sulle credenze dei Balcani. Il romanzo si situa in una tradizione sia antecedente che posteriore, fa da spartiacque, da pietra miliare. Si collega a Goethe, a The Vampyre di Polidori, alle opere di Ann Radcliffe, di Monk Lewis, di Maturin, di Mary Shelley, di Edgar Allan Poe e del di poco posteriore Rider Haggard. Racconta la ben nota storia del conte Dracula, un nosferatu, cioè un non morto della tradizione mitteleuropea. L’ispirazione era stata fornita a Stoker dall’ungherese Arminius Vambéry, (e, pare, anche da un incubo scaturito da una scorpacciata di gamberi), professore che lo aveva introdotto alla leggenda di Vlad Tepes Dracul, l’Impalatore. L’irlandese non visitò mai i luoghi che descrive nel suo romanzo, cioè Bistritza e la Transilvania, ma scrisse un romanzo molto realistico, quasi documentaristico nonostante l’argomento.

Le atmosfere sono cupe e oscure ma il tono è impiegatizio. Non bisogna dimenticare che il più famoso romanzo gotico è stato scritto dall’autore di “I doveri degli impiegati nelle udienze per i reati minori in Irlanda”. La lingua è appesantita da un’assillante cura del dettaglio e da un’eccessiva ripetitività dei termini. L’autore si dilunga per farci riflettere, l’imperfezione linguistica crea un senso di verità, di ansia crescente e anche di modernità inconsueta per l’epoca.

Ma quello che conta è la creazione di un personaggio mitico e archetipico. I personaggi minori non sono ben caratterizzati, solo Dracula spicca. Il vampiro è il male, è l’ignoto che si cela nella vita di ogni giorno e dentro di noi ma è anche l’eroe romantico byronico e satanico. Così come Lord Ruthven di Polidori s’ispirava proprio alla femminea, inquietante e diabolica figura di Byron, così come i moderni vampiri di Anne Rice – Louis, Lestat, Armand e la bambina Claudia, bambola immortale fissata in un’eterna immagine puerile - saranno circondati da un alone romantico, di malinconia, di disperazione senza confini, di eterno bisogno di redenzione mai soddisfatto, anche il conte Dracula è avvolto da un alone di solitudine e dolore. La stessa emarginazione e cupio dissolvi del mostro creato da Victor Frankestein.

“Io non cerco né gaiezza né allegria, né la voluttuosa luminosità della luce dl sole e delle acque scintillanti che tanto piacciono a chi è giovane e gaio. Io non sono più giovane. E al mio cuore, logorato dagli anni di lutto per i miei morti, poco si confà la gaiezza. E poi, i muri del mio castello si stanno disfacendo; molte sono le ombre, e il vento soffia freddo attraverso le merlature e le finestre infrante. Io amo l’oscurità e le ombre, e per quanto possibile vorrei restar solo con i miei pensieri.”

Il vampiro di Stoker, però, si discosta da quello di Polidori pur conservandone la malinconia aristocratica. Viene accentuato il legame con gli animali e le forze della natura, in particolare col lupo, legame che verrà poi ripreso dalla Meyer nella dicotomia vampiro Edward/ licantropo Jacob.

Il conte Dracula morirà per mano di Van Helsing e Jonathan Harker e la sua morte significherà espiazione. Il medesimo riscatto che, nel bellissimo film di Coppola, Dracula riceverà da Mina, reincarnazione della sua donna perduta. Il film, infatti, più che mai pone l’accento sul connubio amore e morte, eros e thanatos, così caro alle atmosfere romantiche e decadenti.

“Quel che mi consolerà finché vivrò è stato scorgere sul suo volto, proprio nel momento della dissoluzione finale, un’espressione di pace che mai avrei immaginato di poter vedere.”

Più che di opera letteraria vera e propria, possiamo parlare di mito, di archetipo che attraversa la tradizione, sia arricchisce, muta e, insieme, si fissa, a ogni riscrittura, a ogni adattamento cinematografico o teatrale. Le atmosfere sono le stesse, haunted and ghosted, rintracciabili in Emily Brönte, con le brughiere dello Yorkshire che si trasformano nei dirupi innevati dei Carpazi.

Ben presto ci siamo trovati racchiusi tra gli alberi, che in alcuni punti s’incrociavano ad arco sulla strada, tanto che pareva di passare in una galleria. Ancora una volta, grosse rocce si piegavano accigliate su di noi, scortandoci burbere a destra e a sinistra. Benché fossimo al riparo, sentivo il vento levarsi, gemeva e fischiava tra le rocce, e i rami degli alberi si scontravano tra loro al nostro passaggio. Si faceva sempre più freddo, e una neve impalpabile ha cominciato a cadere, ben presto noi stessi, e tutto intorno a noi, siamo stati ricoperti d’un bianco manto. Il vento penetrante ancora trasportava l’ululato dei cani, che tuttavia si faceva sempre più debole, man mano che procedevamo nel nostro cammino. Il verso dei lupi risuonava sempre più vicino, come se ci stessero accerchiando.

A ogni luogo (il castello del conte, la casa di Lucy Westenra, Carfax) corrisponde un’uccisione. La morte di Lucy, vittima innocente e inconsapevole, fa da discriminante fra chi è ignaro, e quindi in balia del male, e chi lo conosce per poterlo combattere. Lucy è il prototipo decadente dell’innocenza violata, della purezza corrotta, del fiore sgualcito dal profumo sottilmente erotico e proibito. Mina non è molto diversa nel libro ma acquista più spessore e valenza romantica nel film di Coppola, incarnando l’amore che va oltre la morte, diventando strumento attraverso cui opera la Provvidenza.

La struttura della narrazione sfrutta la forma epistolare ma non solo, utilizzando, oltre alle lettere, anche telegrammi e articoli di giornale, in un gioco di sfaccettature già molto moderno. L’io narrante è multiplo.

Il racconto, dunque, non è fatto per voce di un unico narratore, ma di molti, e questi non hanno come solo referente un ipotetico lettore, bensì di volta in volta se stessi (attraverso il diario, sorta di ripensamento e fissazione degli eventi), un altro personaggio (attraverso la lettura dei diari altrui e tramite lo scambio di lettere e telegrammi) e solo in ultima istanza il lettore che, come un accidentale spettatore o testimone, indirettamente viene a conoscenza degli eventi.” (Paola Faini)

***

Riferimenti

Riccardo Reim Introduzione a Stoker Dracula, Newton Compton, 1993, 2006

Paola Faini, Prefazione a Stoker Dracula, Newton Compton, 1993, 2006

Perhaps if Abraham (Bram) Stoker (1847 - 1912) had not suffered from an illness that forced him to bed until the age of eight, the themes of endless sleep and resurrection from the world of the dead would not have inflamed his imagination so much. The miraculous healing, the physical recovery of which he was the protagonist, capable of transforming an infirm into an athlete, has much in common with the myth of the vampire who, through blood, rejuvenates, regenerates his tissues, inverts the course of nature.

Born in Clontarf, Ireland - formerly land of goblins and banshees - Bram Stoker graduated from Trinity College in mathematics and was a theater critic for The Evening Mail. He married Florence Balcombe, for some time also courted by Oscar Wilde, with whom he had only one son. He cultivated important friendships with Arthur Conan Doyle, with the Pre-Raphaelite painter Whistler, and one, very close, with the actor Henry Irving of which he was secretary. Allusions are all too easy, it is certain that the myth of the vampire has always been placed in that aura of deviated sexuality, which goes from pedophilia - think of the children Lucy Westenra feeds on and Claudia's vampirization in Interview with the Vampire - to necrophilia, but always in a perspective of justification, decriminalization of the erotic act. From Bram Stoker to Anne Rice, down to most of the Stephenie Meyer saga, sex becomes oral, it is done from the waist up, in a voluptuousness that, in addition to extreme, superhuman pleasure, provides knowledge, eternal life, wisdom , beauty. At least until Bella Swan and Edward Cullen decide that you can also try to consume the marriage, generating a small human - vampire hybrid.

The manuscript of Dracula already circulated among Stoker's friends in 1890 but was published only in 1897, after seven years of in-depth studies on Balkan culture and beliefs. The novel is located in a tradition both antecedent and later, it acts as a watershed, a milestone. It connects to Goethe, to Polidori's The Vampyre, to the works of Ann Radcliffe, Monk Lewis, Maturin, Mary Shelley, Edgar Allan Poe and the slightly later Rider Haggard. It tells the well-known story of Count Dracula, a nosferatu, that is, an undead of the Central European tradition. The inspiration had been provided to Stoker by the Hungarian Arminius Vambéry, (and, apparently, even from a nightmare arising from a feast of prawns), a professor who had introduced him to the legend of Vlad Tepes Dracul, the Impaler. The Irishman never visited the places he describes in his novel, namely Bistritza and Transylvania, but wrote a very realistic novel, almost documentary despite the topic.

The atmospheres are dark and obscure but the tone is clerical. It should not be forgotten that the most famous Gothic novel was written by the author of "The duties of employees in hearings for minor crimes in Ireland". The language is weighed down by a nagging attention to detail and by an excessive repetitiveness of the terms. The author goes on to make us reflect, the linguistic imperfection creates a sense of truth, of growing anxiety and also of unusual modernity for the time.

But what matters is the creation of a mythical and archetypal character. The minor characters are not well characterized, only Dracula stands out. The vampire is evil, it is the unknown that is hidden in everyday life and within us but he is also the romantic byronic and satanic hero. Just as Polidori's Lord Ruthven was inspired by the feminine, disturbing and diabolical figure of Byron, as well as the modern vampires of Anne Rice - Louis, Lestat, Armand and the little girl Claudia, immortal doll fixed in an eternal childish image - will be surrounded by a romantic aura, of melancholy, of boundless despair, of an eternal need for redemption never satisfied, even Count Dracula is wrapped in an aura of solitude and pain. The same marginalization and cupio dissolvi of the monster created by Victor Frankestein.

 

I am not looking for gaiety or cheerfulness, nor the voluptuous brightness of the light of the sun and the sparkling waters that are so pleasing to those who are young and gay. I am no longer young. And my heart, worn out by the years of mourning for my dead, is not well suited to gaiety. And then, the walls of my castle are falling apart; there are many shadows, and the wind blows cold through the battlements and the broken windows. I love darkness and shadows, and as far as possible I would like to be alone with my thoughts. "

Stoker's vampire, however, differs from that of Polidori while retaining its aristocratic melancholy. The bond with animals and the forces of nature is accentuated, in particular with the wolf, a bond that will then be taken up by Meyer in the vampire dichotomy Edward / werewolf Jacob.

Count Dracula will die at the hands of Van Helsing and Jonathan Harker and his death will mean atonement. The same redemption that, in Coppola's beautiful film, Dracula will receive from Mina, reincarnation of his lost woman. The film, in fact, more than ever puts the accent on the union of love and death, eros and thanatos, so dear to romantic and decadent atmospheres.

 

"What will console me as long as I live was to see on his face, just at the moment of the final dissolution, an expression of peace that I never imagined I could see."

 

More than a literary work itself, we can speak of a myth, an archetype that crosses tradition, both enriches, changes and, at the same time, is fixed at every rewrite, at every cinematographic or theatrical adaptation. The atmospheres are the same, haunted and ghosted, traceable in Emily Brönte, with the Yorkshire moors that turn into the snowy cliffs of the Carpathians.

 

We soon found ourselves enclosed in the trees, which in some places crossed each other and arched on the road, so much so that it seemed as if we were going through a tunnel. Once again, large rocks were frowning over us, escorting us grumbling to the right and left. Although we were sheltered, I felt the wind rise, moan and whistle among the rocks, and the branches of the trees collided with each other as we passed. It was getting colder, and an impalpable snow began to fall, very soon we ourselves, and all around us,  were covered in a white blanket. The penetrating wind still carried the howling of the dogs, which however became weaker and weaker as we progressed on our way. The sound of wolves rang ever closer, as if they were encircling us.”

 

Every place (the Count's castle, Lucy Westenra's house, Carfax) corresponds to a killing. The death of Lucy, an innocent and unaware victim, discriminates between those who are ignorant, and therefore at the mercy of evil, and those who know it to be able to fight it. Lucy is the decadent prototype of violated innocence, corrupt purity, the crumpled flower with a subtly erotic and forbidden scent. Mina is not very different in the book but acquires more depth and romantic value in Coppola's film, embodying the love that goes beyond death, becoming an instrument through which Providence operates.

The structure of the narrative exploits the epistolary form but not only, using, in addition to the letters, also telegrams and newspaper articles, in an already very modern game of facets. The narrating self is multiple.

 

"The story, therefore, is not made for the voice of a single narrator, but for many, and these do not have a hypothetical reader as their referent, but from time to time themselves (through the diary, a sort of rethinking and fixation of events ), another character (by reading the diaries of others and by exchanging letters and telegrams) and only in the last resort the reader who, as an accidental spectator or witness, indirectly learns of the events. " (Paola Faini)

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