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Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Marco Claudio Valerio

17 Novembre 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #racconto, #poli patrizia, #ida verrei

Un racconto originale, “You Wan Chou” di Marco Claudio Valerio, cui dà un senso il sorprendente, vivificatore, finale, lasciato presagire da innumerevoli indizi e, tuttavia, inaspettato.

Quando la bufera investe e travolge mondi ed esistenze, quando “l’estrema violenza ruba, schiaccia e sbriciola moltitudine di vite”, non resta che “abbandonare lo sguardo al cielo” e aggrapparsi alle certezze di una quotidianità che rassicura. È quanto fa il monaco You Wan Chou un mattino d’estate: con apparente serenità s’immerge nel suo mondo di sempre e si rifugia nella luce del sorriso della sacra Statua. “Poco conta dove il monaco fosse”. E invece conta, eccome, e lo scopriremo alla fine.

L’atmosfera che si respira è frutto di particolari che si accumulano, disegnati minuziosamente, dipinti su una lacca giapponese, intarsiati nel legno, lavorati nell’oro, nella ceralacca, odorosi d’incenso e di fiori. Con voluta lentezza, l’autore ci parla di un tempo che rotola piano; di preghiere che portano con sé “desideri di un fiorire nuovo nel cuore”, memorie che si sovrappongono al presente; in quel Tempio, dove la ricerca del divino trasforma la percezione dello spazio. Da “orizzontale”, esso diviene “verticale”: perenne aspirazione dell’umana tensione al cielo. Ma, mentre il riflettere lento sulla preghiera come esortazione e speranza, sull’infinità del pensiero senza confini, sembra condurci, attraverso il fluire del tempo, ad un’estatica contemplazione del divino, una data, 9 agosto millenovecentoquarantacinque… un nome… Nagasaki… “l’ombra scura del bonzo impressa nelle pietre di uno spezzone di muro”, ci pongono di fronte al senso della umana finitezza: caduta e scomposizione in miliardi di atomi, pur se “luce nella luceenergia nell’energia…” Atroce ricordo dell’umana follia!

“Un monaco quando prega affonda nella sostanza della materia”. Ed è ciò che accade quando quei “venti di guerra”, “quel cielo gravido di ogni sorta di maleficio”, si rivelano per ciò che sono. Raggiungerà il suo scopo, il monaco, si scomporrà nella luce, che corre veloce come il pensiero, energia nell’energia.

Un periodare lungo e complesso, che quasi dimentica virgole, punti e relative, per seguire il ritmo del pensiero e della musica interiore.

Patrizia Poli e Ida Verrei

You Wan Chou

Marco Claudio Valerio

I venti di guerra, nel loro spirare attraverso le nostre esistenze, ci portano il desiderio ed anche la volontà di porre l’incertezza, nel tempo che rimane da vivere, nelle mani e volontà di entità a noi superiori, raccogliersi nell’intimo del proprio cuore rivolgendo gli occhi al cielo e affondando in esso con la speranza generata dalla preghiera che il “ tutto ” sappia conservarci in quel turbinio che ci aiuta a sentire la realtà, nonostante l’essere immersi in abnormi condizioni che sovente scavalcano oltrepassando a piè pari la cognizione dell’assurdo, scivolando lentamente ed inesorabilmente verso il compatibile incongruo rappresentato dall’estrema violenza che ruba, schiaccia, sbriciola e vilipende non una ma in quantificabile moltitudine di vite.

Il vento poi diviene bufera, colmando ogni interstizio della vita e bruciando al suo passare ogni seppur minimo simulacro di normalità. La ferocia, l’arroganza e la stupidità, con il passare dei mesi, vengono metabolizzate, digerite come un pasto pesante, dapprima con dolori all’addome e poi con un senso di nausea così da far proprie le ignobili condizioni dell’essere e ci si abitua all’enormità del bere l’amaro fiele di una supposta normalità da cercare e vivere, potendo giustificare la propria esistenza. In questa folle incongruenza si abbandona lo sguardo al cielo e si è sempre più spesso propensi a volgerlo a terra, così da assicurarsi di non calpestare anche quell’ultimo barlume di saggezza che viene inesorabilmente relegato nella mera sopravvivenza.

Così in quel mattino d’estate, alle prime luci dell’alba il monaco You Wan Chou lasciava il suo giaciglio e a passi lenti e pesanti si dirigeva alla fontana nel centro del minuscolo giardino. Il calore del giorno precedente si era dissipato nella bruma della notte, l’erba del piccolo prato era ancora madida di sudore, l’acqua dalla fontana scendeva fresca, gorgogliando a festeggiare quel lucente albeggiare parzialmente celato da nuvole sottili che lasciavano trasparire il blu di un cielo gravido di ogni sorta di maleficio e di quotidiana follia del vivere accettando che l’ombra oscura della morte cammini impavida al nostro fianco.

Un lento movimento delle mani a raccogliere i manicotti della colorata veste, ripiegandoli su se stessi, così da esporre avambracci nudi e scarni che affondavano nella frescura dell’acqua, sollevandone mani a conca ricolme di quella fonte di vita, il capo chino a lasciarsi aspergere creando la sensazione che dissolve in ogni più piccola goccia le nebbie della notte spalancando al giorno a venire la volontà ed il desiderio di fare di quella giornata il momento felice di una preghiera intensa e profonda. Quando il tamburo della guerra batte il suo ritmo siamo tutti stranieri in terra straniera, siamo tutti infelici di ciò che ci circonda eppure tutti continuiamo a porre un piede innanzi all’altro camminando a passi lenti e grevi come simulacro di normalità verso il nostro futuro, così, poco conta dove il monaco fosse, così poco conta da dove venisse.

Dal chiostro alla porta interna del tempio, dalla luce del sole alla penombra delle lacrime e dei desideri, del Budda…, chinando e reclinando il capo sino a giungere sommesso al centro del vuoto spazio il monaco si distese a terra sull’unico quadro di nuda pietra del pavimento posando la fronte ancora imperlata d’acqua; salutava così per il giorno, l’immagine sacra, rialzatosi e indietreggiato a lato del muro guardò la realtà degli eventi nella loro quotidianità, la ramazza il secchio la paletta per la cenere, nuovi incensi a sostituire quelli consumati dalla notte, togliere laddove possibile i sedimenti della polvere dai cuscini, muovere i grandi ventagli per far circolare nuova aria.

Uscire verso l’attiguo monastero, cambiare la veste, radersi il capo, cospargere di fiori il piccolissimo stagno, strofinarsi le mani nei petali del loto, immergersi nel profumo dell’incenso del piccolo tempio e con un sorriso solo apparentemente innaturale, a passi lenti e cadenzati ritornare al tempio e di qui alla porta principale per aprirla. Da molto tempo oramai era poca la gente in attesa, da molto tempo erano così poche le preghiere che si innalzavano al Lucente, eppure la speranza non demordeva, eppure la consapevolezza che in un modo o nell’altro “ quel tempo ” sarebbe finito faceva copiare nel volto del monaco il sorriso della grande statua solo parzialmente dorata.

Nel piccolo cortile d’entrata tra le mura maestre e la recinzione, il sole filtrava a fiotti di luce tra il fogliame verde dei pruni e quello grigio dei gelsi, i guardiani di pietra, immoti, guardavano ad est, il lastricato riluceva ancora della rugiada del mattino rifrangendo i raggi in mille scintille, una anziana donna nel suo scuro kimono attendeva seduta alla panca di pietra teneva le mani in grembo abbandonate e prive di nerbo, frasche odorose nella destra e nella sinistra la grande spirale d’incenso, attendeva senza fiatare, serena il suo momento di pace a contatto con l’infinito. You Wan Chou incontrò i suoi occhi, pozzi profondi di dolore e speranza, chinato il capo in segno di saluto e allargate le braccia ad accogliere girò su se stesso e con fare solenne aprì completamente i battenti di legno colorati ed incisi di mille storie di vita e di credo.

Le ore passavano lente come il battito del timpano che accompagna il ricordo di una danza del tempo passato, qualche vecchio si apprestava ad entrare, lasciare il suo obolo e il suo profumo d’incenso alla speranza che tutto potesse passare in quell’’immutato tempo di dolore e sofferenza, qualche giovane donna con il ricordo lontano di tempi belli di fioritura e d’amore cercava tra le solide mura il conforto o la speranza di udire una voce lontana che la richiamava, brevi passaggi densi di dolore e tristezza eppur così ricchi di un pensiero capace di superare le nubi e cogliere il colore della vita a venire, qualunque questa possa essere ovunque questa possa realizzarsi al di fuori di quell’incubo inumano che è la guerra.

Quando il sole fu forte nel mezzo del cielo e iniziò a penetrare in sghembi raggi dagli alti lucernai del tempio ferendo il denso fumo delle spirali d’incenso, dipingendo di ceralacca le travi e le colonne, quando oramai la certezza che alcuno si sarebbe più inoltrato tra le porte massicce in quella rossa penombra di credo; il bonzo, passando vicino alla sorda campana la percosse sei volte per poi prendere da un lato il suo cuscino e lasciarlo cadere di fronte alla statua, raccolse dal lato opposto il suo piccolo Mani, tornato al cuscino vi ci sedette e chiuse gli occhi il piccolo mulinello della preghiera ruotava nella mano destra accarezzato dalla sinistra, un sospiro profondo ad accompagnare gli ultimi riverberi del bronzo della campana parevano ovattare ancor di più se mai possibile quell’ambiente rendendolo fuori dal tempo e dal mondo, il sant’uomo sprofondò allora in un fiume di pensieri ed immagini.

Il tempio lo aveva accolto nel suo ventre opalescente molti anni addietro, quando la sua vita era un forte virgulto di bambù, le antiche mura gli avevano parlato per anni negli anni di pellegrini, credenti che cercavano il loro mantra, disperati d’ogni sorta che chiedevano un attimo di ristoro e cuori felici che donavano come a voler ripagare il bene ricevuto, poi qualche profondo pensiero lasciato tra luce e ombra di giorni d’estate pennellati nell’intarsio delle travi, molti “desideri” posti come preghiera come petali di fiori di pruno ad invadere le lunghe e tante primavere trascorse, altrettanti i dolori trasmessi come messaggio del difficile passare del tempo che come spifferi feroci dell’inverno freddo e violento arrivavano a coprire la porta di leggera e spumosa neve candida sciogliendosi ai primi soli tiepidi così i graffi delle effige del tempo nel legno, lunghe le attese di un ritorno o di una dipartita come foglie ingiallite che cadono una ad una nell’abbreviarsi delle giornate d’autunno.

Dubbi sulla propria esistenza ed il suo valore, certezze sul rotolare del tempo verso la direzione che gli eventi portano con loro, desideri di un fiorire nuovo nel cuore e volontà perché quel tempo avesse da finire e con lui la memoria del male, promesse fatte a se stessi e agli altri così poco spesso mantenute, ricerche di un io a volte nascosto nelle pieghe di un’esistenza che non corrisponde alla desiderata, semplici gesti del cuore e forti moti di rabbia si erano stampati in quel legno del soffitto come l’acre odore d’incenso, inglobati nella seta degli stendardi che si muovevano a ricordo delle nuvole in cielo. Il tutto gli passava attraverso il corpo e l’anima, assorbendo le sensazioni e le emozioni, le conteneva assommandole ai suoi pensieri per poi essere pronto a raccogliere una piccola lamina d’oro per ricoprire un nuovo lembo del bronzo levigato e nudo.

Posato il piccolo mulinello della preghiera sulla destra del cuscino, aprì gli occhi e fissando il vuoto oltre le mura, oltre i monti e oltre la terrena esistenza lasciò che le immagini si componessero agli occhi della mente come a quelli del presente sovrapponendole.

L’aria nel tempio era densa di fumo e profumo, gravida di quella tensione che sottende il viaggio nel profondo dell’umano a cercare il divino che esso contiene, colori apparentemente smorti per la fioca luce si rincorrevano veloci nei molteplici vortici delle spirali d’incenso e del fumo che lento saliva verso il soffitto, la lignea struttura con incastri, travi e colonne modificava la percezione dello spazio trasformando come per incanto l’asse del percepire da orizzontale a verticale; dovuto tributo al tendere al cielo, un cielo, quello interno al tempio seminascosto dai rossi drappi di seta e offuscato dal fumo denso delle spirali e delle lampade ad olio. La luce del giorno non entrava mai direttamente, rifranta da tendaggi e complessi sistemi di portelloni si diffondeva come nuvole barocche che conquistano il cielo azzurro in refoli di vento che si rincorrono. Centro gravitazionale di quel minuscolo universo caotico la statua del Luminoso, immota come a voler dire che il tempo scorre oltre il suo essere lasciando intatte le sembianze e le parole scritte nella pietra del mondo.

Ai due opposti lati della statua la fila dei Mani delle preghiere, grandi cilindri di legno laccato che contengono lo spirito che si eleva a cercare ed accogliere, teso ad incontrare, parole antiche scritte e riscritte dal tempo e dall’umano sentire, metamorfosi costante di un capo chino rivolto alla sua sentita origine, parole pesanti di legge e dottrina, frasi leggere come canti di fiori che si schiudono al sole, pensieri enormi nella loro semplicità che tendono all’anima globale del mondo, sentimenti di grandezza a volte percepita come superiore a quella dell’essere umano. Sulla destra come soglia d’entrata alle preghiere la rozza campana di bronzo appesa a travi variopinte di legno intarsiato, effige di volti, intagli di occhi, colore di gote accese all’ardore, e il bronzo fuso nel tempo antico colmo di bugne ad assorbirne la vibrazione e smorzare i toni acuti che troppo veloci nella loro vibrazione non arrivano al cielo.

Di fronte alla statua bracieri colmi di cenere e un numero incredibile di sottili dita frementi e tese verso il serafico sorriso emanando il profumo al cielo verso l’orizzonte lì dove terra incontra, a lato di questi, piccoli brandelli di stoffa arpionati all’uncino che saldi li tiene innanzi all’occhio ridente e mesto di chi ha lasciato le grandi parole. Ogni uno di questi una preghiera, un’esortazione una speranza, multicolore forma degli esseri umani innanzi al grande, You Wan Chou ne sentiva nei polpastrelli la diversa consistenza, così come aveva incontrato le diverse anime delle genti che a lui venivano pregando e chiedendo, liscia seta raffinata, forte corda stirata, consunto lino e calda lana tessuta stretta.

Nulla può contenere il pensiero, nulla può limitarne i confini, ed ecco alle pareti interne fodere di legno lavorate e ricamate dalla mano dell’uomo con l’ausilio della natura, millanta anni passati a crescere nell’equilibrio, solo questo può contenere l’idea, non scatola chiusa ma acuminato tempo che come punta di lancia fende la realtà portandosi appresso il profumo e l’odore della mano che l’ha scoccata, della corda che l’ha sospinta dell’altro legno che ha caricato la corda. Profondo mistero dell’equilibrio celeste che nasce dal tempo e in questo si rinnova, infiniti gli intagli molteplici i colori rinnovati e cambiati ancora una volta terra su legno semi su fibre sogno su dura realtà.

Opalescenti lastre di pietra che lasciano entrare la luce poca alla volta, senza mai esagerare senza mai permettere al moto del tempo di essere in alcun modo violento, antica pietra levigata da mani antiche, nulla nasce dal nulla e nulla muore nel nulla, tutto si trasforma, tutto diviene parte del totale per poi tornare ad essere particolare, il seme dal frutto, le mani dall’amore, il legno dal seme, il volto dalla propria genia, il pensiero poi dalla forza e dall’equilibrio del mondo che ci circonda e che come le rosse vele del soffitto, lasciano trasparire soffusa e confusa, la realtà, che nelle mani non sappiamo e non possiamo contenere.

Appese e aggrappate alle pareti panche di legno grezzo, scure dal tempo e lisce dall’uso, infisse in un pavimento di lunghe tavole che delle vene del legno fanno onde lievi al sentire della pianta del piede delicatamente vestita dal feltro dei calzari, lisa e consunta la polpa del legno a distanziare e unire la lisa e più scura vena disegnata dagli anni, multicolori cuscini di seta a comporne un dipinto fatto di macchie di vividi rossi, gialli solari e profondi blu del cobalto. Involucro sacro, scrigno di pensieri e di volontà, nave pesante e sicura che và nel tempo che si srotola, a volte lento a volte burrascoso come i giorni che ora passavano sopra il chino capo dei molti.

Così guardava il bonzo attorno a se stesso, così con lo sguardo sfocato oltre i confini della misera vista, lasciando che il palpitare del tempio lo aiutasse a vibrare con il sospiro lento e regolare dell’universo intero, quelle immagini quel sentire lo aiutavano nel ricercare, nel comprendere e per poi sprofondare meditando a larghe spirali di falco nel cielo che osserva il terreno; calandosi dentro la consapevolezza della luce emanata dal sorriso dell’effige che innanzi a lui si ergeva, solido bronzo forgiato con amore, levigato con pazienza e solo parzialmente coperto di piccole lamine d’oro.

Il mattino si assottigliava sempre più arrendendosi verso lo zenit del giorno, un monaco quando prega affonda nella sostanza della materia e di questa diviene parte e sostanza, …il vuoto è forma, la forma è vuoto ... così recita la sutra del cuore, così in quegli istanti la mente di You Wan Chou
Pronto a ricevere il tutto, pronto a dare il tutto perché solo così si può sperare che il male possa corrispondere al bene come qualità e quantità perché solo così si arriva a confondere il significato ed il valore dell’equilibrio creandone una nuova dimensione che possa toccare la …


….la luce che corre veloce quasi come il pensiero, lento e grezzo invece il suono segue le malefiche spire dell’aria che lo frena, che lo costringe a muovere tutto…

… nel fragile lembo di pensiero che ci separa dal precipizio del divino che conteniamo in noi e nella nostra profondità, succede a volte di precipitare e cadere oltre la linea, You Wan Chou il monaco al culmine della sua preghiera sentì d’essere caduto oltre, luce nella luce, materia nella materia e …

… si scompose in miliardi di atomi diseguali nell’essenza e nel tempo… energia nell’energia ….

Era il nove Agosto dell’anno millenocentoquarantacinque dell’era dei Cristiani, alle undici e due minuti del mattino il sole splendeva, una… due… tre … quattro ….. millanta volte nel cielo e sulla terra tra le case e le strade di Nagasaki.


… ora, oggi, l’ombra scura del bonzo impressa per sempre nelle poche nude e ricotte pietre di quello spezzone di muro che ancora è rimasto a fronteggiare gli eventi, quella sagoma scura ci parla della sua preghiera, del sorriso e del pianto, della forza e della violenza, del sereno immutato dell’universo, parla a chi ha il coraggio di saperla e volerla ascoltare, nell’infinitesimamente piccoli di cui siamo composti ma …,
… luce nella luce…, materia nella materia …, energia nell’energia….

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