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IL CROLLO DELLA BALIVERNA di Dino Buzzati (San Pellegrino di Belluno 1906 – Milano 1972)

1 Novembre 2013 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

Buzzati è in generale noto per il suo romanzo Il deserto dei Tartari, ma è anche autore della raccolta Sessanta Racconti, con cui vinse il Premio Strega nel 1958. A lui è stata dedicata la rivista francese Cahiers Dino Buzzati.

Vediamo il testo del racconto da vicino, nell’edizione Mondadori. Il protagonista è una persona umile, tranquilla, dignitosa. Cosa c’è di peggiore, per una persona pacifica, del provare improvvisamente paura? Il testo si apre quasi subito con queste parole: “Ho paura”. Si chiuderà analogamente con un “Io ho paura”. Non c’è quindi soluzione al dramma che si consuma nella storia narrata. Accade che l’uomo della vicenda provochi accidentalmente il crollo di un fatiscente edificio, abbandonato dalle autorità all’incuria. Nella sciagura ci sono molti morti e il protagonista, un semplice sarto, teme di doverne rispondere davanti ai giudici. L’edificio si chiama Baliverna; è una costruzione storica, dapprima utilizzata da una congregazione religiosa, poi dall’esercito. Successivamente, finita la seconda guerra mondiale, molti senzatetto, poveri e zingari vi trovano rifugio. Le autorità si muovono in ritardo e in modo parziale: il palazzo resta un’area considerata piuttosto degradata. Una domenica, il sarto sta passeggiando in zona con il cugino e un conoscente; per quanto la città stia avanzando, presso la Baliverna resta ancora molto verde che attira famiglie e ragazzi. C’è anche un improvvisato campo da calcio.

In questo clima sereno, il protagonista, appassionato di arrampicate (Buzzati era, come noto, amante della montagna), decide di arrampicarsi sul palazzo. Qui accadde il dramma; si staccano varie sbarre di ferro e in un tragico effetto domino crollano varie pareti. Una sciagura tremenda. L’uomo si sente colpevole; la sua sensibilità ne accentua l’angoscia e lo porta a credere che tutti lo additino a principale responsabile. In particolare il conoscente, testimone dei fatti, inizia a stuzzicarlo. Diviene suo assiduo cliente, lo tormenta con battute e allusioni, mentre inizia il processo penale. Il sarto teme di essere incriminato. In realtà sono i pubblici poteri a essere responsabili per lo stato di abbandono dell’area. Essendo già deceduti i politici legati alla vicenda, lui teme di venire preso come capro espiatorio. Peraltro nessuno viene a cercarlo: solo il conoscente, intuendo la sua insicurezza, lo assilla cinicamente.

Qual è la colpa del sarto? Semplicemente ha compiuto un gesto infantile, come ammette: “Era soltanto il gusto di sgranchirmi, di saggiare i muscoli. Un desiderio, se si vuole, un po’ puerile”. Ha voluto fare il giovanotto atletico arrampicandosi su una struttura vecchia. Forse la sua responsabilità è proprio l’essere tornato giovane per qualche istante, recuperando la freschezza e lo spirito di tanti anni prima. La società, invece, ci vuole fissi e inquadrati in modo rigido; ci sono regole e convenzioni da rispettare. Un adulto non si arrampica su un muro, è puerile oltre che pericoloso. Viene in mente qualche altro racconto dello scrittore bellunese, in particolare Il borghese stregato e soprattutto il moderno Il problema dei posteggi, con quello sfogo amaro: “Seduti ai tavoli e ai deschetti dattilografici, un poco curvi, ahimè, guardateli fra poco, migliaia e migliaia, costernante uniformità di vite che dovevano essere romanzo, azzardo, avventura, sogno, ricordate i discorsi fatti da ragazzi al parapetto dei fiumi che di sotto andavano verso gli oceani?”. Crescere significa accettare ruoli a volte grigi e deludenti e sentirsi ingannati dalla vita, di cui non si era intravisto il lato prosaico.

La Baliverna, col suo aspetto cupo e sinistro sembra fatta per attirare ragazzi temerari e vogliosi di avventura: “Squallido e torvo, il casermone torreggiava sul terrapieno della ferrovia … ricordava insieme la prigionia, l’ospedale, la fortezza”. Ma l’età della libertà e del gioco appartiene al passato. L’adulto, ormai ingabbiato, irreggimentato, non può permettersi improvvisazione, istinto, slancio. Se esce dal suo ruolo, c’è il disastro, la scoperta della propria fragilità e dell’altrui cinismo.

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