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David Marsili, biologo e musicista, a tempo perso scrittore

7 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto

David Marsili, biologo e musicista, a tempo perso scrittore

Vi faccio conoscere un giovane scrittore livornese che posso vantarmi di aver scoperto, anche se - come diceva Franco Franchi - chi scopre per davvero è soltanto la levatrice. Ma a parte le contaminazioni cinematografiche di cui non riesco a fare a meno, voglio presentarvi David Marsili, classe 1973, un biologo che si occupa di sicurezza sul lavoro e di ambiente nel settore chimico. Musicista fallito (ha fondato alcune band locali dalla fine degli anni Ottanta senza molto successo), da alcuni anni si dedica alla narrativa. Nel titolo dico - scherzosamente - a tempo perso, ma in realtà lo fa in maniera professionale e con buon successo di critica. Autore che nasce con impostazione noir, riesce a descrivere i problemi del quotidiano usando e contaminando i generi letterari. Ha pubblicato i romanzi Viscere - L'indifferenza della notte (Il Foglio Letterario, 2008) e Uomo di Tungsteno (Il Foglio Letterario, 2011), ma anche diversi racconti in antologie livornesi (Siuski, 2009; Presenze di spiriti, 2010; Sassoscritto, 2012) per Edizioni Erasmo e un racconto con Perdisa Pop. Ricordiamo una sua breve novella vincitrice del concorso letterario bandito da Il Tirreno. Sta scrivendo un racconto di ambientazione piombinese per l'antologia Raccontare Piombino, in uscita per Il Foglio Letterario. I am the resurrection, in uscita per la nuova collana Demian de Il Foglio Letterario (in brossura ed e-book), è anche l'assaggio del terzo romanzo in lavorazione. Pubblichiamo due brevi racconti inediti.

La situazione in pugno

- Dottore, sono tutti in sala. La stanno aspettando.

L'Amministratore Delegato si allentò leggermente il cappio Burberry, e si diresse verso la finestra. La segretaria ne approfittò per sbirciare sul brogliaccio degli appunti del capo. Ghirigori e disegni senza senso.

- Vada pure, Sheila. Arrivo subito.

Sheila si morse leggermente il labbro superiore e si diresse verso la sala riunioni.

Nel discorso dell'AD, i problemi diventavano problematiche, i tempi tempistiche, i documenti documentazioni. Come se l'aumento sillabico rendesse più importanti e solenni gli argomenti, anzi le argomentazioni, per giustificare la scelta.

La scelta, disse ancora, era improcrastinabile. Ne andava del destino di tutti. E una volta presa, sarebbe stata irreversibile.

- Bene, è ora di decidere. Questa sarà la scelta che cambierà le vite di tutti noi, e non solo.

Dopo aver ricevuto occhiate d'approvazione da tutti i membri del consiglio, guardò la segretaria alla sua destra e prese a tamburellare sulla ventiquattrore di pelle, che la donna teneva in grembo.

- Sheila, tiri fuori i dadi.

- Vuole dire…i dati?!

- No, Sheila. Ha capito bene. Presto, non c'è altro tempo da perdere. Dio non gioca a dadi. Io sì.

Il piccolo cubo di legno fece eleganti moti di rivoluzione sul tavolo di vetro. Barcollò incerto, rimase sospeso su un vertice, poi riprese a piccoli giri e andò a fermarsi in un angolo buio, nero liquirizia, ai margini del piano. La mano dell'Amministratore era ancora sollevata a mezz'aria, fiera e responsabile della sua azione.

E tutti si sporsero in avanti, le cravatte afflosciate sul tavolo, a cercare di leggere il loro futuro sulla facciata superiore del dado, in piccoli dischetti d'avorio sbiadito.

Percorso archetipo del suicidio (presso Charleroi)

Siamo nel 2012, ma potremmo essere anche nel '56, almeno per come me l'hanno raccontato.

Poche cose sono cambiate, i mattoni delle case sono ancora anneriti dalla fuliggine, anche se le miniere di Marcinelle sono chiuse da tempo. Come sempre, il cielo si ferma ogni ora a pisciare.

Mi riparo sotto un portico, in una via deserta. La pioggia è aumentata e le mie scarpe estive imbarcano acqua. Mi viene da alzare lo sguardo verso le facciate. Attraverso una vetrata scorgo dettagli di una vita squallida. Solitudine e masturbazioni contro lo sfondo di carte da parati deprimenti. Corridoi angusti su terrazzini incompatibili con la vita, che trasmettono solo la voglia di gettarsi di sotto una volta per tutte.

Il Belgio è un paese che c'è sempre un momento in cui sei solo.

Uno squarcio di cielo. Riprendo a camminare e, visto il sole che di nuovo ha ripreso la scena, decido di fermarmi per una trappista al tavolino di un bar. Ne ordino una brune, mi siedo e aspetto. I piccioni occupano tavoli vuoti, mentre accanto a me una donna allegrotta e non troppo giovane ride, cinguetta e si contorce tra due individui unti e non meno ubriachi.

Poi una vecchia esce dal bar tutta trafelata e attraversa la strada; probabilmente non ha pagato il conto. Il cameriere che mi ha appena servito le corre dietro. Iniziano a urlare, a offendersi. Poi il cameriere le sputa addosso e torna indietro, con gesti e parole indirizzate al nulla.

Guardo con sospetto la mia birra.

La donna allegrotta e non troppo giovane ride. Assaggio la birra e mi dà una sensazione di annacquato. Due ragazze si siedono a un tavolo davanti a me, una di loro si lamenta dei piccioni. Fa un gesto di fastidio con la mano.

"Ho paura degli uccelli" dice alla sua amica.

"Anche di quelli di notte?" commenta ad alta voce la donna allegrotta e non troppo giovane. I due uomini unti se la ridono grassa.

Pago e mi allontano. Sento qualche risata alle mie spalle, ma non mi volto. Non voglio grane.

Salgo verso una strada che sembra promettere qualcosa di meglio. Sul cornicione di un supermercato, ragazzi suonano musica elettronica. La cosa mi piace, mi fa sentire meno solo. Il cielo della Vallonia, però, ha ancora voglia di pisciare. Lo scroscio arriva forte, i ragazzi staccano i cavi e spariscono in una finestra. La strada è di nuovo vuota. Ogni tanto passa qualcuno; gente brutta, grottesca. Denti erosi dall'acqua povera di calcio.

La piazza centrale è un acciottolato senza soluzione di continuità tra il marciapiede e la strada. Gli automobilisti sfrecciano in traiettorie improbabili; tra i cartelli non ce n'è uno a piombo.

Camminando per le vie periferiche, la costrizione al petto aumenta. Nelle vetrine, sporche e senza illuminazione, sono esposti oggetti casuali. Cose rotte, scherzi di carnevale fuori stagione e oggetti con riferimenti sessuali fuori da qualsiasi stagione. Oltre i vetri di quelle botteghe sinistre, non ti stupiresti di trovare bambine legate e nude e denutrite. Forse è per questo che non ci sono negozi di giocattoli, in giro. Una forma di pudore verso le Marcinelle note e quelle mai conosciute dalla stampa.

Immagino le vie d'uscita da una nascita in questa città. Diventare pedofilo, serial killer o, ancora peggio, farsi rasare a zero facendosi lasciare solo un disco di capelli in cima al cranio da uno di questi parrucchieri marocchini di periferia. Oppure studiare economia o chimica e fuggire.

Invece, in questo strano percorso di vita, io ci sono arrivato ora, e il fatto è che ci devo stare almeno due anni. Senza una donna, senza un amico, e con il fardello che mi porto addosso. Inizio a meditare seriamente per una quarta via d'uscita.

Scendo di nuovo verso la stazione. Sulle vetrate della cupola vedo la scritta: CHARLEROI SUD. Poi cambia ancora la luce. Arriva un nuovo scroscio, questa volta più forte. Charleroi abSUrDe, penso io. Tentenno un attimo: attraversare la Sambre o cercare un riparo?

Corro verso la tenda di un bar. Mi fermo al riparo dell'acqua. Una nuova tristezza mi assale. I calzini inzuppati m'imprigionano i piedi. Entro nel bar per riscaldarmi un po'.

L'atmosfera è strana: le luci sono deboli, i tavoli distanti, divisi da separé di legno scuro. Mi chiedo quale sia la costante. Ecco, sono tutti uomini. Ora realizzo i due sulla porta. Uno abbraccia l'altro, un tipo sinistro con il capo coperto dal cappuccio di una felpa e vistosi herpes intorno alla bocca.

Ci mancava anche un bar di finocchi.

Niente di personale, ma preferisco uscire nella pioggia. Me la prendo tutta in faccia, nei vestiti, nelle scarpe. Attraverso il ponte sul fiume che sembra un canale industriale. Mi aggrappo alla ringhiera, mi sporgo fuori con tutto il busto. La pioggia mi passa sul collo, sulla schiena, entra nei vestiti, ovunque. Penetra in me e mi diluisce. Sono tutt'uno con il fiume. Basta solo un gesto.

Un pianto leggero. Un pigolio. E' un segnale debole, ma è quello che mi riporta allo stato solido. Ruoto la testa verso destra. C'è una figura scura: una donna avvolta in un mantello impermeabile, seduta su un grosso trolley nero opaco. Non riesco a vederle la faccia. E' piegata in avanti, la donna. Sembra che pianga.

Mi avvicino. Mi abbasso per farmi vedere. Ha capelli corvini, quasi blu, e il trucco sfatto; sembra una bella donna. Appena mi vede la sua espressione cambia. Allarga le braccia e mi stringe a sé.

"Gerard, oh Gerard."

"Signora… Io non."

"Zitto Gerard. Non dire niente. È stata tutta colpa mia."

Mi prende il viso con le mani e poi mi infila la lingua in gola. Sa di liquirizia. Provo ancora a staccarmi ma il suo corpo ora aderisce perfettamente al mio. Mi prende una mano e la porta sulla sua coscia. Sento la scanalatura di un autoreggente.

Non dico niente, è vero, è solo colpa sua e sto al gioco, non è poi così male essere questo Gerard. Gettarsi nel nero di quella donna invece che in quello della Sambre, per farsi mangiare gli occhi da pesci incommestibili e farsi ritrovare in qualche fosso di provincia ancora più triste.

Senza contare, infine, che ha anche smesso di piovere.

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